Alla radice della nozione di Europa ed Occidente

Lorenzo Franchini, Professore ordinario di Diritto romano nell’Università Europea di Roma

Il dibattito, caro soprattutto a Giovanni Paolo II, sulle radici cristiane dell’Europa di cui fare menzione nella Carta fondamentale di essa, si è purtroppo spento col passar degli anni. I valori cristiani non sono certamente gli unici su cui fondare una moderna politica, occidentale ed europea, della cultura: ce ne sono altri, e tra essi non potremmo non citare la triade rivoluzionaria, e poi liberal-democratica, di libertà-uguaglianza-fratellanza/solidarietà. Anche su questi, come su altri ancora da individuare e valorizzare, può essere strutturata un’identità comune, europea ed occidentale; ma su tutto ciò la fornace ardente della discussione ha, analogamente, perso vita. È come se il gigante europeo, alimentandosi dei propri processi burocratici, avesse rinunciato ad una sua ideologia ispiratrice, con un’unica eccezione oltremodo perniciosa, a nostro avviso.

Alludiamo a quella ideologia puramente e semplicemente relativistica, che in nome della tolleranza e dell’eguaglianza dovrebbe fondare un (incolore) progetto europeo. Il valore supremo verrebbe in un certo senso a consistere nella dis-identificazione da tutti i valori tradizionali, perché considerati troppo fortemente identitari e poco rispettosi delle diversità. Allo scopo di rispettare ed anzi, per certi aspetti, esaltare le minoranze (religiose, sessuali, etniche, etc.), ogni fattore che da sempre tiene insieme, come collante valoriale, le maggioranze dovrà essere considerato avulso dalla missione politico-culturale europea. Le stesse maggioranze, perché non possano più dirsi tali, dovranno auspicabilmente liquefarsi, addossandosi, per esempio, strategie di accoglienza dell’immigrazione, anche clandestina, dirette a questo scopo. 

Tutto questo è inaccettabile. È invece indispensabile che una politica della cultura avveduta non rinneghi tradizioni e costumi, che con la coscienza dei popoli hanno molto a che vedere, e siano oltretutto da ritenersi oltremodo «ragionevoli», non tali da favorire in alcun modo revanscismi di tipo nazionalistico. Inevitabilmente, ancora una volta non possiamo che richiamare l’importanza, analoga per tutti i popoli d’Europa, delle radici cristiane, anche da intendersi in una versione, “crociana”, laicizzata sul piano teorico.

Esse, a ben pensarci, rappresentano l’antidoto più coerente anche contro anacronistici rigurgiti di tipo “balcanico”, nazionalistico e violento. Sono quelle stesse radici che segnarono gli albori di una coscienza europea, quando, in un’epoca in cui l’Occidente era assediato ed isolato, fu l’esercito di Carlo Martello – quello che riuscì finalmente a fermare gli attacchi degli Arabi a Poitiers – ad essere per la prima volta definito dalle cronache come composto di “Europeenses” !

In conclusione, ci sia consentito di richiamare il grande insegnamento di Vincenzo Cuoco, ai suoi tempi critico verso gli illuministi più “progressisti”, colti di sorpresa dall’insofferenza manifestata dalla gente reale, e non virtuale. Insistere per l’adozione su vasta scala di taluni modelli estranei alle nostre radici, di cui si dovrebbe tener conto in nome di quel «politicamente corretto» che solo nominalmente si dice di voler soddisfare, può rivelarsi pericoloso per ogni serio progetto di politica della cultura, che sia al servizio della causa occidentale ed europea.