Il dono dei Greci e dei Romani all’Occidente

Emanuela Andreoni Fontecedro, Professore Ordinario di Letteratura latina nell’Università di Roma Tre

L’espressione del noto documento voluto dal Ministro Valditara (“Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione”) a proposito dell’insegnamento della storia (Ernesto Galli della Loggia che cita Marc Bloch): “solo l’Occidente conosce la storia”, ha provocato, giorni or sono, la risposta a mitraglia di Franco Cardini su ‘Il Fatto quotidiano’.

Confucio, Arabi, Bramini: le erudite citazioni servirebbero a smantellare il merito così riconosciuto alla storiografia dell’Occidente.

Ora l’espressione in apertura del documento, per il contesto in cui è citata, non ha il significato di Occidente “über alles”, come polemicamente si è voluto distorcerla, ma semplicemente viene indicata una specificità della scrittura storiografica in Occidente.

Infatti, se è ovvio che ogni popolo abbia narrato la sua storia (e non voglio dimenticare neanche la rielaborazione fantasiosa che tutti i popoli si sono concessi con il genere alto dell’epica), va osservato che la frase incriminata vuole sottolineare piuttosto la consapevolezza critica che si rileva nella storiografia occidentale, fino dai suoi albori.

In effetti quello che mi ha sempre colpito è il fatto che Tucidide nel V secolo a.C. avesse già concepito (scriveva della guerra del Peloponneso) con le diverse cause della guerra, la possibilità di individuare, nella complessa dinamica di potere, chi avesse la responsabilità di aver suscitato la guerra stessa.

Secondo Tucidide, accanto alle cause immediate (gli eventi del momento) e reali (ovvero le ragioni profonde e strutturali), vi è il pretesto (la scintilla magari subdolamente accesa) che fa precipitare la situazione. Ho molto pensato a questa pagina di Tucidide per comprendere la guerra russo-ucraina, e soprattutto mi sono soffermata sul terzo punto (il pretesto della guerra).

Riconoscere a Tucidide questa profondità di indagine, di cui possiamo avvalerci anche oggi, non impedisce di desiderare di conoscere che cosa gli altri popoli abbiano prodotto sulle cause di una guerra. Apprendere non per citare, ma per assorbire.

Questa divina curiositas, questo slancio per guardare oltre se stessi, è qualcosa, comunque, che può nascere solo quando si è prima approfondito il sentimento della conoscenza di sé e di ciò che ci è proprio. Voglio dire che è naturale e funzionale leggere in se stessi prima che negli altri e, nel caso, comprendere prima la nostra propria identità e, solo poi, rivolgerci a comprendere l’identità altrui. È così che arriviamo a misurarci sul diverso e ad arricchirci. Il confronto è esaltante solo se ho il primo termine di paragone, cioè la mia storia privata, la mia storia sociale.

È lo stesso principio didattico secondo cui si deve approfondire prima lo studio dei fenomeni linguistici della propria lingua: non sto parlando della competenza attiva, cioè del parlato (magari restando al livello di conversazione al bar), ma di quella competenza che esige la riflessione sui fenomeni linguistici atta a portarci alla comprensione della letteratura di un popolo e anche di quella antica.

Apprendere, comprendere il nuovo, il diverso è una gioia immensa: il mondo si allarga, una miriade di sensazioni ci investe.

E veniamo agli Arabi senza i quali non avremmo letto Aristotele. In effetti sì, per alcuni secoli nel nostro Occidente (prima, cioè, dei nostri Umanisti) valeva il detto graecum est non legitur, come dicevano gli amanuensi. Ma varrebbe proprio la pena illuminare quei momenti felici che videro il mondo arabo essere conquistato da Aristotele.

Tuttavia, in realtà, furono monaci cristiani siriani a tradurre in arabo Aristotele e da questi testi gli Arabi successivamente svilupparono quella corrente che fu detta aristotelismo arabo, che permeò nelle traduzioni latine il nostro Medio Evo. È affascinante per esempio (anche scolasticamente) seguire per un primo approccio verso questo crogiolo di popoli e pensieri, gli splendidi romanzi storici di Gilbert Sinoué (l’autore è franco-egiziano) “Averroè o il segretario del diavolo” e “Avicenna o la via per Isfahan”. Medicina, giurisprudenza, teologia: uno splendido sereno incontro di culture che l’Autore sviluppa poi in “Il libro di zaffiro”, dove, in una Spagna del XV secolo dilaniata dalla Reconquista e dall’Inquisizione, protagonisti sono un vecchio rabbino, uno sceicco di mezza età e un giovane monaco cristiano.

Siamo alle solite: non è l’amore della propria cultura a innalzare barriere. Il contrario.

Il fascino del diverso spicca comunque. Così come l’interesse ad incontrarci. I fanatismi non fanno parte della cultura.

Piuttosto mi rendo conto che nello schiaffo all’Occidente, Cardini non ha tenuto conto di un grande merito della nostra civiltà: la sua tradizione giuridica.

Qui voglio ricordare la figura dell’Imperatore Giustiniano e il Corpus Iuris Civilis, raccolto nel VI sec. d.C., in quanto nel 2021, grazie anche al Prof. Oliviero Diliberto (già nostro Ministro della Giustizia), il nuovo diritto civile cinese venne rielaborato proprio sulle tracce del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano. Un incontro felice tra antico e presente, tra Oriente e Occidente, che abbatte i giochini della Priamel.