Noemi Sanna
Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono una delle più aberranti forme di violazione dei diritti umani. Consistono nella rimozione, totale o parziale, degli organi genitali femminili esterni o altre pratiche analoghe senza alcuno scopo terapeutico. Sono praticate sul corpo di bambine generalmente prima della pubertà, spesso subito dopo la nascita.
Diffusione del problema
Si stima che al mondo vivano oltre 230 milioni di donne che hanno subito mutilazioni. Una pratica particolarmente diffusa nel continente africano, con una incidenza che in molti paesi supera l’80%, ma che è presente anche in Asia, Medio Oriente, Indonesia, America Latina. Il fenomeno, trascinato dal flusso migratorio, si è diffuso in tutto l’occidente e lo si riscontra in Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda (OMS, UNICEF, UNPA). Un recente report del ministero della famiglia tedesco registra in Germania un aumento del fenomeno, dal 2017 ad oggi, del 44% raggiungendo i 68.000 casi. Analogamente 125.000 casi si registrano in Francia e circa 90.000 in Italia.
I dati relativi all’Europa risentono di sottostima strutturale trattandosi, per gran parte, di un fenomeno occulto celato dietro l’omertà condivisa dei protagonisti. La sorveglianza epidemiologica è assai carente e si riscontra una grossa quota di eterogeneità tra diversi stati nella definizione e rilevazione del fenomeno. Malgrado i limiti metodologici riferiti si parla di oltre 600.000 donne che hanno subito una mutilazione e più di 190.000 ragazze a forte rischio di doverla subire con un incremento di circa il 40% dal 2017 ad oggi (End FGM European Network 2024). Non si può negare che in Europa esista una presenza conclamata della pratica che cresce con l’aumento di flussi migratori e che sta diventando un problema sociosanitario di portata globale.
Sequele psichiatriche e socio relazionali
Le MGF definiscono una violenza interpersonale precoce ad alto impatto, con effetti che configurano la Sindrome del Trauma Complesso con dissociazione, disregolazione emotiva, disturbi gravi dell’umore e ansia accompagnati a sentimenti di impotenza, colpa introiettata, condotte suicidiarie. L’impatto delle MGF, tuttavia, va oltre la dimensione individuale, estendendosi alla sfera familiare, comunitaria e transgenerazionale, fatto che renderebbe necessario un approccio clinico e di sanità pubblica integrato.
Il danno alla sfera sessuale è devastante. Non si limita alla disfunzione anatomica che ostacola ogni rapporto intimo, ma investe l’identità, il desiderio e la capacità di costruire relazioni basate su reciprocità e fiducia. Eccede la dimensione individuale ed investe la sfera relazionale ed è fortemente lesivo della libertà con cui la donna vive il proprio corpo e la sua intimità, con cui costruisce assertivamente i propri legami affettivi e con cui afferma la sua stessa libertà. Si crea una frattura strutturale tra corpo, affettività e desiderio: il corpo è vissuto come oggetto che appartiene ad altri, l’affettività come ambivalente o pericolosa e il desiderio è scisso o silenziato. Questa frattura ostacola grandemente la costruzione di una identità adulta stabile.
Importanti sequele socio-relazionali profonde sono rappresentate da isolamento sociale e solitudine esistenziale in cui vergogna o timore di stigmatizzazione hanno il loro peso. Ma, ancora più grave è, per queste donne, l’essere state private della libertà di fare valere i propri diritti sociali. Questa perdita di agentività, ovvero di essere protagonista della propria storia, è il danno più profondo ed insanabile che la mutilazione della funzione sessuale porta con sé.
Gli esiti psichici transgenerazionali sono legati anche alle alterazioni della funzione materna che insorge nelle vittime di MGF. Iperprotezione, eccessivo distacco nel rapporto con i figli o totale rinuncia alla maternità, forti sentimenti di ambivalenza nei confronti delle figlie femmine che dovranno subire la stessa pratica e trasmissione intergenerazionale della violenza anche quando non si ripetesse la mutilazione.
Il Controllo
Le MGF agiscono come strumento di controllo sociale di genere, un controllo violento e brutale che sancisce la differenza di forze e la prevaricazione istituzionalizzata di un genere sull’altro. Il corpo delle donne non è più il loro luogo privato, ma appartiene ad altri, agli uomini della comunità e ad un intero sistema sociale. Il controllo della sessualità, della fertilità, del desiderio garantiscono l’obbedienza di chi le subisce. La ripetizione rituale attraverso le generazioni normalizza la violenza che diviene destino: l’obbedienza assoluta non ha più bisogno di essere imposta ma viene interiorizzata, la libertà di autodeterminazione è inimmaginabile. La resa in schiavitù è compiuta. Sono donne imprigionate in una dimensione psichica personale e socio relazionale fortemente condizionate dal trauma complesso subito che le priva totalmente della libertà di decidere del proprio destino. La mutilazione è il marchio che ne sancisce la schiavitù e l’asservimento ad un padrone.
Ma il nucleo regolativo più autentico è il controllo sociale che le MGF esercitano sulla intera comunità. Il controllo della sessualità diviene fondamento dell’ordine sociale e il corpo delle donne il luogo in cui la comunità iscrive la propria legge, trasformando la violenza in norma e l’appartenenza in obbligo inalienabile. Il corpo femminile martoriato diviene un simbolo identitario, è il linguaggio della legge, una legge non negoziabile perché scolpita per sempre, di generazione in generazione, sul corpo delle donne. Il potere di controllo agisce attraverso l’incorporazione della norma nel corpo femminile, producendo autodisciplina e appartenenza senza necessità di coercizione costante.
Il ruolo attivo delle donne
Per quanto possa sembrare incredibile sono proprio le donne anziane della comunità, e non gli uomini, che vigilano, sorvegliano e giudicano divenendo agenti della norma ed esercitando materialmente la mutilazione. Saranno le stesse bambine violate, una volta diventate adulte, a deturpare nel corpo e nella mente altri giovani donne che, a loro volta, renderanno vittime altre donne. Viene reiterata nel tempo una pratica misogina, atroce e disumana imposta dalla cieca osservanza di una cultura maschilista che impiega la violenza per esercitare il totale controllo sull’altro sesso. Una cultura che ha costruito un corpus di censure sociali e di controllo che non solo impedisce alle loro donne di ribellarsi, ma le rende responsabili in prima persona delle ingiurie, violente e atroci, portate alla loro stessa natura di donne attraverso pratiche trasmesse di generazione in generazione dalle donne sulle donne.
Le reazioni del mondo occidentale.
Sul piano normativo il mondo occidentale fa propria la condanna esplicita delle MGF che ne fanno gli organismi sovra nazionali. Ne riconosce il significato di violazione dei diritti umani e di reato contro la persona con l’aggravante della violenza di genere e della minore età. Non sembra tuttavia sufficientemente attrezzato per contrastarle concretamente e offrire un accesso di reale protezione alle vittime sia sul piano dei servizi giuridico-sanitari che di prevenzione. Manca, infatti, un modello coerente di intervento che possa integrare organicamente tutte le dimensioni del problema. La tutela giuridica, la presa in carico sanitaria e il riconoscimento del danno, il controllo del territorio, l’analisi culturale critica e obiettiva e la prevenzione partecipativa della comunità e delle stesse donne sono i presupposti indispensabili, nessuno dei quali è sufficiente da solo, per trasformare la condanna formale in protezione effettiva di tante donne e bambine. Ma sono, il più spesso, disattesi.
Il silenzio delle femministe
Il mondo femminista occidentale di fronte a tanta violazione dei diritti di una parte dell’umanità che lo riguarda così da vicino, appare stranamente prudente e silenzioso. Ma, qualunque sia la ragione, si tratta di un silenzio gravido di conseguenze non certamente a vantaggio delle donne vittime di mutilazioni.
Innanzi tutto, è come se le vittime fossero costrette al silenzio un’altra volta. La loro sofferenza non ha valore e il messaggio sottotraccia è che si tratta di una sofferenza non utile politicamente. Il trauma è rimosso, come è rimosso il danno che ne deriva e ogni problematica sanitaria. I diritti vengono relativizzati e perdono il loro significato universale. Quando i diritti sono negoziabili non sono più diritti. Il vuoto lasciato dal silenzio delle donne è occupato da altre voci che hanno meno a cuore il loro benessere, compresa la voce di quella cultura patriarcale causa del problema che in tal modo può rinsaldare le sue posizioni egemoni.
È un femminismo che tradisce sé stesso che rinuncia alla sua vocazione di rompere silenzi scomodi e di chiamare la violenza con il suo nome. Le femministe che non si schierano a fianco delle donne che subiscono le MGF stanno facendo, comunque, una scelta di campo finendo per schierarsi dall’altra parte.
Il paternalismo progressista
Analoghe contraddizioni si riscontrano in buona parte degli ambienti progressisti accademici, in permanente assetto difensivo collettivo per fare fronte ai conflitti generati da colpa storica, aggressività rimossa e bisogno di riparazione nei confronti di popoli ex colonizzati o schiavizzati dall’uomo bianco (cultura Woke). Un atteggiamento divenuto nel tempo eccessivamente rigido che rischia di sfociare in forme di riparazione maniacali: riparare tutto, riparare subito e senza il filtro di elaborazione più profonda delle colpe e delle responsabilità. Oggi assistiamo a una deriva manichea della cultura woke in ogni campo dello scibile umano, arrivando persino alla insensata difesa di pratiche come le MGF la cui condanna viene attribuita esclusivamente a stereotipi occidentali dal sapore razzista. Ed è su questi così detti pregiudizi del mondo occidentale che viene deviata l’attenzione e spostata la condanna.
Il termine mutilazione è eufemisticamente sostituito da definizioni che pongono l’accento su aspetti tecnici (pratiche genitali femminili per esempio) in modo da poter trasfigurare una delle più crudeli violenze in una innocente usanza, patrimonio di una cultura differente, ma non per questo pregiudizievole. Ma è solo un modo per distorcere la percezione della realtà confondendo il vero con il falso, un modo di manipolare il pensiero altrui così da poterlo meglio influenzare a proprio vantaggio, un modo di attribuire alle cose del mondo nuovi significati etici.
Le solite anime belle che negano l’orrore perché troppo perturbante della loro confort zone. Ma non possono sfuggire al giudizio della storia che condannerà, senza appello, la disonestà intellettuale di chi, con stucchevole paternalismo, cambia il senso delle parole per negare l’esistenza di un efferato delitto che si realizza sotto i loro stessi occhi. Persone prive del coraggio etico di difendere i deboli perché troppo occupate a schierarsi con i prevaricatori. Persone che arrivano a tollerare uno dei delitti più aberranti contro l’umanità derubricandolo a livello di nota folkloristica. Criminali essi stessi perché complici attivi di chi compie materialmente il reato. Ancor peggio perché di questa loro attitudine criminale ne fanno un manifesto politico.

