Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo di Stato Maggiore alla Difesa
Mentre probabilmente solo un grande ottimista intravedeva qualche spiraglio di pace nel conflitto in atto tra Israele e Hamas, la Casa Bianca ha reso noto un Piano che, ove accettato da entrambe le parti, dovrebbe portare alla immediata fine della guerra.
Un Piano che prevede da parte di Hamas la restituzione di tutti gli ostaggi, vivi e deceduti, nonché la distruzione di tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi, e soprattutto l’accettazione di non svolgere alcun ruolo nella futura governance di Gaza, né direttamente, né indirettamente, né in alcuna altra forma. E’ prevista altresì la grazia per tutti i membri di Hamas che si impegneranno a coesistere pacificamente e a smantellare le loro armi nonchè un passaggio sicuro verso i paesi di accoglienza per quelli che desiderano lasciare Gaza.
Per contro le Forze israeliane si ritireranno su una linea concordata per prepararsi al rilascio degli ostaggi e durante il relativo periodo, tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria, saranno sospese e le linee di battaglia rimarranno congelate fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni per il ritiro completo. Israele, a fronte della restituzione degli ostaggi a sua volta rilascerà 250 detenuti condannati all’ergastolo ed in più 1.700 abitanti di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre 2023, comprese tutte le donne e i bambini detenuti in quel contesto. Per ogni ostaggio israeliano le cui salme saranno restituite, Israele restituirà le salme di 15 abitanti di Gaza deceduti.
Nell’immediato è previsto il dispiegamento immediato a Gaza di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) temporanea, costituita da partner arabi e internazionali con la collaborazione degli Stati Uniti. Una Forza cui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) cederanno progressivamente il territorio di Gaza fatta eccezione per una presenza di sicurezza perimetrale che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Tale Forza addestrerà e fornirà supporto alle forze di polizia palestinesi controllate a Gaza , si consulterà a tal fine con la Giordania e l’Egitto e costituirà la soluzione a lungo termine per la sicurezza interna.
In successione, il Governo di Gaza sarà affidato ad un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione e il controllo di un nuovo organismo internazionale di transizione, il “Consiglio di pace”, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da annunciare, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Un obiettivo è sicuramente quello di avere una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non costituisca una minaccia per i suoi vicini.
Il Piano prevede inoltre che venga avviato un processo di dialogo interreligioso basato sui valori della tolleranza e della coesistenza pacifica per cercare di cambiare la mentalità e la narrativa dei palestinesi e degli israeliani, sottolineando i benefici che possono derivare dalla pace. Così come con il progredire della ricostruzione di Gaza e l’attuazione fedele del programma di riforme dell’Autorità Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, che viene riconosciuta come aspirazione del popolo palestinese.
Dall’accettazione del piano discende ovviamente l’immediato invio di aiuti completi nella Striscia di Gaza e il ripristino delle infrastrutture primarie (acqua, elettricità, fognature), degli ospedali e panifici e l’ingresso delle attrezzature necessarie per rimuovere le macerie e aprire le strade, senza interferenze da parte delle due parti ma “attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni internazionali” non associate né a Israele né a Hamas.
Prima di qualche considerazione personale, si riportano di seguito varie prese di posizione/dichiarazioni di autorevoli voci internazionali formali o informali.
Dato per scontato l’avallo del Premier israeliano Benjamin Netanyahu, stando a quanto riferito dal canale saudita Al-Sharq, Hamas avrebbe avanzato ai Paesi che costituiscono i mediatori tra le due parti di apportare alcune modifiche per avere garanzia circa il completo ritiro delle Forze Armate israeliane nonche’ su clausole relative al disarmo e sulla sua esclusione da ogni futura leadership palestinese. Si rimane in attesa di un annuncio formale sulla accettazione o meno del Piano.
Per la suddetta emittente in particolare il 30 settembre si sono tenuti incontri a Doha tra rappresentanti di Hamas e di Qatar, Egitto e Turchia, che in quanto favorevoli al Piano, avrebbero spinto per l’accettazione della proposta come riportato anche dal portale Axios.
Più di tutti, è rilevante il sostegno in linea di principio di Doha, che nei complessi e finora fallimentari negoziati tra Israele e Hamas fungeva da contraltare agli Stati Uniti come mediatore per conto del gruppo terroristico palestinese.
I tre leader della politica estera dell’Ue: Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Kaja Kallas esprimendosi favorevolmente sul Piano hanno “incoraggiato tutte le parti a cogliere ora questa opportunità”. In particolare l’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha sottolineato come il piano “offre la migliore possibilità immediata di porre fine alla guerra” e che l’UE è pronta a “sostenerne il successo” e che “Hamas deve ora accettarlo senza indugio, iniziando con il rilascio immediato degli ostaggi”.
Si sono espressi favorevolmente i governi di Regno Unito, Germana, Francia, così come hanno fatto i leader di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Indonesia, Turchia, Pakistan ed Egitto, che si sono detti pronti a cooperare con gli Stati Uniti per garantirne l’attuazione. Anche la Russia sembrerebbe a favore del piano.
Il premier spagnolo Pedro Sánchez, ha affermato che “la soluzione dei due Stati, in cui Israele e Palestina convivano fianco a fianco in pace e sicurezza, è l’unica possibile”. Gli ha fatto eco la portavoce del governo spagnolo Pilar Alegria in conferenza stampa al termine di un Consiglio dei ministri che ha dichiarato “La Spagna sempre sarà disposta a esplorare le vie per la pace”, “accogliamo con favore la proposta Usa” e faremo “tutto il possibile per ottenere un cessate il fuoco permanente, la liberazione degli ostaggi l’accesso degli aiuti umanitari” a Gaza.
La premier italiana Giorgia Meloni, si è espressa favorevolmente sulla “svolta” rappresentata dalla proposta americana, che “definisce un progetto ambizioso di stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo della Striscia di Gaza”.
A fronte di tutto ciò l’Onu ha ritenuto di dovere rappresentare di non essere stata coinvolta nell’elaborazione del Piano, quasi a voler prendere delle distanze dallo stesso senza peraltro esprimersi in modo favorevole o contrario.
Al di là di quanto precedentemente evidenziato si ritiene che il Piano nella sua più ampia interpretazione non costituisca un accordo di pace ma un nuovo disegno nei rapporti tra Stati in Medio Oriente. Le sue positive finalità possono essere costituite dal voler porre le basi da un lato per la fine delle ostilità intorno allo Stato di Israele, in continuità con i Patti di Abramo, e dall’altro dal sussistere dell’ ipotesi della nascita dello Stato di Palestina. Tali finalità appaiono comunque superiori come valore al fatto che non sussistano certezze all’autogoverno dei palestinesi nella Striscia e nessun veto esplicito alla annessione da parte di Israele della Cisgiordania ne previsioni sul futuro degli attuali insediamenti israeliani, da sempre uno degli ostacoli principali alla soluzione dei due Stati. Non è pertanto un caso che un funzionario a conoscenza delle deliberazioni di Hamas e altre fazioni ha detto alla Reuters che “accettare il piano è un disastro”, ma anche “rifiutarlo” sarebbe lo stesso.
Il Piano va in sostanza visto non guardando alle difficoltà di realizzazione ma con speranza ovvero come un ponte gettato su un fiume in piena ,dando piena fiducia a parole quali “dialogo interreligioso”, “valori della tolleranza e della coesistenza pacifica, per cambiare la mentalità e le narrazioni di palestinesi e israeliani “ quali elementi essenziali per una futura coesistenza pacifica in Medio Oriente non solo dei due Stati in questione ma di tutto lo scacchiere regionale.
