La National Security Strategy: gli obiettivi del presidente Trump

Domenico Rossi, Generale, già Capo di stato Maggiore dell’Esercito

Il 4 dicembre 2025, il Presidente Donald Trump ha pubblicato la National Security Strategy (NSS) del 2025, un documento che rappresenta «una tabella di marcia per garantire che l’America rimanga la nazione più grande e di maggior successo nella storia umana e la patria della libertà sulla terra». A tal fine viene affermato che «gli affari di altri Paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi» ed in tale nuova direzione si sollecitano altri Paesi a non adottare «cambiamenti democratici o sociali che differiscono ampiamente dalle loro tradizioni e dalle loro storie».

Quale obiettivi il documento indica che “La sicurezza dei confini è l’elemento primario della sicurezza nazionale” e che “gli Stati Uniti devono avere un ruolo preminente nell’emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e prosperità, una condizione che ci consenta di affermarci con sicurezza dove e quando necessario nella regione”, fermo restando che “i termini delle nostre alleanze e le condizioni in base alle quali forniamo qualsiasi tipo di aiuto devono essere subordinati alla riduzione dell’influenza esterna avversaria, al controllo di installazioni militari, porti e infrastrutture chiave e all’acquisto di asset strategici in senso lato”.

Il nuovo documento strategico contiene pochissime critiche alla Russia e forse anche in virtù di questo indica di dovere «riequilibrare la relazione economica dell’America con la Cina, dando priorità alla reciprocità e all’equità per ripristinare l’indipendenza economica americana».
Washington individua infatti che il baricentro mondiale della crescita economica si è spostato verso est, e che occorre “competere lì” per “prosperare in patria”. Viene sottolineato il fatto di come vi siano stati “tre decenni di erronee supposizioni americane sulla Cina”, ossia che l’apertura dei mercati Usa, incoraggiare le imprese americane a investire in Cina e delocalizzarvi la produzione avrebbe favorito l’ingresso di Pechino “nel cosiddetto ‘ordine internazionale basato su regole’. Per questo “la Cina è diventata ricca e potente, e ha usato la sua ricchezza e il suo potere a proprio vantaggio”, con “le élite americane, attraverso quattro amministrazioni successive di entrambi i partiti politici, o complici volontarie della strategia cinese o in stato di negazione”.

Il documento evidenzia anche come al riassetto economico si deve accompagnare “un impegno costante e deciso sulla deterrenza per prevenire la guerra nell’Indo-Pacifico”, in quanto tale combinazione “può diventare un circolo virtuoso: una forte deterrenza americana apre lo spazio a un’azione economica più disciplinata, mentre un’azione economica più disciplinata porta a maggiori risorse per mantenere la deterrenza nel lungo periodo”. Per farlo, spiega la strategia, serve difendere l’economia Usa da “qualsiasi danno” come sussidi statali, politiche industriali deleterie, pratiche commerciali sleali, deindustrializzazione, furto di proprietà intellettuale e spionaggio industriale, minacce alle supply chain “che rischiano di compromettere l’accesso statunitense a risorse critiche, incluse quelle minerarie e le terre rare”, ma anche export dei precursori di fentanyl e “propaganda, operazioni di influenza e altre forme di sovversione culturale”.

In quest’ottica, la Casa Bianca intende trasformare il “Quad”, formato da Usa, India, Giappone e Australia, in un pilastro di sicurezza collettiva e cooperazione economica.

Dal documento inoltre si evince chiaramente che il Medio Oriente non è più una priorità per gli Stati Uniti stante la diversificazione delle fonti energetiche, in funzione delle quali vi era stato in passato il coinvolgimento americano nella regione. Parimenti non viene presa in esame la situazione in atto politica o militare della Corea del Nord.
Una parte decisamente rilevante sia per obiettivi sia per considerazioni è dedicata all’Europa.

Per quanto concerne il conflitto tra Ucraina e Russia, “L’amministrazione Trump si trova in disaccordo con funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche sul conflitto radicate in governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi democratici di base sopprimendo l’opposizione”. In questo contesto l’ “interesse fondamentale degli Stati Uniti è negoziare una cessazione delle ostilità rapida in Ucraina, per stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione indesiderate del conflitto, ristabilire la stabilità strategica con la Russia e consentire la ricostruzione postbellica dell’Ucraina, affinché sopravviva come Stato vitale”.

Proprio per il fatto che in relazione al conflitto molti Paesi europei considerano la Russia una minaccia reale gli Stati Uniti dovranno procedere ad un “ significativo impegno diplomatico statunitense, sia per ristabilire condizioni di stabilità strategica attraverso la massa continentale eurasiatica, sia per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei”.

In ogni caso l’Europa continua ad essere considerata strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti, sottolineando che il commercio transatlantico “è ancora uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana”.

Secondo il documento le “questioni più gravi che l’Europa deve affrontare includono le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e generando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità e fiducia nazionali”.

Gli Stati Uniti ipotizzano pertanto che, “se le tendenze attuali continueranno, il continente sarà irriconoscibile in vent’anni o meno”, e “non è dunque affatto certo che alcuni Paesi europei manterranno economie e forze armate abbastanza solide da restare alleati affidabili” per sottolineare “Vogliamo che l’Europa rimanga europea, che ritrovi la fiducia nella propria civiltà e abbandoni l’attenzione fallimentare alla soffocante regolamentazione”. Questo anche perché, chiosa il documento, l’Europa “è ancora uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana”, i settori industriali europei “restano tra i più solidi al mondo” e il continente ospiti “ricerche scientifiche d’avanguardia e istituzioni culturali di livello mondiale. Non possiamo permetterci di abbandonare l’Europa: farlo sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia”.

Soltanto la «crescente influenza dei partiti patriottici europei offrirebbe motivo di grande ottimismo», secondo il documento: poiché anzi, entro pochi decenni al massimo, sarebbe plausibile che alcuni Stati membri della NATO diventeranno a maggioranza etnica non europea, il NSS si chiede se il modo in cui vedranno il loro posto nel mondo e la loro alleanza con gli USA resterà lo stesso di quando firmarono il trattato.

Il documento inoltre afferma che gli USA intendono «porre fine alla percezione — e impedire la realtà — della NATO come un’alleanza in espansione perpetua», invitando l’Europa a «assumersi la responsabilità primaria della propria difesa».

In estrema sintesi il documento afferma la necessità di una presenza militare più forte degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale per combattere l’immigrazione, la droga e l’ascesa di potenze avversarie nella regione con una visione basata sul principio di ”America first”. Con Africa e Medio Oriente che appaiono marginali negli interessi americani.
Un documento che non usa mezzi termini nei confronti dell’Europa, vista come una civiltà in declino, arrivando ad esortare le singole nazioni a resistere all’influenza dell’Unione Europea, anche nella considerazione che tale declino non è basato solo sui dati economici ma soprattutto dalla prospettiva, ancora più seria, di una “cancellazione della civiltà”.
A tutto ciò si è aggiunto anche Elon Musk che con un tweet sulla sua piattaforma X: «l’Unione europea deve essere abolita e la sovranità restituita ai diversi Paesi in modo che i governi possano meglio rappresentare i popoli dei Paesi».

La risposta dell’Europa è molto chiara: «Quando si tratta di decisioni che riguardano l’Unione europea, queste vengono prese dall’Unione europea, per l’Unione europea, comprese quelle che riguardano la nostra autonomia normativa, la tutela della libertà di espressione e l’ordine internazionale fondato sulle regole». «Il partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti insieme».

Certo è che l’Europa deve cogliere l’opportunità di tendere ad una reale coesione economica, politica e militare nonché darsi procedure che consentano decisioni rapide e non vincolate, almeno per alcuni settori, all’assenso di tutti i paesi membri, pena il vero rischio di diventare sempre meno rilevante nel contesto globale.