Luigi Marco Bassani, Ordinario di Storia delle Dottrine Politiche all’Unipegaso
Il 4 luglio e il 14 luglio sono date distanziate di 10 giorni nel calendario, di 13 anni illuministici (1776 e 1789) e separate da un oceano. Si tratta ovviamente delle festività più note dell’Occidente moderno, che riassumono due percorsi, due traiettorie, due modalità esistenziali del nostro mondo.
La prima, il 4 luglio, ha dato vita alla società di maggiore successo della storia umana e al più grande progresso scientifico, tecnologico e di libertà mai visto. La seconda ha avuto un esito ben diverso: in luogo di una traballante monarchia accusata di “assolutismo”, ha creato un culto dello Stato che nemmeno il Re Sole aveva osato sognare, una concentrazione di potere del tutto inimmaginabile nella prima età moderna, e ha prodotto compagini nazionali che, entrando in competizione tra loro, hanno scatenato le più grandi carneficine della storia.
La modernità non è un fenomeno unitario e la festa americana e quella francese lo esemplano trasparentemente. La storiografia identifica spesso un unico processo storico, entro il quale la formazione dello Stato, il capitalismo, il progresso scientifico e la crescita economica sarebbero aspetti complementari di una medesima trasformazione. Una visione molto europea e rassicurante, ma errata: le vie della modernità sono due, e il loro rapporto è di tensione, non di complementarità.
Da un lato vi è la modernità statuale: concentrazione del potere, centralizzazione amministrativa, unificazione di legislazione, fisco e forza militare, fino al monopolio della violenza su un territorio. Dall’altro la modernità economica e scientifica: libertà degli scambi, proprietà privata, iniziativa individuale, innovazione tecnologica, sperimentazione, accumulazione diffusa di conoscenza. Due logiche storiche e due forme della razionalità ben differenti, con buona pace di Max Weber.
Gli storici ci raccontano incessantemente che senza ordine politico, amministrazione efficiente, diritto uniforme e sicurezza giuridica il capitalismo non sarebbe nato, confondendo una soglia minima di ordine con il progressivo perfezionamento dell’apparato statale. Il fatto è che superato il livello essenziale, la costruzione dello Stato non favorisce il mercato, ma tende a distruggerlo.
Lo Stato, infatti, non si limita a garantire l’ordine, ma cerca di assorbire le risorse intellettuali, finanziarie e organizzative della società. Ogni progetto di centralizzazione richiede amministratori, giuristi, tecnici, apparati fiscali, eserciti permanenti, sistemi di controllo, burocrazie sempre più sofisticate e le energie migliori si dirigono verso il governo anziché verso la produzione della ricchezza, ossia il capitale politico cresce costantemente a scapito di quello sociale (basta osservare il Meridione, ossia l’area più statizzata dell’Occidente, per rendersene conto).
La contrapposizione fra le due modernità non riguarda solo la distribuzione delle risorse: investe il modo stesso di concepire la conoscenza. Lo Stato moderno nasce dalla convinzione che un centro razionale possa raccogliere informazioni sufficienti per governare un’intera società, la premessa del colbertismo, del cameralismo, del dirigismo, della grande amministrazione continentale e di ogni forma di totalitarismo. L’economia di mercato parte dall’idea che nessun individuo, nessun governo, nessuna amministrazione possieda le conoscenze necessarie per dirigere la società. L’informazione è dispersa fra milioni di individui e continuamente modificata dalle circostanze. Il mercato non elimina questa dispersione, ma se ne nutre, coordinando attraverso il sistema dei prezzi conoscenze che nessuna mente centrale potrebbe mai raccogliere. Lo Stato diffida naturalmente di ciò che non controlla. Il mercato prospera proprio grazie a processi che nessuno dirige, ossia a quella che Marx giustamente chiamava “la produzione anarchica”.
L’appuntamento con la modernità è stato vissuto fino in fondo sulle due sponde dell’Atlantico. Solo che non si tratta della medesima modernità.
La società più ricca e dinamica dell’Occidente non lo è nonostante l’incompletezza del suo apparato statuale moderno, ma proprio perché quella costruzione non è mai stata perfezionata. Dove invece la sovranità centralizzata ha trionfato, lo spazio per la modernità del capitalismo si è ristretto.
Anche la crisi dell’Europa contemporanea nasce da questo: il continente ha investito enormi energie nella costruzione di un nuovo centro sovranazionale (armonizzazione normativa, proliferazione regolatoria, trasferimento di competenze a Bruxelles) interpretato come segno di progresso. Parallelamente la capacità innovativa europea sta scomparendo, l’imprenditorialità rallenta, gli investimenti si spostano altrove, l’innovazione scompare dai radar del continente. Non è una coincidenza, ma la riproposizione dello stesso schema storico: quanto più il centro si perfeziona, tanto meno spazio resta alla società. In breve, i travagli di cui si nutre il declino dell’Europa sono simbolicamente racchiusi dalla presa della Bastiglia.
Il 4 luglio, in sintesi, rappresenta sia l’indipendenza delle colonie, sia la promessa di emancipazione della società dallo Stato, mentre il 14 luglio è l’emblema di una modernità interamente gestita dallo Stato moderno, le cui illuminatissime burocrazie decideranno quanti gradi di libertà lasciare alla società civile.
Se nella storia americana le promesse del 4 di luglio sono state non di rado disattese, la storia europea – segnatamente quella continentale – si è invece dimostrata quasi sempre fedelissima propaggine del sogno giacobino di affidare a una piccola minoranza il compito di guidare la comunità politica, forzando l’orizzonte della storia.
