Il disagio giovanile: cosa si sta facendo per contrastarlo

Alessandro Amadori, Direttore Scientifico Yoodata

Un tema che caratterizza la cosiddetta post-modernità, e che negli ultimi anni ha assunto una notevole rilevanza, percepibile “a pelle” anche prima di avere i dati che ne confermano l’importanza, è quello del crescente disagio non solo sociale, ma anche e forse soprattutto relazionale, che riguarda ormai fasce ampie della nostra popolazione. E, in particolare, i giovani e i giovanissimi della Generazione Z (i nati fra il 1996 e il 2010) e della Generazione Alfa (i nati dal 2010 al 2024).

Secondo un rapporto dell’UNICEF, circa 1 ragazzo su 7 tra i 10 e i 19 anni oggi convive con un disturbo mentale diagnosticato. Più precisamente, in Italia, nel 2019, si stimava che il 17% dei ragazzi e delle ragazze tra i 10 e i 19 anni soffrisse di problemi di salute mentale. Inoltre, uno studio di Inc Lab ha rilevato che il 60% delle persone afferma di convivere con un disagio psicologico (anche soltanto lieve), con il 75% di questi individui rappresentato da giovani della Generazione Z. I disagi più ricorrenti sono i disturbi del sonno (32%), l’ansia (32%), gli stati di apatia (15%), gli attacchi di panico (12%), la depressione (12%) e i disturbi dell’alimentazione (8%). Un dato molto preoccupante è che l’11% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni prende psicofarmaci senza prescrizione medica, con la percentuale che sale al 18% tra gli studenti.

Questi dati, sicuramente allarmanti, riflettono una crescente crisi di salute mentale, che può essere collegata, fra le altre cose, alla dissoluzione post-moderna dei legami sociali e di comunità, identitari e relazionali. La coesione sociale e l’integrazione civica sono state messe a dura prova, in tutto l’Occidente, da fenomeni come l’immigrazione incontrollata, la ghettizzazione, la frammentazione e l’individualismo. La privatizzazione delle relazioni e la creazione di enclave sociali hanno contribuito a un diffuso senso di isolamento e di insicurezza. Inoltre, l’affermarsi anche nel nostro Paese del paradigma dell’individualismo post-moderno “vuoto e narcisista” (per riprendere il pensiero del filosofo e sociologo francese Jean-François Lyotard) ha accelerato ed esacerbato tali problemi. Un tipo di individualismo che porta a relazioni superficiali e a una maggiore vulnerabilità emotiva, contribuendo significativamente al disagio sociale e relazionale (attraverso quella condizione che un altro grande sociologo francese, Émile Durkheim, ha indicato con il suggestivo termine di “anomia”).

Dal punto di vista statistico-epidemiologico, possiamo quantificare come segue, sia pure sommariamente, alcune delle principali forme di disagio giovanile (fonti: Censis, Istat).  Per quanto riguarda le dipendenze psicologiche, si stima che vi siano circa 1.200.000 studenti italiani, tra gli 11 e i 17, anni a rischio di dipendenza da cibo (di questi, più di 750.000 sono femmine); quasi 500.000 adolescenti italiani a rischio di dipendenza da videogiochi; circa 100.000 giovani italiani a rischio di dipendenza dai social media. Il grave fenomeno di isolamento sociale indicato con il termine giapponese “hikikomori” riguarda circa il 2% degli studenti delle nostre scuole secondarie (inferiori e superiori). Il consumo precoce di alcol e di fumo è in crescita. Il consumo di cocaina coinvolge 2,2 milioni di giovani, e quello di MDMA (ecstasy) 2,6 milioni. Passando ai disturbi del tono dell’umore, tra i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 19 anni, circa l’8% soffre cronicamente di ansia e il 4% di depressione.

Poi abbiamo il grande capitolo del bullismo. Le statistiche (fonte: Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza) dicono che il 60% dei giovani italiani (ossia, la maggioranza assoluta) dichiara di essere stato vittima di una qualche forma, anche solo lieve ed episodica, di bullismo. Le violenze psicologiche e verbali sono le più comuni, e prendono di mira soprattutto l’aspetto fisico (79%), seguito dall’orientamento sessuale (15%) e dalla condizione economica (11%). Inoltre, il 19% dei giovani ha subito episodi di cyberbullismo.

L’impatto psicologico del bullismo sia fisico che in rete è notevole: il 75% dei giovani, vittime di bullismo e cyberbullismo, riporta una perdita di autostima e di fiducia negli altri, il 47% soffre di ansia sociale e attacchi di panico, mentre il 45% segnala isolamento dai coetanei. E tutto questo si ripercuote sul rendimento scolastico: infatti, il 28% dei giovani (stiamo sempre parlando delle vittime di bullismo e cyberbullismo) ha difficoltà di concentrazione e basso rendimento scolastico. E questo ci porta al tema della dispersione scolastica, esplicita e implicita. Una questione che sta molto a cuore al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha intrapreso alcuni importanti progetti per contrastare il disagio giovanile proprio impegnandosi contro la dispersione scolastica.

Basta ricordare, al proposito, due iniziative. La collaborazione alla stesura del decreto Caivano, con misure per combattere la criminalità giovanile e l’abbandono scolastico, tra cui il “daspo urbano” per i minori e la responsabilizzazione dei genitori riguardo alle assenze ingiustificate dei figli. E, soprattutto, Agenda del Sud: un grande progetto focalizzato sul miglioramento delle condizioni scolastiche nel Mezzogiorno, con interventi mirati per combattere la dispersione scolastica e promuovere una didattica inclusiva.

Infine, il ministro Valditara ha recentemente istituito un tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Il tavolo è stato avviato il 25 febbraio 2025 e riunisce rappresentanti delle istituzioni centrali, esperti in psicologia, pedagogia e comunicazione digitale, membri di associazioni impegnate sul tema e rappresentanti delle consulte studentesche e delle associazioni dei genitori. Il tavolo tecnico di occuperà redigere un piano d’azione integrato per la prevenzione e il contrasto del bullismo, nonché di creare un efficiente sistema di raccolta dei dati, per monitorare l’evoluzione dei fenomeni e proteggere in modo più adeguato i minori. Naturalmente, si lavorerà anche per la formazione degli insegnanti e l’educazione digitale degli studenti, ai fini di un uso consapevole della rete e dei social media. Un notevole e concreto passo in avanti, per ridurre l’incidenza del disagio giovanile.