Gli Ottanta anni della Repubblica. Il prima e il dopo del 1946

Alessandro Tira, Professore di Diritto e Religione all’Università di Bergamo

Una riflessione. La Repubblica compie 80 anni e presto supererà in durata gli 85 di vita del Regno d’Italia, da cui nacque il 2 giugno 1946. Quale significato può avere, nel 2026, una riflessione su quel passaggio storico?

Annunciata da Umberto, Luogotenente generale e in seguito “Re di maggio”, con decreto del 25 giugno 1944; disciplinata poi dai decreti del 16 marzo del 1946, la scelta democratica della forma istituzionale dello Stato fu un punto di non ritorno la cui importanza pare sia da sempre più celebrata che meditata. Se gli anniversari possono avere un significato sostanziale, il compleanno che oggi si celebra è un’occasione importante. L’impressione, infatti, è che la transizione istituzionale del 1946 abbia segnato una cesura fin troppo netta tra i due capitoli della storia nazionale e che la questione istituzionale abbia offuscato più del necessario la continuità storica dell’identità dello Stato italiano.

I frangenti, in questo, ebbero la loro importanza e i risultati del referendum del 1946 possono sollecitare varie letture. A fronte del 45,73% di suffragi a favore la Monarchia, il 54,27% di chi si espresse per la Repubblica celava una pluralità di opzioni. Votarono per la Repubblica quanti erano mossi da una convinta opzione ideologica. Fecero però lo stesso i fascisti che, dopo la rimozione di Mussolini da capo del Governo nel 1943, si erano radunati sotto i vessilli della RSI e, per primi, avevano cavalcato l’argomento del “re traditore”. Votarono non tanto per la Repubblica, quanto contro i Savoia le pur sparute retroguardie legittimiste delle dinastie preunitarie. Soprattutto, votarono così molti cattolici. Gli intransigenti che malgrado la Conciliazione (osteggiata da Vittorio Emanuele III) mai avevano accettato Porta Pia, ma anche quanti facevano riferimento alla parte progressista della gerarchia ecclesiastica (ne era figura di spicco l’allora Sostituto alla Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini). Costoro preferivano una Repubblica cristiana alla continuità istituzionale incarnata da una Corona carica delle memorie del laicismo ottocentesco. Insomma, quell’8,54% di scarto tra le due opzioni, all’indomani della fine della guerra, celava troppe fratture perché il campo dei vincitori potesse disinteressarsi delle implicazioni. Le vicende che accompagnarono la transizione ne diedero conferma, con la scelta di Umberto II di lasciare l’Italia prima della proclamazione ufficiale dei risultati, purché si evitasse qualsiasi forma di disordine, cosa che avrebbe comportato quasi sicuramente una recrudescenza della guerra civile.

Il peso di quegli eventi sembra essersi riverberato fino a oggi, nelle forme di un cauto silenzio se non della rivisitazione della storia istituzionale italiana. Un’azione tesa a lasciare in ombra l’elemento incarnato dalla Monarchia, prima che dalla Presidenza della Repubblica che, dal 1946, ne ha preso il posto. In anni recenti il fenomeno si è svelato in particolare nel 2011, quando le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia – come osservò sul “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia – trascorsero quasi senza riferimenti all’aspetto, non secondario, della guida del processo risorgimentale assunta, pur tra molte incertezze, da Vittorio Emanuele II. Quasi che, prima del 1946, fosse possibile parlare dell’Italia in termini di storia sociale, politica, culturale, economica, ma non istituzionale.

Ricordare oggi questi passaggi non è funzionale all’invocazione di revisionismi di alcun genere, né a ben poco plausibili suggestioni di restaurazione monarchica, peraltro esclusi apertis verbis dalla Costituzione. La quale – forse non per caso – si è premurata di chiarire, all’art. 139, che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Tutt’altro. Oggi che, anche per il semplice dato cronologico, la storia dell’Italia unita si accinge a essere più repubblicana che monarchica, può giungere anche il momento di recuperare, nel discorso istituzionale, la memoria di quei decenni formativi dell’identità istituzionale dello Stato, superando le ipoteche di una transizione che fu politicamente difficile. Letta nei termini di una contrapposizione tra repubblicani e monarchici, la questione assumerebbe oggi una connotazione di irrilevanza. Viceversa, considerare come memoria viva delle istituzioni di oggi anche quella lunga fase che, tra il 1861 e il 1922, pose le premesse per l’avvento della democrazia, potrebbe aiutare a consolidare una più salda consapevolezza del percorso storico dello Stato italiano. Non più (solo) un’identità da difendere e affermare contro i nemici della convivenza democratica che di volta in volta hanno segnato la vita nazionale – il fascismo, il terrorismo, la mafia – ma un percorso storico che, pur tra tante difficoltà, ha saputo seguire un percorso e trovare la propria identità nel panorama europeo.