Mario Comba, Ordinario di Diritto Pubblico Compararato all’Università degli Studi di Torino
L’articolo di Marco Ricucci apparso sul Corriere della sera del 22 settembre scorso mi spinge a scrivere per fornire una lettura molto diversa della proposta di reintroduzione del latino nella secondaria di primo grado. Non voglio tanto approfondire la questione delle ore della disciplina né gli altri temi più tecnici: mi limito a due osservazioni: a. trovo molto triste che un docente dichiari che altri insegnanti, regolarmente abilitati e in ruolo in una classe di lettere come la A022, “non hanno una formazione adeguata per insegnare latino alle medie” (cito): fossi un docente di quella classe di concorso ringrazierei per la fiducia, anche perché mi permetto di ricordare che la derivazione dell’italiano dal latino è presente nelle Indicazioni nazionali vigenti, segno forse che il legislatore confidava nella formazione degli insegnanti; b. circa la presunta incompetenza dei docenti della scuola secondaria di primo grado ad insegnare questa nuova disciplina, va prima di tutto precisato che essa non coincide con l’insegnamento della lingua e cultura latina nella scuola superiore, che ha apposite classi di concorso di rifermento. Inoltre, nell’anno scolastico 2026/27, le scuole potranno utilizzare tutti gli strumenti dell’autonomia, valorizzando sia le risorse professionali interne sia quelle esterne, comprese quelle presenti in altre istituzioni scolastiche in un’ottica di ampliamento dell’offerta formativa. Dal 2027/28, invece, con l’istituzione dell’organico del LEL, sarà individuata la specifica classe di concorso di riferimento per tale insegnamento.
Ma torniamo ai temi dell’articolo. L’autore aggiunge che “si rischia di trasformare la materia in un rituale sterile di declinazioni e coniugazioni, utile solo a demotivare i ragazzi”. Se avesse letto la proposta delle Indicazioni in maniera un po’ approfondita, avrebbe visto che non si parla di studiare sistematicamente declinazioni e coniugazioni, ma di reintrodurre gli studenti prima di tutto a una consapevolezza linguistica e culturale. Il latino è parte della storia d’Italia, d’Europa, del mondo e non è retorica. Mi limito a un esempio: quando alcuni testi base del confucianesimo cinese arrivarono in Europa, furono letti in traduzione latina per mezzo di opere come la Sapientia Sinica di Prospero Intorcetta del 1662 (che il Presidente Mattarella ha regalato al Presidente cinese in occasione dell’ultimo viaggio in Cina nel 2024) e il Confucius Sinarum Philosophus del 1687, letto da Leibniz e Voltaire. Che storia meravigliosa! Il latino per capire l’Oriente e non solo l’Occidente, per capire gli altri, oltre che noi. E poi? Pensiamo alle traduzioni latine dei testi arabi e greci, pensiamo al linguaggio della scienza e alla trasmissione dell’antico attraverso il latino, pensiamo alla cultura romana, al diritto e ai monumenti, alla realtà materiale delle epigrafi e delle strade, agli acquedotti che costellano l’Europa. E raccontare la storia culturale del latino sarebbe un’operazione nostalgica? Ma allora viva la nostalgia, se restituirà a tutti gli studenti l’opportunità di capire meglio chi sono, da dove vengono e perché la loro lingua, l’italiano, funziona così. Mi chiedo se all’autore dell’articolo non possa venire in mente il dubbio che forse sia stata la quasi sparizione del latino a creare più danni che vantaggi.
Anche il carattere opzionale della disciplina merita una riflessione: sarebbe bellissimo che tutti lo studiassero, e forse ci si arriverà, ma perché non cominciare seminando, con calma e con pazienza, offrendo a tutti gli studenti una possibilità che fino a oggi si era estremamente rarefatta e ridotta; d’altronde la scuola italiana conosce già un esempio di opzione disciplinare, la scelta dell’insegnamento della religione cattolica: è un male? Con i miei colleghi della sottocommissione abbiamo costruito questo progetto con lo scopo di lavorare bene insieme con l’italiano e la storia, la geografia e l’arte, le lingue straniere e le materie STEM, non di tornare indietro verso mondi che non esistono più: l’obiettivo è proprio raggiungere la “comprensione del testo, arricchire il lessico, sviluppare la scrittura argomentativa”, esattamente quel che viene chiesto. Il latino reintrodotto, che si chiama non a caso LEL (Latino per l’educazione linguistica) può senz’altro aiutare a capire meglio l’italiano e anche a esprimersi in modo più consapevole e preciso. E allora perché bocciare questa proposta a priori? Infine, mi si consenta una nota personale: “il latino infatti non sarà un collante: sarà un’altra barriera” (cito). Caro autore, io sono il primo laureato della mia famiglia, mia madre era casalinga, mio padre perito e impiegato: il latino non è stato un ostacolo, ma un ascensore sociale. Bisogna crederci, bisogna tentare e non rifugiarsi nella paura del cambiamento mascherata da accusa di passatismo.
