Anna Maria De Luca, Psicologa e dirigente scolastica
Oggi 18 giugno, alle 8:30, più di 500mila studenti si sono seduti davanti a un foglio bianco. E’ quello che si definisce un rito di passaggio codificato. Tre sono le tappe, così come identificate dall’antropologo Arnold Van Gennep, agli inizi del Novecento: separazione, margine e aggregazione. Lo studente si separa dalla sua condizione di alunno, entra in uno spazio liminale, l’esame, e ne esce cambiato. È una trasformazione riconosciuta dalla comunità e questo spiega perché la maturità continui a fare paura anche a chi si è preparato bene.
La riforma 2026 e il peso nuovo del colloquio
Le novità dell’esame di Stato 2026 puntano a responsabilizzare. In particolare, nel colloquio lo studente deve saper collegare fatti e aree e saper reggere l’incertezza, competenze importanti per il futuro, come dimostra la psicologia narrativa di Dan McAdams: chi a vedere la connessione tra le cose dimostra un livello di integrazione dell’identità che va ben oltre qualsiasi programma scolastico.
L’ansia giusta
Entro certi limiti, l’ansia non è un nemico. La curva di Yerkes-Dodson, uno dei risultati più solidi della psicologia della performance, descrive la relazione tra attivazione emotiva e prestazione come una U rovesciata. Troppa ansia paralizza; troppo poca ansia produce indifferenza e distrazione. L’ansia moderata che fa ripassare un’ultima volta, che accelera il respiro prima di entrare è associata a prestazioni migliori.
Il catastrofismo e l’ansia dei genitori
Il problema è diventa catastrofismo: il convincimento che un voto finale dica qualcosa di definitivo su chi si è, che un errore sia irreparabile, che la commissione stia cercando di coglierli in fallo. È un pensiero distorto che la psicologia cognitiva chiama catastrophizing ed è quello che trasforma una prova difficile in un incubo. Non lo produce l’esame: lo producono le aspettative spropositate che gli adulti, spesso, proiettano sui ragazzi. Non sono solo i figli ad essere stressati: sono anche i genitori. . I ragazzi leggono l’ansia degli adulti e la amplificano: se chi li guarda è teso, il messaggio implicito è che la situazione sia davvero pericolosa. Il supporto emotivo dei genitori e degli insegnanti conta quantola preparazione nozionistica. E il supporto emotivo non significa dire “andrà tutto bene”: significa restare presenti, regolati, capaci di contenere senza amplificare. Chi accompagna un figlio alla maturità farebbe bene a ricordare che il proprio compito non è eliminare l’ansia del ragazzo, ma aiutarlo a regolarla.
Cosa resta dopo?
La self efficacy, direbbe Albert Bandura, cioè la convinzione soggettiva di essere capaci di affrontare le sfide. Non è il voto a produrre self-efficacy ma il fatto stesso di aver attraversato la prova. Oggi si tende purtroppo ad interpretare ogni forma di stress come un danno da evitare: l’esame di maturità rimane degli ultimi spazi in cui ai ragazzi viene chiesto di sostenere una posta in gioco reale: non si cresce attraverso le esperienze confortevoli ma attraverso quelle che ci chiedono qualcosa che non si eravamo sicuri di avere.
