Antonio Angelosanto, Professore di Diritto romano e fondamenti del diritto europeo all’Università di Roma “La Sapienza”
La traccia sulla fatica, basata su un brano tratto dal libro di Mario Calabresi Alzarsi all’alba, è stata quella maggiormente scelta dagli studenti degli istituti tecnici (30,9%) e dei professionali (37,6%). Nei licei, invece, la traccia più gettonata è risultata quella dedicata alla meraviglia, tratta da un articolo della giornalista tedesca Wenke Husmann (20,1%).
Il dato è interessante e forse merita qualche riflessione che vada oltre la semplice curiosità statistica. Perché sono proprio gli studenti degli istituti tecnici e professionali a sentirsi maggiormente interpellati dal tema della fatica? E perché, al contrario, gli studenti dei licei sembrano orientarsi più facilmente verso il tema della meraviglia e dello stupore?
Dietro questa differente sensibilità potrebbe celarsi una questione più profonda, legata al modo in cui la nostra società continua a rappresentare il lavoro, lo studio e il rapporto tra formazione e sacrificio. È possibile che molti studenti degli istituti tecnici e professionali percepiscano il proprio percorso come più direttamente connesso alla dimensione della fatica, della disciplina, dell’impegno richiesto dall’ingresso nel mondo del lavoro. Quasi come se il loro percorso dicesse implicitamente: «noi fatichiamo oggi e faticheremo domani». Al contrario, il percorso liceale viene spesso associato a una dimensione più contemplativa, culturale, orientata all’approfondimento e alla prosecuzione degli studi universitari.
Ma questa contrapposizione rischia di fondarsi su un equivoco antico: l’idea che la vera fatica sia soltanto quella del lavoro manuale o tecnico-professionale e non anche quella dello studio. Un equivoco che Antonio Gramsci aveva individuato con straordinaria lucidità nei Quaderni del carcere, riflettendo proprio sulla formazione scolastica e sullo studio delle discipline classiche.
Gramsci osservava che anche lo studio richiede una vera e propria «fatica psico-fisica». Imparare significa sottoporsi a un lungo tirocinio di autodisciplina, abituarsi alla concentrazione, alla precisione, alla compostezza, alla continuità dello sforzo. Lo studio non è un’attività spontanea o naturale: è un’abitudine che si costruisce attraverso l’esercizio, la ripetizione, talvolta persino attraverso la noia e la sofferenza. Per questo egli scriveva che «anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso», che richiede non solo un impegno intellettuale ma anche «muscolo-nervoso», un processo di adattamento che coinvolge l’intera persona.
Ancora più interessante è l’osservazione sociologica che accompagna questa riflessione. Secondo Gramsci, molti giovani provenienti da ambienti socialmente svantaggiati tendono a percepire le difficoltà dello studio come qualcosa di artificiale o addirittura come un «trucco» escogitato dalle classi colte, perché sono portati a identificare il lavoro e la fatica soltanto con il lavoro manuale. Al contrario, chi cresce in famiglie dove l’attività intellettuale è familiare acquisisce fin dall’infanzia abitudini e atteggiamenti che rendono meno traumatico l’accesso allo studio. Agli occhi dei primi, poiché possiedono già alcuni degli strumenti necessari per affrontarne la fatica, sembrano che fatichino meno.
Questa riflessione conserva una sorprendente attualità anche nel dibattito contemporaneo sul merito e sulla mobilità sociale. Se infatti il successo scolastico fosse soltanto il prodotto di un talento innato o delle condizioni culturali ereditate dalla famiglia, l’ascensore sociale sarebbe inevitabilmente bloccato. La possibilità di migliorare la propria condizione attraverso lo studio presuppone invece che l’impegno, la disciplina e la capacità di sostenere nel tempo la fatica dell’apprendimento possano compensare almeno in parte gli svantaggi di partenza. Proprio per questo la scuola non dovrebbe nascondere la fatica dello studio, ma insegnare a riconoscerla e ad affrontarla: non come un ostacolo arbitrario, bensì come uno strumento di emancipazione personale e sociale.
Forse proprio qui si trova una delle chiavi per interpretare questi dati. Gli studenti degli istituti tecnici e professionali riconoscono immediatamente il tema della fatica perché lo associano al proprio orizzonte di esperienza e alle prospettive lavorative che intravedono. Gli studenti dei licei, invece, possono essere più attratti dal tema della meraviglia perché il loro percorso formativo è tradizionalmente orientato alla conoscenza, alla scoperta, alla riflessione culturale. Ma sarebbe un errore concludere che gli uni siano destinati alla fatica e gli altri alla meraviglia.
La lezione di Gramsci suggerisce esattamente il contrario: non esiste vera meraviglia senza fatica. Non esiste autentica formazione senza disciplina. Anche il latino e il greco, che molti considerano discipline astratte e lontane dalla vita pratica, erano per Gramsci strumenti di educazione del carattere, occasioni per acquisire quelle abitudini di rigore, concentrazione e metodo che rendono possibile ogni successivo sviluppo intellettuale.
La domanda che gli educatori debbono allora porsi è se siamo ancora capaci di spiegare ai nostri giovani che fatica e meraviglia non si oppongono affatto. La meraviglia più autentica nasce spesso al termine di una lunga fatica; e la fatica dello studio, non meno di quella del lavoro, è una delle vie attraverso cui una persona costruisce sé stessa e conquista la propria libertà.
In questa prospettiva, la fatica non è il contrario del merito, ma la sua condizione. E la scuola, quando riesce a trasmettere il valore della disciplina e della perseveranza senza rinunciare alla curiosità e alla meraviglia della conoscenza, continua a rappresentare uno dei più potenti strumenti di mobilità sociale di cui la nostra Repubblica dispone.
