Francesco Cataliotti, ordinario di Fisica Sperimentale all’Universita dí Firenze
Quando sei nato a Firenze, hai studiato fisica nella Aedes Galilaeo Sacrae, e nella vita hai pure avuto l’onore di dirigere l’Istituto Nazionale di Ottica sulla collina di Arcetri, è difficile non farsi trascinare dall’entusiasmo quando parli di Galileo Galilei e del metodo che da lui prende il nome. È difficile perché è impossibile sopravvalutarne la portata, dato che il metodo galileiano è il fondamento ed il cuore di quel travolgente sforzo di comprensione della realtà che è la scienza moderna.
La scienza procede dall’osservazione della natura, dalla misura dei parametri che caratterizzano un fenomeno naturale e dal loro inserimento in un modello matematico che permetta di calcolare e prevedere con certezza il realizzarsi di altri fenomeni e i valori dei parametri che li caratterizzeranno. Non c’è più posto per il richiamo all’auctoritas degli antichi testi o per la convincente dialettica del brillante oratore o per la pur ammirevole abilità logica del sofista. Non conta la forza della convinzione o la maggioranza che sostiene un’opinione: se il modello matematico non restituisce i risultati attesi, nei limiti dell’errore sperimentale, semplicemente non funziona e va modificato o abbandonato.
Da Galileo in poi ogni ragionamento scientifico o si basa sull’analisi di sensate esperienze o, semplicemente, non è un ragionamento scientifico. La creatività e la fantasia dello scienziato gli suggeriscono nuovi modelli, la sua abilità, anche manuale, gli permette di verificarne la validità con esperimenti. Ma lo scienziato, proprio grazie al metodo galileiano, sa quando è il momento di “cancellare la lavagna” e ripartire da zero, se la “riprova” mostra che il modello non regge la prova dei fatti.
Il metodo galileiano è un autentico, anche se tardivo, prodotto dell’uomo rinascimentale. Quella grandiosa figura che ha riscoperto i classici greci e romani, li ha ammirati e compresi, ha provato il folle desiderio di superarli ed ha, infine, avuto il coraggio di andare oltre tracciando una nuova strada. Galileo è figlio di Michelangelo, nipote di Brunelleschi, ha visto nella cupola di Santa Maria del Fiore la capacità concettuale di andare oltre l’architettura romana, nel David l’abilità manuale di superare la scultura greca e le ha unite in un metodo che tutti possono seguire. Non è l’inarrivabile talento di Leonardo nel riprodurre la natura ed intuire la meccanica del moto in un modo che solo lui può fare, ma è un programma vasto ed incredibilmente ambizioso di tradurre la natura in linguaggio matematico in modo che tutti, armati di questo nuovo linguaggio, possano comprendere e osservare nuovi fenomeni prima inaccessibili.
Nel metodo galileiano c’è l’essenza della modernità occidentale, quella capacità di inventare nuovi strumenti, nuove tecnologie, per poter fare quello che prima era impossibile. Il nuovo sapiente non è più solo capace di pensare ma deve anche essere in grado di fare, la competenza tecnica non può più essere concettualmente inferiore alla preparazione intellettuale. E lo capiscono meglio di tutti in Inghilterra dove il frutto della rivoluzione galileiana è la Royal Society, il cui nome completo è Royal Society for the Improvement of Natural Knowledge by Experiment. Ed è in Inghilterra che si comincia ad inserire l’istruzione tecnica non solo nelle scuole ma anche nelle università ed è così che si mettono le basi per la rivoluzione industriale. Intanto da queste parti, anche per ragioni storico-politiche, l’Accademia si avvita su sé stessa e diviene per secoli sinonimo di distacco dalla realtà tanto che dovremo attendere l’Unità d’Italia per avere finalmente anche nella penisola dei Politecnici capaci di prepararci a innovare e competere. Oggi, nei dibattiti sulla riforma dell’istruzione tecnica voluta dal Ministro Valditara, si torna a parlare del ruolo centrale della scuola e dell’università nella formazione di individui capaci di pensare in modo indipendente, creare nuove idee, inventare e condividere tecnologie. L’innovazione richiede il coraggio di abbandonare le consuetudini e immaginare il nuovo: Galileo resta il gigante sulle cui spalle salire per guardare più lontano, ma spetta a noi imparare ad arrampicarci, e ad avere il coraggio di restare lassù.
