L’Europa anti-israeliana e antitrumpiana si è auto-emarginata dal processo di pace in Medio Oriente

Eugenio Capozzi, Ordinario di Storia Contemporanea all’Università Suor Orsola Benivcasa di Napoli

I drammatici sviluppi dell’annoso conflitto mediorientale a partire dall’eccidio perpetrato da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023 hanno posto impietosamente in evidenza una deriva politico-culturale rovinosa e autodistruttiva dominante in gran parte d’Europa, con una particolare incidenza proprio nel nostro paese.

Davanti alla reazione militare israeliana che ha inferto colpi decisivi ad Hamas, al mandante di quell’eccidio (il regime integralista dell’Iran) e ai suoi altri emissari (Hezbollah, gli Houthi yemeniti) gran parte delle élites, degli intellettuali, dell’opinione pubblica europei (e frange estreme ma molto rumorose negli Usa) hanno dato sfogo ai più virulenti umori anti-israeliani, in cui si sono manifestate anche forti, risorgenti componenti  tout court antisemite. E hanno riportato in luce tutto il repertorio (in verità mai completamente abbandonato) dell'”odio di sé dell’Occidente”, per cui ogni problema è sofferenza nel mondo è “colpa nostra”, e gli oppositori a qualsiasi titolo dell’Occidente, per quanto violenti, hanno sempre qualche giustificazione. La legittima preoccupazione umanitaria per le vittime civili del conflitto a Gaza è stata completamente snaturata da una martellante campagna propagandistica che ha additato Israele come colpevole di un “genocidio” e ne ha chiesto l’isolamento e la condanna in ogni sede internazionale, incluse quelle culturali e persino sportive: dimenticando sistematicamente l’origine del conflitto stesso (l’eccidio del 7 ottobre), la natura terroristica del regime di Hamas, il ricatto che Hamas ha continuato a perpetrare con la detenzione degli ostaggi e le violenze su di essi, il suo uso cinico e sadico della popolazione civile come scudo umano.

Da quando poi alla Casa Bianca è tornato Donald Trump, e ha ripreso in mano il dossier mediorientale – offrendo un saldo sostegno a Israele, puntando a isolare Teheran, ma al contempo riannodando le fila di una possibile convergenza tra Israele e i paesi arabi sunniti, nel segno degli “Accordi di Abramo” – il mainstream politico-mediatico anti-israeliano europeo ha saldato stabilmente le invettive anti-Gerusalemme con quelle antiamericane. Uno sdegno corale che ha toccato un culmine durante la breve, ma intensa “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran, risolta dall’intervento militare e poi diplomatico degli Stati Uniti. In quel caso abbiamo assistito addirittura a tentativi di dipingere come vittima la spietata dittatura integralista di Teheran, che da decenni esplicitamente punta, come il suo proxy Hamas, alla distruzione dello Stato ebraico, e alla costruzione di armi nucleari che se realizzate porrebbero in pericolo non solo Israele, ma tutti i paesi mediorientali e l’Europa stessa.

Dal punto di vista della politica estera per molto tempo i paesi dell’Unione europea e l’Ue stessa, seguendo la linea tracciata dalle amministrazioni statunitensi Dem di Obama e poi di Biden, avevano già mostrato una ingiustificabile indulgenza verso l’Iran e le frange estreme del mondo islamico, isolando invece proprio quei paesi arabi moderati sunniti che avevano interesse a non esasperare il conflitto con Israele, e se possibile a superarlo una volta per tutte. E, pur riempiendosi la bocca costentamente di aspirazioni alla pace, non avevano certo agevolato, già durante il primo mandato di Trump, la linea costruttiva e coerente intrapresa, appunto, da lui con gli “Accordi di Abramo”.

Ora, con la crisi di Gaza e il ritorno del tycoon, il Vecchio Continente è finito letteralmente in un vicolo cieco. A parte alcune lodevoli eccezioni, come il governo italiano di Giorgia Meloni e in parte quello tedesco di Friedrich Merz, sia i paesi Ue che la Gran Bretagna dell’esecutivo laburista di Keith Starmer hanno proseguito ad oltranza a fare pressione solo su Israele: evocando sanzioni economiche contro di esso, congelando la cooperazione miltiare e persino scientifica e culturale con esso, invocando sostanzialmente un ritiro unilaterale dell’IDF dalla Striscia, intonando all’infinito il mantra “Due popoli due Stati” senza tener conto dell’evidente impossibilità di raggiungere questo obiettivo se non si creano le condizioni fondamentali di mutuo riconoscimento e non si liberano i territori arabi palestinesi dagli integralisti terroristi che li soffocano.

Nel frattempo, la linea  delle cancellerie ha lasciato campo  libero alle piazze anti-israeliane più aggressive, spesso infiltrate direttamente dall’estremismo islamista, contribuendo ad esacerbare gli animi e creando molti rischi di degenerazione violenta anche contro le comunità ebraiche nei vari paesi. Un fenomeno che in Italia è stato enfatizzato da una sinistra che pare ormai votata al radicalismo più sterile, e priva, con poche eccezioni, di ogni coscienza della necessità di salvaguardare gli interessi e i principi occidentali, all’interno dei quali la vita e la sicurezza di Israele dovrebbero essere naturalmente inclusi. E anche da sacche della cultura politica di destra e del mondo cattolico in cui, evidentemente, l’antisemitismo non è affatto scomparso.

Ma soprattutto, accecati dall’ostilità preconcetta per Trump, le élites e le opinioni pubbliche del Vecchio Continente non hanno minimamente compreso che la strategia mediorientale del presidente americano non era affatto né estemporanea e improvvisata, né “appiattita” sull’appoggio al governo israeliano di Nethanyau, ma era invece una esemplare incarnazione del principio della “pace attraverso la forza” enunciato dal tycoon come base di tutta la sua politica estera. Essa risponde, infatti, chiaramente ad una visione che punta al superamento strutturale del conflitto arabo-israeliano attraverso una piattaforma che coinvolga non soltanto i paesi già firmatari degli Accordi e quelli, come Ryad, con cui erano in corso trattative, ma tutti i principali Stati arabi e quelli musulmani non arabi: inclusi quelli che finora avevano appoggiato più o meno direttamente il fondamentalismo, come Qatar, Turchia e Pakistan. Lo schema degli Accordi di Abramo si amplia, oggi, fino a configurarsi come un vero e proprio patto di convivenza pacifica e di collaborazione politica ed economica riguardante l’intera area dal Mediterraneo all’India, regolato e garantito dagli Stati Uniti, che aumentano così la loro influenza in essa. Proprio grazie a tale convergenza pragmatica, a partire da posizioni e da interessi geopolitici diversi, e alla credibile minaccia della forza, Trump ha potuto mettere Hamas con le spalle al muro, isolandolo e costringendolo a trattare. Egli è riuscito a rendere persuasivo per gran parte degli attori dell’area l’obiettivo di una pace stabile che rechi vantaggi politici ed economici a tutti i contraenti, perseguito attraverso un dialogo senza steccati, ma sostenuto da una deterrenza militare credibile.

Se gli europei, invece di farsi strumenti della propaganda islamista, avessero guardato senza pregiudizi alla piattaforma realista ma ferma di Trump, avrebbero evitato di essere totalmente scavalcati e isolati dal processo da lui posto in atto. Come totalmente scavalcata e isolata è stata l’Onu, che sul tema mediorientale come su altri è da tempo ostaggio di regimi dittatoriali anti-occidentali ed è schierata stabilmente contro Gerusalemme. La diplomazia della “pace attraverso la forza” trumpiana ha mostrato come la più grande e ambiziosa istituzione internazionale oggi non sia assolutamente in grado di svolgere un reale ruolo di mediazione tra i contendenti nei conflitti, che dovrebbe essere il suo compito principale. Ancor più alla luce di questa evidenza, i paesi europei alleati degli Stati Uniti dovrebbero appoggiare senza riserve la linea dell’inquilino della Casa Bianca.