Noemi Sanna, Psichiatra
I risultati del recente referendum sull’ordinamento giudiziario possono essere analizzati su diversi livelli interpretativi che è opportuno distinguere per evitare semplificazioni riduttive.
Una prima lettura interpreta l’esito referendario come indisponibilità al cambiamento. Si potrebbe pensare che gli italiani abbiano deciso che le cose vadano bene così come stanno. In tal modo potranno continuare a lamentarsi delle cose che funzionano male, come la giustizia italiana, con le sue lungaggini, con le sue inefficienze, con gli errori mai pagati.
Il referendum si configura anche come un peculiare dispositivo simbolico. Più di altre forme di consultazione, assume i tratti di un rituale collettivo nel quale il corpo elettorale esercita direttamente il potere decisionale, senza mediazioni. Questa condizione di accesso diretto alla decisione politica, unita alla sua gestione spesso non pienamente razionale, può determinare uno slittamento dal piano del confronto normativo a quello dello scontro emotivo. In tali contesti, il merito giuridico della questione tende a essere oscurato da dinamiche identitarie, difensive o nostalgiche, come già osservato in altri eventi di democrazia diretta, come il recente caso Brexit. Analogamente nel dibattito italiano sulla separazione delle carriere dei magistrati, il contenuto tecnico della riforma ha progressivamente ceduto il passo alla sua rappresentazione simbolica. Il voto, in questa prospettiva, non esprime soltanto il giudizio su una norma, ma è il riflesso del profondo rapporto tra cittadini e potere, tra sicurezza e cambiamento, tra controllo e incertezza. Come avrebbe potuto essere diversamente trattandosi di quesiti tecnici non facilmente comprensibili se rapportati al livello di alfabetizzazione giuridica della popolazione.
L’implicita scelta binaria (Sì/No) ha, da parte sua, favorito una semplificazione della complessità normativa su cui si era chiamati a decidere ed ha polarizzato il dibattito portandolo su posizioni estreme e fortemente connotate emotivamente. La democrazia diretta presuppone un livello di competenza e di capacità di critica che in questo contesto di forte polarizzazione sono state quasi del tutto assenti. Da livello tecnico di comprensione della realtà si è passati ad una sua interpretazione emotiva. È stato per molti un voto di pancia, non un voto ragionato.
La prospettiva psicodinamica offre una ulteriore chiave di lettura. Se si scende nel profondo della psiche, dove risiedono desideri, paure, fantasie, motore inconscio di molte delle nostre scelte consapevoli, emerge una immagine meno indulgente di chi ha detto No. Non qualcuno che ha paura del cambiamento ma qualcuno che sceglie di non cambiare proprio perché conosce quali conseguenze ne deriverebbero che potrebbero gravare sulla sua stessa vita. L’idea di una maggiore responsabilizzazione di un’istituzione-totem, come la magistratura, può essere vissuta come potenzialmente estensibile all’intero corpo sociale. Questo è molto inquietante perché la responsabilità fa paura. Costringe a divenire adulti, a correre il rischio di esporsi al fallimento, al giudizio altrui, costringe a rispettare i limiti. Richiede la ridefinizione di libertà non come assenza di vincoli, ma come capacità di assumere le conseguenze delle proprie scelte. Da questa prospettiva, il voto può essere letto anche come un tentativo di mantenere una rappresentazione della libertà illimitata preservando l’illusione di poter fare quello che si vuole senza pagare alcun costo. Queste interpretazioni non esauriscono la pluralità delle motivazioni individuali, ma consentono di cogliere alcune dinamiche profonde che caratterizzano il rapporto tra individuo e istituzioni.
In conclusione, il referendum appare non soltanto come uno strumento giuridico, ma come un dispositivo complesso nel quale si intrecciano dimensioni politiche, cognitive e simboliche che impongono, per una comprensione più critica del meccanismo referendario, un approccio multilivello che sia in grado di integrare le differenti prospettive.
