Investimenti pubblici, sanità e istruzione: motori della crescita nei Paesi UE

Giorgio Lorenzo Colombo, Direttore Scientifico de CEFAT-Centro di Economia del Farmaco e delle Tecnologie Sanitarie, Università degli Studi di Pavia

Abstract
Negli ultimi anni, numerose evidenze empiriche hanno confermato l’elevato ritorno economico della spesa pubblica in sanità e istruzione, specialmente nei Paesi dell’Unione Europea. Tuttavia, in un contesto geopolitico instabile, cresce la pressione per aumentare la spesa militare, nonostante la sua limitata efficacia economica. Questo articolo analizza comparativamente l’impatto macroeconomico dei principali settori di spesa pubblica, con un focus sui moltiplicatori fiscali e sui ritorni occupazionali, sottolineando i rischi di un riequilibrio del bilancio a sfavore dei settori più produttivi. Le implicazioni per le politiche fiscali europee sono evidenti: investire in salute e conoscenza resta la strategia più efficace per una crescita sostenibile e inclusiva.

In un contesto economico segnato da pressioni sul bilancio pubblico, transizioni demografiche e incertezze geopolitiche, la riflessione sull’allocazione efficiente della spesa pubblica nei diversi settori si fa sempre più urgente. In particolare, i comparti della sanità e dell’istruzione rappresentano pilastri fondamentali per uno sviluppo economico sostenibile e resiliente, come dimostrano numerose evidenze empiriche emerse negli ultimi anni. Uno studio di Reeves et al. mostra che gli investimenti pubblici nella sanità e nell’istruzione sono tra i più efficaci nel promuovere la crescita del PIL: il moltiplicatore fiscale è pari rispettivamente a 4,32 e 8,24¹. In netto contrasto, la spesa per la difesa mostra un effetto negativo sulla crescita, con un moltiplicatore stimato a –9,8, suggerendo che ogni euro investito in quel settore riduce il PIL in modo netto. Questi risultati sono confermati da ulteriori analisi. Secondo la Banca d’Italia, il moltiplicatore della spesa pubblica può superare 1,5, contribuendo anche alla riduzione del rapporto debito/PIL del 2-3% nel medio periodo². Il Censis stima che ogni euro investito nel settore sanitario generi 1,84 euro di valore aggiunto e ritorni fiscali pari a circa 50 miliardi di euro³. Similmente, gli investimenti in istruzione incidono positivamente sulla produttività del lavoro, sulla coesione sociale e sulla mobilità intergenerazionale, fornendo una base solida per una crescita equa e duratura.

Tali evidenze sollevano interrogativi rilevanti di fronte alla crescente pressione politica per aumentare la spesa militare in Europa, con obiettivi che puntano al 2% del PIL secondo i criteri NATO. Sebbene l’urgenza geopolitica e la necessità di rafforzare la sicurezza europea non possano essere trascurate, è necessario sottolineare che dal punto di vista macroeconomico tali investimenti offrono rendimenti modesti, se non addirittura negativi. A differenza di sanità e istruzione, la spesa per la difesa non genera effetti moltiplicativi interni significativi: è spesso canalizzata verso grandi imprese a capitale concentrato, talvolta estere, e ha un impatto occupazionale limitato e settoriale.

Secondo Reeves, “la spesa per la difesa non stimola la domanda interna, non genera occupazione diffusa e non ha effetti positivi di lungo termine sul PIL”¹. Questa affermazione trova conferma anche nei dati empirici più recenti: in una fase di stagnazione o crisi, dirottare risorse pubbliche verso comparti meno produttivi può compromettere l’efficacia delle politiche anticicliche. Al contrario, aumentare la spesa in ambiti ad alta redditività sociale, come la salute pubblica e l’istruzione, ha mostrato di ridurre la durata delle recessioni e stimolare una ripresa più rapida⁶. La revisione sistematica di Masters et al. (2017) rafforza questo punto: gli interventi di sanità pubblica hanno un ritorno economico mediano di 14,3:1, con punte oltre 27:1 per le campagne nazionali di prevenzione⁴. Gli investimenti nella prevenzione, nei servizi territoriali, nell’educazione sanitaria e nella digitalizzazione del sistema rappresentano un chiaro esempio di “spesa buona”, capace di generare valore economico e sociale in tempi brevi.

Nel caso italiano, il PNRR prevede investimenti rilevanti in telemedicina, digitalizzazione sanitaria e assistenza territoriale, con un impatto stimato di +0,7% sul PIL entro il 2026, oltre alla creazione di 1,3 milioni di posti di lavoro⁵. Analogamente, le politiche per l’istruzione puntano a colmare i divari territoriali e di competenze, attraverso interventi sull’edilizia scolastica, sulla formazione tecnica e sulla transizione digitale dell’insegnamento. In entrambi i settori, si tratta di investimenti capaci di stimolare contemporaneamente l’occupazione, l’innovazione e la produttività. Tuttavia, l’efficacia di questi investimenti dipende dalla qualità della spesa. Progetti mal selezionati, scarsamente monitorati o non integrati in una strategia di lungo termine rischiano di ridurre l’impatto economico atteso fino al 40%². Occorre quindi una governance pubblica capace di valutare, progettare e monitorare gli interventi con rigore e trasparenza. In conclusione, la scelta di espandere la spesa militare sacrificando quella per sanità e istruzione si configura sempre più come una falsa economia. Non solo perché inefficiente dal punto di vista macroeconomico, ma perché rischia di erodere il capitale umano e sociale, vero motore della crescita nei Paesi avanzati. In un’epoca di transizione ambientale, demografica e tecnologica, investire in salute, conoscenza e coesione sociale è l’unico vero atto di difesa dell’economia europea. Le politiche pubbliche devono fondarsi su evidenze, non su pressioni esterne o retoriche emergenziali.

Bibliografia

  1. Reeves, A. et al. (2013). Does investment in the health sector promote or inhibit economic growth? Social Science & Medicine, 112, 20–29.
  2. Banca d’Italia (2018). Intervento del Governatore Ignazio Visco, Varenna, 22 settembre.
  3. Censis (2023). Sanità motore della crescita economica.
  4. Masters, R. et al. (2017). Return on investment of public health interventions: a systematic review. Journal of Epidemiology and Community Health, 71, 827–834.
  5. Osservatorio CPI (2023). Riforme e investimenti sanitari nel PNRR.
    Economia & Politica (2023). Moltiplicatori fiscali e sostenibilità del debito pubblico.