Giampaolo Azzoni, Ordinario di “Teoria generale del diritto” nell’Università di Pavia
Secondo la nostra Costituzione, il giudice deve essere “terzo e imparziale” (art. 111, secondo comma).
Il senso della riforma che saremo chiamati a confermare con il referendum è proprio quello di rafforzare queste due caratteristiche in modo che il giudice non solo sia, ma anche appaia, terzo e imparziale, senza alcun dubbio o sospetto.
Ma cosa significa che il giudice deve essere ‘terzo’ e ‘imparziale’? E perché rispondere “sì” al referendum contribuisce ad andare in questa direzione?
Innanzitutto, va detto che ‘terzo’ e ‘imparziale’ non significano la stessa cosa, come spesso purtroppo si afferma. Chi ha voluto l’attuale articolo 111 nella nostra Costituzione intendeva due concetti collegati, ma tra loro molto diversi.
Giudice terzo significa che vi deve essere una separazione netta del magistrato che giudica rispetto al magistrato che esercita l’accusa, cioè il pubblico ministero. Con il vigente ordinamento giudiziario vi è una sostanziale separazione delle funzioni, ma la carriera è unitaria. Dunque, dire “sì” al referendum porta a rafforzare la caratteristica della terzietà del giudice. Le carriere saranno separate e, coerentemente, vi saranno anche due organi separati di governo autonomo della magistratura: il Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e quello della magistratura requirente, comunque presieduti entrambi dal Presidente della Repubblica.
Un giudice terzo è poi essenziale perché le parti del processo siano su un piano di effettiva parità, mentre non lo sono, o almeno non appaiono tali, se il magistrato dell’accusa è un collega che condivide la stessa carriera del magistrato che giudica.
Ma il giudice non deve essere solo terzo: deve essere anche imparziale. Giudice imparziale significa che egli è totalmente equidistante rispetto alle parti e alle loro istanze e, quindi, è portatore di una piena indipendenza di giudizio in tutte le fasi della vicenda processuale. L’imparzialità implica l’assenza di condizionamenti esterni. E in una materia così delicata va evitato anche il solo sospetto che il giudice possa essere condizionato da orientamenti politici. Ma la politica può condizionare la giustizia se, come avviene oggi, le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari dei magistrati sono decisi da un Consiglio Superiore della Magistratura in cui la rappresentanza dei magistrati viene scelta sulla base di elezioni con candidature politicamente contrapposte. Il metodo del sorteggio, che viene introdotto dalla legge costituzionale, consente di superare la gestione correntizia lasciando inalterata l’attuale percentuale di 2/3 dei componenti assicurata da magistrati. Dunque, rispondendo “sì” al referendum si contribuisce ad attuare pienamente la Costituzione secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 101, secondo comma).
Essendo quello di un giudice “terzo e imparziale” un obiettivo fondamentale per una società che sia rispettosa di regole e diritti, riesce difficile trovare argomenti tecnici convincenti per dire ‘no’ al referendum. Ecco che allora si entra in un campo di polemica strettamente politica, come se si trattasse di schierarsi con questo o quel partito, a favore o contro l’attuale Governo. Va detto che questa non è la partita che si giocherà i prossimi 22 e 23 marzo. Con il referendum si deciderà una questione di valore costituzionale che va oltre gli schieramenti politici e riguarda invece l’organizzazione della giustizia perché possa essere più coerente con i valori di una moderna democrazia liberale.
