Il suicidio assistito delle gemelle Kessler ha riproposto – con apparente delicatezza narrativa, ma, in effetti, con estrema durezza contenutistica, supportata da una notevole energia mediatica e simbolica, per lo più ‘tanato-sensibile’, per non dire proprio ‘tanato-fila’ – il tema del ‘fine vita’ e delle sue implicazioni etiche, psicologiche e culturali. Alice ed Ellen Kessler, note come le ‘gemelle più amate d’Italia, hanno optato per una fine congiunta, che hanno voluto e costruito speculare alla loro nascita altrettanto ‘simbiotica’, a seguito di una capillare pianificazione del loro ultimo respiro, facendo leva su quella legge tedesca che, a partire già dal 2020, consente il suicidio assistito a chi è pienamente capace di intendere e di volere. La vicenda, che apre, ancora una volta, una ferita già di per sé profonda e collocata nel cuore stesso della sensibilità culturale italiana (soprattutto perché proprio nel Bel Paese manca una legge dedicata all’argomento in questione), si presenta come piattaforma storico-cronachistica idonea per sollevare interrogativi legittimi tanto sul significato della dignità umana quanto su quello della libertà individuale e del ruolo dello Stato nella regolazione e gestione del fine vita (quando è ancora possibile che sia) intenzionale. Continua a leggere