Giovanni Paolo Deriu, già professore ordinario e prorettore dell’Università di Padova
Duemila professori universitari europei hanno firmato un appello riprendendo una mozione di una dozzina di paesi che evidenziava la necessità di iniziative UE per accogliere i ricercatori di Universita’ americane vessate dal regime dispotico di Trump. Questo il messaggio buono: l’invito all’Europa di stanziare 100 miliardi destinati alla ricerca permettendo a ciascun paese di utilizzare fondi escludendoli dal patto di stabilità per attrarre nelle sue Università grandi ricercatori e cervelli eccellenti dalle università straniere. Passiamo al messaggio completamente fuorviante che l’appello contiene. Si dice che “l’amministrazione Trump taglia i contributi alle università che non sono d’accordo con lui e i grandi professori perseguitati nella loro libertà di ricerca ed espressione vogliono fuggire da quel paese fascista, approfittiamo dell’occasione e prendiamoli noi!”. Per ragioni di sintesi non è opportuno soffermarsi sul particolare che sono state fatte addirittura comparazioni con la fuga dei cervelli dalla Germania durante il nazismo e con l’America di McCarthy. Ebbene, l’appello e la mozione sono premeditatamente scorretti, tesi a disorientare chi non ha tempo o voglia di approfondire. In realtà basta leggere Luca Ricolfi o Federico Rampini, certamente non tenero con Trump, per conoscere con certezza la completa verità. Il taglio dei contributi federali ad Harvard e altre università americane è legato alla politicizzazione estrema degli istituti privati nel mirino. La deviazione ha raggiunto un grado di degenerazione tale da provocare una discriminazione assoluta nei confronti di docenti, corpo accademico e studenti anche semplicemente tiepidi o disinteressati nei confronti della disastrosa cultura woke, cui è stato collegato anche un sentimento antisemita inaccettabile. La situazione viene, al contrario, descritta nella maniera seguente da “Rebrain Europe”: “ingerenze di Trump in ammissioni, assunzioni, contenuti didattici e gerarchie istituzionali”. A questo punto mi sia consentita una digressione storica.
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Ho assistito a due rivoluzioni culturali nel corso della vita. La prima si è esaurita lasciando comunque tracce rilevanti nei cambiamenti indotti nella società. Non pretendeva un adeguamento della maggioranza silenziosa ai suoi principi di libertà, assoluta anche sotto il profilo spirituale e sessuale, e ad altre tendenze: il ritorno alla natura, pace e fratellanza, ripudio ad ogni costo della guerra ( erano gli anni del Vietnam), lotta all’intolleranza soprattutto razziale, l’uso di droghe e tutta la restante coorte della filosofia hippy. Era adeguata ai tempi e ha perso appeal degenerando nei movimenti sessantottini europei, ma ha lasciato una traccia notevole forse non percepita che permane nella società civile. Nell’ultimo decennio si è fatta strada un’altra iniziativa sempre partita dagli USA: apparentemente rivoluzionaria, in realtà non è che una degenerazione di una tematica già venuta alla luce di fatto e già messa a fuoco e sviluppata sessant’anni orsono :quella dei .diritti civili dei diversi dalla maggioranza della popolazione. La richiesta degli appartenenti ai movimenti LGBT, che hanno cessato di essere ridicolizzati insultati aggrediti e anche discriminati per la loro diversità dai componenti della maggioranza dei benpensanti, è stata accettata e la loro battaglia è stata vinta. Questa fetta di cittadini è ormai accettata in seno alla società dei paesi occidentali. Nessuno ormai pretende che rinuncino alla loro identità e il seme piantato dal movimento dei figli dei fiori ha dato il suo frutto. All’inizio del nuovo secolo è tuttavia sopraggiunta un’ anomalia che è quella che ha portato alla degenerazione nelle università private per questo prese di mira da Trump: la pretesa che la diversità minoritaria diventi regola per tutti e sparisca quindi assimilando la maggioranza. Un ribaltamento in pratica della situazione esistente nei tempi in cui il coming out non esisteva e le inclinazioni sessuali diverse da quelle normali (comuni alla maggioranza) erano considerate un difetto o un peccato. Questa teoria della sopraffazione ha trovato terreno di coltura idonea collegandosi con altre posizioni minoritarie come quelle che propugnano la cancellazione dei segni della storia e tutte le altre amenità e masturbazioni intellettuali che vanno sotto il nome di cultura woke. Atteggiamenti accolti e assimilati nell’ampio panorama cosiddetto progressista. L’equiparazione meritocratica senza tener conto di colore della pelle, religione, convinzioni, sesso e inclinazioni sessuali non è stata ritenuta più sufficiente e ha spinto frange intellettuali della sinistra a tentare di ribaltare la vecchia divisione trasformando gli antichi discriminati in nuovi soggetti discriminanti nei confronti della maggioranza che li aveva incorporati accettandone la differenza. Un’ impresa naufragata negli USA, dove ha avuto origine politica legata a quella eredità impalpabile di lontane iniziative estreme ma di giusta rottura non comparabili con tentativi di demolizione strumentali e fini a se stesse.
Ritornando all’appello “Rebrain Europe”, sorge il forte dubbio che esso non sia collegato con la volontà di potenziare le università del vecchio continente con dei geni fuggitivi ma quello di accusare l’amministrazione Trump per ragioni politiche. I responsabili avrebbero potuto attaccarla riferendosi ad altre tematiche non condivisibili più appropriate e meritevoli di critiche nel campo economico, senza applicarsi maliziosamente per creare un esempio da manuale di postverità allo scopo di perseguire un risultato ideologico. In termini più espliciti, una domanda è lecita: lo scopo recondito dei nostri così detti progressisti è quello di trasferire anche nelle università europee le attività discriminatorie che il governo americano sta eliminando?

