Li ho guardati negli occhi: la Maturità che funziona

Francesco Rossi, Dirigente scolastico del liceo classico “Eugenio Montale” di Roma

Dieci giorni di commissione, decine di colloqui. E una scoperta: i ragazzi non avevano paura. Si raccontavano, argomentavano, guardavano avanti. Cronaca di un presidente di commissione che ha visto la riforma prendere vita

Non ho visto buste. Non ho visto mani sudate stringere biglietti piegati in quattro. Non ho visto lo sguardo perso dello studente che pesca il nodo tematico sbagliato e vede svanire in un istante mesi di preparazione. Per la prima volta, in tanti anni di commissioni d’esame, ho visto qualcos’altro: ragazzi che entravano, si sedevano e iniziavano a parlare di sé. Non per vanità, non per improvvisazione. Ma perché l’esame, finalmente, glielo chiedeva.

Il nuovo orale della maturità 2026 — quello voluto dal ministro Giuseppe Valditara e tradotto in norma dal decreto ministeriale del 29 gennaio — parte proprio da qui: dal Curriculum dello studente. Non da un software, non da una busta, non da un incrocio casuale di discipline. Parte da un percorso documentato di cinque anni, e chiede al candidato di raccontarlo. Di rileggerlo. Di farne una bussola.

L’ho visto fare decine di volte, in questo mese di commissione. E ogni volta, confesso, mi ha sorpreso.

Rompere il ghiaccio con la propria storia

La sequenza è semplice, e proprio nella sua semplicità sta la forza del meccanismo. Lo studente entra, ci guarda, e invece di subire una domanda che cala dall’alto prende la parola. Il decreto dice che il colloquio “prende avvio da una riflessione del candidato sul proprio percorso, anche alla luce delle informazioni contenute nel Curriculum”. Nella pratica significa questo: un ragazzo di diciannove anni che per dieci, quindici minuti ci racconta cosa ha fatto. I percorsi di Formazione Scuola-Lavoro. Quel progetto che l’ha appassionato. La certificazione linguistica conquistata. L’attività sportiva o culturale che l’ha formato quanto un libro di testo. Persino i risultati delle prove INVALSI, ora integrati in una quarta sezione del Curriculum, diventano un tassello di questo mosaico personale.

Non è un esame più facile: è un esame più vero. Perché raccontare se stessi davanti a sei adulti sconosciuti richiede una maturità che nessun questionario può misurare. Richiede di essersi guardati indietro, di aver dato un senso a cinque anni di scuola, di saper distinguere ciò che è stato determinante da ciò che è stato accessorio. È orientamento nella sua forma più pura: non un test attitudinale da crocettare, ma l’esperienza di costruire una narrazione su di sé e di esporla in pubblico. Una competenza che servirà al colloquio universitario, al primo lavoro, alla vita.

Quello che ho ascoltato davvero

Ed è qui, in questa fase iniziale, che ho raccolto le cose più preziose di tutta la sessione. Cose che non stanno in una griglia di valutazione, ma che dicono molto più di una risposta esatta sul DNA o sulla rivoluzione industriale. Perché quando un diciottenne smette di ripetere e inizia a raccontarsi, emergono i valori veri: quelli che la scuola, quando funziona, semina in silenzio e raccoglie senza saperlo.

Ho ascoltato una ragazza spiegarmi che il suo progetto di educazione alla legalità — fatto in terza, un pomeriggio a settimana — le ha cambiato il modo di guardare le istituzioni. Citava Falcone e Borsellino non come nomi sul manuale, ma come esempi vivi. Diceva: “Hanno scelto da che parte stare, e quella scelta mi ha fatto capire che anche le mie contano”. Non l’ha letto da nessuna parte. L’ha capito. E in commissione ci siamo guardati: è questo il punto.

Un altro ragazzo, timido, con la voce bassa e lo sguardo fisso sul tavolo, a un certo punto ha alzato gli occhi e ha detto: “Se sono qui a parlare di chimica con un po’ di sicurezza, lo devo alla mia professoressa del biennio. Non mi ha mai fatto sentire sbagliato. E da lì ho deciso che volevo fare qualcosa per gli altri”. Non so se studierà Medicina o Scienze dell’educazione o Psicologia. Ma so che ha già scelto una facoltà per le relazioni d’aiuto. E so che quella scelta è nata dall’emulazione di un insegnante. Non da un test orientativo. Da una persona.

Ecco. Questo è il nuovo orale. Non un esame che chiede solo cosa sai, ma uno spazio in cui può affiorare chi stai diventando. I valori. I modelli. Le scelte ancora incerte ma già orientate. L’apertura alle lingue come chiave per viaggiare. La volontà di fermarsi un attimo prima di ripartire. Cose che la vecchia busta non avrebbe mai pescato. Cose che il Curriculum, invece, ha fatto emergere con naturalezza.

Dopo il racconto, la prova vera

Attenzione: chi immagina un orale trasformato in seduta di autocoscienza si sbaglia. Superata la fase iniziale — che il ministro stesso ha definito “molto dialogica” — l’esame entra nel vivo. Le quattro discipline scelte annualmente dal Ministero arrivano sul tavolo, e la commissione, composta da due commissari esterni e due interni, ha il compito di verificare non solo ciò che lo studente sa, ma come ragiona.

Ed è qui che la riforma mostra il suo secondo volto. Le domande, come ci ha detto Valditara e come abbiamo sperimentato sul campo, non sono nozionistiche. Non chiedono la data o la formula. Chiedono di argomentare, di collegare, di sostenere una tesi. Il colloquio “mira a verificare l’apprendimento in ciascuna disciplina, la capacità di utilizzare e raccordare le conoscenze acquisite e di argomentare in modo critico e personale, nonché il grado di responsabilità e maturità raggiunto”. Parole del Ministero che in commissione abbiamo tradotto in uno sguardo diverso sui candidati: non imputati da interrogare, ma persone da ascoltare mentre dimostrano ciò che sanno fare con ciò che hanno imparato.

Il punteggio massimo resta 20 punti, con un bonus fino a 3 per chi raggiunge almeno 90 punti complessivi: un meccanismo che premia l’eccellenza senza trasformare l’esame in una corsa a ostacoli.

Educazione civica: non una materia, ma una lente

C’è un passaggio del colloquio che merita un capitolo a parte, perché è lì che la riforma Valditara mostra la sua anima più ambiziosa. A un certo punto dell’orale, dopo le discipline e dopo il racconto dell’esperienza FSL, arriva il momento dell’educazione civica. E qui ho visto qualcosa che non mi aspettavo.

Le linee guida volute dal ministro non la trattano come una materia aggiuntiva da schedare. La trattano come una lente attraverso cui leggere tutto il resto. Non esistono domande preconfezionate, uguali per tutti. Il colloquio attinge al curriculum di istituto — ai temi che quella scuola, quella classe, hanno davvero affrontato in questi anni: la Costituzione, la cittadinanza digitale, lo sviluppo sostenibile, la legalità. Argomenti che non si esauriscono in una definizione, ma chiamano in causa la postura con cui si sta al mondo.

Ed è stato proprio qui, sul terreno dell’educazione civica, che i valori emersi durante il racconto iniziale hanno trovato conferma. Quei riferimenti a Falcone e Borsellino non erano frasi fatte: erano il frutto di un lavoro fatto in classe, di un percorso didattico che aveva lasciato il segno. La scelta di una facoltà per le relazioni d’aiuto non era un’intuizione isolata: era il punto d’arrivo di un’educazione alla cittadinanza attiva che aveva insegnato a quei ragazzi che esistere significa anche prendersi cura. La volontà di viaggiare, di conoscere altre culture, di prendersi un anno per crescere prima di studiare non era una fuga: era l’esito coerente di un’idea di cittadinanza che non si ferma ai confini nazionali.

La commissione, quando fa bene il suo lavoro, non cerca la risposta esatta sull’articolo 9 della Costituzione. Cerca lo sguardo critico, l’esempio concreto, la consapevolezza. Cerca il futuro. E in quei quindici minuti di dialogo sull’educazione civica, il futuro l’ho visto. Aveva la voce di ragazzi che non recitavano un copione, ma restituivano ciò che la scuola aveva seminato.

La serenità non è un dettaglio

C’è una parola che ho usato all’inizio e su cui voglio tornare: serenità. Per anni abbiamo accettato l’idea che la maturità dovesse essere un rito di passaggio ansiogeno, una prova da superare con il batticuore e il caffè doppio. La riforma Valditara compie su questo punto un gesto quasi pedagogico: toglie allo studente la paura del vuoto. Non c’è più il terrore della busta sbagliata. Non c’è più l’incubo del nodo tematico che non si sa sviluppare. C’è un percorso personale da cui partire, un terreno conosciuto su cui appoggiare i primi passi del colloquio. E da lì, gradualmente, si sale.

Ho visto candidati emozionati, certo. Qualcuno con la voce che tremava. Ma non ho visto il panico. Non ho visto il vuoto mentale dello studente che fissa il foglio bianco dell’estrazione e sente il mondo crollare. Ho visto ragazzi che entravano preparati non solo sulle discipline, ma su se stessi. E questo fa una differenza enorme, non solo sul voto finale, ma sul significato stesso dell’esame: non una selezione impietosa, ma un passaggio. Un ponte.

Un esame che somiglia al futuro

Me ne sono convinto giorno dopo giorno, candidato dopo candidato. La forza di questa riforma non sta nei tecnicismi — che pure sono importanti e andranno monitorati nel tempo: il peso della condotta, l’equilibrio tra commissari interni ed esterni, la scelta annuale delle quattro discipline. Sta nella filosofia che la ispira. Un esame che comincia dalla persona e arriva al sapere, e non viceversa. Un colloquio che non chiede “cosa ricordi” ma “chi sei diventato, e cosa vuoi farne”.

Nella vita, fuori da qui, nessuno consegnerà a questi ragazzi una busta con un tema da svolgere. Chiederanno loro di presentarsi, di argomentare, di dimostrare cosa sanno fare. Il nuovo orale li allena esattamente a questo. Li prepara al mondo che li aspetta, non li giudica su un mondo che non esiste più.

La ceralacca

Alla fine dell’ultimo colloquio, mentre chiudevo il pacco con i verbali, i tabulati e le firme, mi sono ritrovato tra le mani la ceralacca. L’antico rito: il plico va sigillato, la cordicella incrociata, il timbro a caldo sulla cera fusa. Un gesto che sa di Ottocento, di regio decreto, di una scuola che non esiste più. Eppure, mentre premevo il sigillo e guardavo la cera raffreddarsi, ho pensato che quel gesto non era una nostalgia. Era un nodo. La ceralacca che chiude il pacco è la stessa che teneva insieme i registri dei nostri nonni, ma quello che sigillavamo dentro era radicalmente nuovo: i verbali di un esame che aveva smesso di spaventare e aveva cominciato ad ascoltare. I voti di ragazzi che non avevano recitato un programma, ma avevano raccontato una direzione.

C’è un filo, in quel passaggio di mano tra la cera antica e la scuola che abbiamo appena costruito, che dice più di qualsiasi riforma scritta sulla Gazzetta Ufficiale. Dice che cambiare non significa buttare via. Che si può innovare restando seri. Che si può sigillare un documento con lo stesso gesto di un secolo fa e dentro quel documento custodire il futuro — i sogni di chi vuole viaggiare, di chi ha scelto di aiutare, di chi si prende un anno per respirare, di chi ha imparato da Falcone e Borsellino che stare da una parte conta.

Per una volta, la maturità non è stata un muro. È stata una porta. E i ragazzi l’hanno attraversata con la schiena dritta. Io, dall’altra parte, chiudevo il pacco con la ceralacca. La scuola vecchia e la scuola nuova, nello stesso gesto. Esattamente come dovrebbe essere.