Il corso di filosofia per ufficiali dell’Esercito? A Bologna si è persa un’ occasione

Adriano Fabris, Ordinario di Flosofia Morale all’Università di Pisa

Nei giorni scorsi i media hanno parlato molto di filosofia. Il motivo, però, è stato molto poco filosofico: ha riguardato l’indisponibilità di un Dipartimento dell’Università di Bologna ad attivare un corso di studi in questa disciplina per gli ufficiali dell’Esercito italiano. Ne è sorta una polemica che – giustamente – si è concentrata sulle motivazioni ideologiche di questa scelta. Di fatto, però, si è trattato di un’occasione perduta. Si è perduta l’occasione sia per parlare di come la riflessione filosofica può contribuire a comprendere e a gestire la situazione attuale, sia per contribuire alla formazione di persone che, viste le responsabilità che devono esercitare, avevano riconosciuto l’utilità di acquisire anche questo tipo di competenza.

Io non ero in Italia quando questo episodio è stato oggetto di dibattito pubblico. Ero in Brasile, all’Università del Salvador, dove si è tenuta la riunione del direttivo della FISP, la Federazione delle Società internazionali di filosofia. La riunione aveva il compito d’impostare l’organizzazione del prossimo convegno mondiale di filosofia, che si celebrerà a Tokyo nel 2028. È il convegno che segue quello che si è svolto nell’agosto del 2024 a Roma. A esso avevano partecipato oltre 3000 filosofi di ogni parte del globo. Grazie a questo evento il ruolo della filosofia italiana era stato rilanciato in un contesto internazionale.

L’incontro all’Università del Salvador ha offerto però anche l’opportunità di fare il punto sulla situazione e sul ruolo attuale della filosofia, nelle sue varie articolazioni e nei vari luoghi del mondo in cui viene praticata. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, a e quanto predicano molti sostenitori del relativismo culturale, al di là dei vari interessi e delle diverse tendenze in ambito internazionale è emersa una complessiva unità di intenti. Certo, potrebbe sorprendere che di filosofia – una riflessione nata nella Grecia antica, anche grazie all’uso di una specifica lingua – si possa parlare legittimamente pure in Cina, in India, in Giappone, dove l’approccio alla realtà e la concettualizzazione della realtà stessa sono in parte diversi. Ma è proprio ciò che avviene. Infatti, nonostante la diversità di esperienze e di interessi, è il comune riferimento all’essere umano, alla sua condizione e ai suoi problemi, ciò che permette di trovare, potremmo dire, una comune “aria di famiglia” nelle forme di pensiero e nelle soluzioni sviluppate in varie parti del mondo. Ed è la consapevolezza di questo fatto che permette di attingere proficuamente a quanto i pensatori del passato hanno elaborato: si tratti di Aristotele o di Confucio, di Agostino o di Shankara. Fra l’altro, uno dei più grandi esperti di Platone a livello internazionale, oggi, è un giapponese.

Su questo sfondo, certo, determinate mode continuano a riproporsi. In prospettiva globale ha molto spazio la filosofia analitica, cioè quello stile di pensiero di matrice anglo-americana che, per la proceduralità che attribuisce all’esercizio del pensiero, risulta sinergico e utile rispetto agli attuali sviluppi tecnologici. Si ripropongono poi, in ambito filosofico, alcuni approcci storiografici e filologici che poco hanno a che fare con una riflessione che vuole affrontare questioni attuali. E sono tuttora presenti in certe zone del mondo – non solo nel Sud globale, ma anche in certe università nordamericane ed europee – elaborazioni filosofiche che rivendicano la specificità e l’inassimilabile differenza di certe esperienze, senza pensare ai conflitti che tale rivendicazione può provocare. Si tratta, però, solo di mode. E di esse, in molti casi, già si vede il declino. 

Qual è il ruolo, in questo quadro globale, qual è l’apporto della filosofia italiana?  Non è affatto secondario, non è espressione di una realtà provinciale. Pur se permane la tentazione di subordinarsi a tendenze filosofiche egemoni altrove, c’è una forte consapevolezza della nostra tradizione di pensiero. Si tratta di una tradizione antichissima, che ha le sue radici nella civiltà mediterranea e che si concretizza in una categoria specifica, quella di “Occidente”. L’Occidente non è però una gabbia in cui rinchiudersi, né una prospettiva specifica da coltivare o da salvaguardare. È invece il modo in cui, proprio da qui, ci si può aprire al mondo, imparare da ciò che altri stanno altrove elaborando e offrire loro il nostro specifico contributo. In ciò, d’altronde, la riflessione italiana non fa altro che seguire la linea di quanto proprio in Occidente è stato elaborato: l’idea del concetto, cioè la convinzione che quanto viene pensato in un determinato contesto è in grado di essere condiviso anche dagli altri, in tutti i contesti. La provenienza, insomma, non è la destinazione; il punto di partenza, inevitabilmente determinato, non è detto che sia anche quello di arrivo. Se fosse così, non ci sarebbe una filosofia globalmente condivisa, né avrebbe senso organizzare convegni mondiali di filosofia.

La riflessione filosofica, in sintesi, è al servizio di tutti. È al servizio di una crescita della conoscenza e di uno sviluppo delle nostre comunità, dell’Italia intera, di un sapere universale. Senza distinguo né discriminazioni. Per questo un episodio come quello dell’Università di Bologna, per come si è determinato ed è stato presentato, rischia di non essere un buon esempio. Ma è comunque smentito, fortunatamente, da altre esperienze e da altre pratiche.