Il referendum sulla giustizia: anatomia del voto

Alessandro Amadori, Direttore Scientifico di Yoodata

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 resterà come uno di quei momenti in cui la politica italiana mostra, all’improvviso, la profondità delle correnti sotterranee che la attraversano. Non tanto per il merito del quesito, quanto per la dinamica del voto: un’affluenza sorprendentemente alta (59%), un risultato opposto alle previsioni iniziali (ha vinto nettamente il “No”) e un sistema politico costretto a ricalibrarsi nell’arco di poche ore. È uno di quei casi in cui il Paese sembra parlare con una voce più forte del solito, e lo fa attraverso uno strumento – il referendum – che ciclicamente diventa il luogo simbolico in cui si condensano tensioni, aspettative e giudizi.

Per rendere l’idea del ribaltamento che è avvenuto bastano poche cifre. A priori, le liste in appoggio del “Sì” potevano contare su circa tre milioni di voti in più (in base ai risultati delle precedenti elezioni europee e politiche) e, in termini percentuali, sul 55% circa dei consensi. L’affluenza veniva stimata al 42%. Nella realtà, la partecipazione è stata come detto di quasi il 59% (simile a quella di un’elezione politica) e il “No” ha vinto col 54% dei voti. Come è stato possibile?

L’affluenza, innanzitutto. Non è stata alta per caso. Il quesito, pur tecnico nella formulazione, è stato percepito come identitario. Non un dettaglio normativo, ma un segnale. Gli elettori hanno letto in quella scheda un’occasione per dire qualcosa sul rapporto tra istituzioni e cittadini, sulla direzione del sistema politico, sul clima complessivo del Paese. Quando un referendum smette di essere un voto “su” qualcosa e diventa un voto “per” o “contro” qualcosa di più ampio, la partecipazione cresce. E in questo caso è cresciuta anche grazie a una mobilitazione che ha superato i confini dei partiti: comitati civici, reti sociali, associazioni, gruppi spontanei. Una partecipazione diffusa, non gerarchica, che ha portato alle urne segmenti normalmente più tiepidi. Da segnalare, a questo proposito, in particolare l’alta affluenza giovanile.

Il risultato, poi, ha mostrato una dinamica altrettanto chiara: la vittoria del “No” non è stata solo un’opzione di merito, ma un voto di correzione. In Italia il referendum, quando intercetta un clima di distanza tra istituzioni e opinione pubblica, tende a trasformarsi in un’occasione per riequilibrare il sistema. Molti elettori hanno votato pensando meno al quesito e più al contesto (politico, sociale, economico e io direi anche, in senso lato, psicologico). Il fronte del “Sì”, pur sostenuto da una parte consistente della maggioranza parlamentare, non è riuscito a trasferire (e trasformare) la propria forza istituzionale in forza sociale.

È rimasto percepito come più verticale, più tecnico, più legato ai palazzi che ai territori. Il “No”, al contrario, ha trovato un tono immediato, emotivo, semplice: un linguaggio che parlava al bisogno di rassicurazione e, certamente, anche di conservazione e di stabilità, più che di un incerto rinnovamento delle architetture istituzionali e degli equilibri fra poteri. E in un referendum, quasi sempre, vince chi riesce a incarnare la scelta più libera, meno allineata, più “di pancia” se non di principio.

La sconfitta del “Sì” è dunque il risultato di tre scarti: uno tra leadership e base, uno tra linguaggio istituzionale e linguaggio sociale, uno tra motivazione positiva e motivazione negativa. Il “Sì” chiedeva di approvare una riforma; il “No” chiedeva di fermarla. E fermare è sempre più facile da spiegare che costruire.

In ogni caso, a mio parere il significato politico del voto non è quello di una svolta, ma di un assestamento. Il Paese non ha cambiato direzione, ma ha segnalato una distanza crescente tra cittadini e istituzioni quando il dibattito assume toni al tempo stesso troppo tecnocratici e troppo conflittuali. Ha mostrato una domanda di partecipazione che non trova canali stabili nei partiti. Ha confermato la tendenza dell’elettorato a usare il referendum come strumento di riequilibrio, non come ratifica.

Le conseguenze sulla maggioranza e sul governo si vedono già. Nell’immediato, non c’è una crisi, ma un rallentamento. La maggioranza è costretta a interrogarsi sulla propria capacità di interpretare l’umore del Paese, sulla propria strategia comunicativa, sulla distanza tra la forza parlamentare e quella sociale. Alcuni dossier legislativi vengono messi in pausa, altri riformulati. Nel medio periodo, la sfida sarà ricostruire un rapporto più diretto con la società civile, evitando di apparire troppo verticale o autoreferenziale. La leadership dovrà gestire anche il rischio di una frammentazione interna, tra componenti più istituzionali e componenti più identitarie, che il risultato referendario ha reso più visibile.

Le opposizioni, dal canto loro, escono rafforzate ma non automaticamente consolidate. Il “No” è stato percepito come una loro vittoria, ma la mobilitazione che lo ha sostenuto è stata plurale, non riconducibile a un’unica forza politica (né a una specifica aggregazione). Il capitale politico accumulato rischia di non tradursi in capitale organizzativo. L’opportunità è evidente: presentarsi come interpreti del Paese reale. Il rischio lo è altrettanto: sovrastimare il risultato e non riuscire a costruire una proposta coerente per il dopo.

Il referendum del 22–23 marzo 2026, insomma, non ha cambiato il quadro politico, ma lo ha reso più nitido e lo ha avviato verso ulteriori evoluzioni (anche e soprattutto in vista delle elezioni politiche del 2027). Ha mostrato dove si trovano oggi le faglie, quali sono le domande inevase, quali i limiti della rappresentanza. È stato un voto di ribaltamento, ma soprattutto un voto di rivelazione. E come spesso accade in Italia, la rivelazione è più interessante del ribaltamento.