Domenico Rossi, Generalw, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
Come noto a fine febbraio 2026 gli USA ed Israele hanno lanciato una pesante offensiva contro l’Iran tramite raid aerei e missilistici. L’Iran ha risposto con attacchi tramite missili e droni non solo contro basi USA e obiettivi in territorio israeliano ma anche su infrastrutture strategiche dei vari Paesi del Golfo ed ha inoltre di fatto “chiuso” il passaggio dello stretto di Hormuz, paventando di averlo in parte minato e minacciando di far saltare eventuali navi che lo avessero forzato. Ne è derivata una grave crisi energetica globale con conseguenze enormi sull’economia mondiale: aumento dei prezzi del petrolio, instabilità nei mercati energetici, preoccupazione per la sicurezza delle rotte commerciali con effetti su industria, trasporti e produzione.
In questa prima fase, come detto in un precedente articolo, oltre alla decapitazione della governance iraniana, sono stati inflitti danni pesanti al Paese, cui è stata sostanzialmente distrutta la capacità aerea e quella navale e sono stati di nuovo colpiti siti legati al programma nucleare. Peraltro questi attacchi non si sono tradotti in un esito politico definito ovvero non si è prodotto un crollo del regime.
Una fase che possiamo dire conclusasi con l’ultimatum finale del Presidente Trump che minacciava la distruzione totale dell’Iran se non si fosse arreso entro l’1:00 dell’8 aprile (ora locale) ovvero non avesse accettato determinate condizioni e ripristinato il libero passaggio dello stretto di Hormuz. Peraltro a meno di un’ora dalla scadenza, Trump annunciò su Truth Social un cessate il fuoco bilaterale tra Stati Uniti e Iran della durata di 14 giorni, ancora in atto.
A tale tregua ha fatto seguito, sotto la guida del primo ministro della Repubblica Pakistana Shehbaz Sharif,un tavolo negoziale che ha preso avvio il 12 aprile a Islamabad con il Vice Presidente Americano J.D. Vance da una parte e Mohammad Bagher Ghalibaf Presidente del parlamento Iraniano dall’altra. Dopo 21 ore, i colloqui tra la delegazione americana e quella iraniana ad Islamabad sono terminati in un nulla di fatto, bloccati da forti divergenze su punti essenziali quali quelli legati al libero transito nello stretto di Hormuz e al progetto nucleare iraniano, ovviamente con reciproche accuse di ingiustificata rigidità. Come evidenziato sia da Vance “non c’è la promessa da parte dell’Iran di abbandonare definitivamente l’arma nucleare” sia da Teheran secondo cui, invece, “i negoziati sono falliti per le richieste irragionevoli degli Usa”.
Una sola considerazione. Come si poteva pretendere che in un primo incontro si raggiungesse un accordo? Non è un caso che il Primo Ministro pachistano intervenendo al programma ‘Face the Nation’ della Cbs abbia dichiarato : “I colloqui non sono falliti. Siamo in una fase di stallo”.
La reazione del Presidente Trump è stata quella di ordinare il blocco navale americano ai porti iraniani, tuttora in corso, talché varie navi fatte transitare dagli iraniani, perché di paesi amici o dietro il pagamento di cospicui pedaggi, hanno dovuto invertire la rotta su indicazione della marina americana. Una misura resasi comunque opportuna ove si consideri che dall’inizio del conflitto l’Iran ha esportato milioni di barili di petrolio – in larga parte verso l’Asia attraverso transiti “ombra” che eludono le sanzioni – con risorse economiche di ritorno essenziali per la propria economia.
A rendere sempre più delicata la situazione si aggiunga che Trump in un’intervista a Fox News ha poi ribadito la minaccia di distruggere le infrastrutture energetiche dell’Iran e ha avvertito la Cina che imporrà dazi del 50% se invierà armi all’Iran. Inoltre gli USA starebbero inviando altri 10.000 soldati in Medio Oriente.
Nonostante il negativo quadro sopra delineato stanno filtrando voci relative ad un’estensione del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran prima della sua scadenza del 22 aprile. Informazioni basate su indiscrezioni di funzionari regionali coinvolti nella mediazione i quali hanno riferito all’Associated Press che Washington e Teheran hanno un accordo “di principio” per prorogare la tregua e riaprire i negoziati. Si sta ovviamente lavorando sui tre aspetti principali: programma nucleare iraniano, libertà di navigazione nello stretto di Hormuz e compensazione dei danni di guerra, determinanti nei precedenti colloqui.
A ciò si aggiunga che, nell’alternanza di minacce e promesse cui ci ha abituato, il Presidente americano ha dichiarato parlando a Sky News e a Fox News che il conflitto contro l’Iran è “molto vicino alla fine” e di pensare che Teheran voglia fare “un accordo a tutti i costi”. Una conferma che indirettamente sembrerebbe venire anche dal Presidente iraniano Masoud Pezeshkian che ha dichiarato che Teheran sostiene un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, anche se non si lascerà “costringere alla sottomissione”.
Nel clima di possibile distensione secondo Reuters, Teheran potrebbe concedere una riapertura parziale dello Stretto di Hormuz, consentendo il passaggio sul lato omanita, fermo restando che invece il Consigliere militare dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei è tornato a minacciare di affondare le navi americane nello Stretto.
In sintesi, appare veramente difficile al momento esprimersi sull’evoluzione della situazione, in cui le notizie positive e negative si intrecciano con una rapidità incredibile creando speranze o frustrazioni.
Per quanto concerne l’Europa il 17 aprile alle 14 è previsto a Parigi il vertice della cosiddetta coalizione dei Volenterosi di Hormuz, formata da oltre 40 Paesi tra cui l’Italia, per pianificare le prime ipotesi di intervento per sminare lo Stretto e realizzare la libera circolazione.
Una eventuale missione peraltro potrebbe avere luogo solo dopo l’effettiva e verificata cessazione delle ostilità.
Una ipotesi comunque su cui Teheran ha già espresso netta contrarietà sottolineando come qualsiasi mossa o interferenza a Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione e che la sicurezza dello Stretto è garantita da decenni dall’Iran anche con l’aiuto degli stati regionali.
A latere dei colloqui in itinere tra Usa e Iran esiste un altro nodo da sciogliere che discende dalle azioni che Israele sta conducendo contro Hezbollah in Libano. Azioni che l’Iran riconduce a un’esplicita violazione degli accordi per la tregua e che invece per Israele e gli USA non risultano assolutamente vincolati alla stessa. Peraltro il Presidente americano ha annunciato che allo scopo di raggiungere la pace tra i loro Paesi sarebbe stato concordato tra il Presidente Libanese Joseph Aoun e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un cessate il fuoco di 10 giorni partire dalle 23 del 16 aprile.
Anche in questo caso un fronte in evoluzione su cui occorre attendere per esprimersi, atteso anche che da tempo il Presidente Libanese aveva chiesto “inascoltato” a Hezbollah di deporre le armi.
Pur non incidendo sulla situazione conflittuale, merita sottolineare come il Presidente Trump abbia inoltre attaccato in due occasioni Papa Leone XIV. Lo ha fatto su Truth con un post iniziale in cui il Pontefice viene definito come “debole sul fronte della criminalità” e “pessimo in politica estera” e con uno successivo in cui sia auspica che qualcuno sottolinei al Papa come l’Iran abbia ucciso almeno 42mila manifestanti innocenti e l’inaccettabilità di avere un Iran in possesso di un ordigno nucleare.
A fronte di tali dichiarazioni il Papa, ha ribadito unicamente la necessità di smetterla con le guerre ricordando di parlare “del Vangelo: continuerò a farlo ad alta voce” e successivamente chiosando “Dio non sta coi prepotenti; la pace è possibile”. Parole cui ha fatto da contraltare Vance, secondo cui il Papa: “Dovrebbe attenersi alle questioni morali”.
Sull’intervento del Presidente Americano era intervenuta la Presidente del Consiglio Italiano che aveva ritenuto “inaccettabili” le parole rivolte nei confronti del Papa.
Immediata la replica di Trump che ha evidenziato sia di essersi sbagliato su Giorgia Meloni sia che “Con chi nega aiuto, non avremo più lo stesso rapporto”. Ciò ovviamente con riferimento al negato supporto anche da parte Italiana, come molti altri paesi europei, di un intervento diretto nello stretto di Hormuz, nonché probabilmente sulla mancata concessione della base di Sigonella per operazioni militari contro l’Iran.
A tali dichiarazioni la Presidente Meloni ha deciso di non replicare, se non evidenziando in una sua dichiarazione come l’unità del mondo occidentale e dunque delle due sponde dell’Atlantico sia una scelta inevitabile.
In conclusione la crisi tra Stati Uniti e Iran è un esempio perfetto della complessità della geopolitica moderna. Non si tratta di una guerra tradizionale, ma di un conflitto ibrido che combina azione militare, pressione economica, negoziati diplomatici. Tutto ciò in un mondo che si trova in una fase di transizione, in cui vecchi equilibri stanno cambiando e nuove dinamiche stanno emergendo. Al punto tale che la domanda fondamentale non appare essere solo se la guerra continuerà o meno, ma che tipo di ordine internazionale emergerà da questa crisi.
