Ucraina, Groenlandia, Iran: teatri di crisi in rapida evoluzione

Domenico Rossi, Generale, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito

La caratteristica attuale dell’evoluzione geopolitica è la sua rapidità con la conseguente difficoltà ad  un tempestivo aggiornamento, di seguito riferito ai principali aspetti di possibile  interesse strategico.

La situazione tra Ucraina e Russia ancora una volta si presta ad una duplice interpretazione di speranze e timori. Si deve pendere atto che mentre sul campo non si registrano grandi successi russi  in generale  la strategia di colpire in modo continuo e indiscriminato obiettivi strategici civili e militari ed in particolare quelli energetici sta portando l’Ucraina al collasso.

Questo per effetto  della conseguente impossibilità di rifornire di corrente elettrica e riscaldamento la popolazione nonché degli effetti di un inverno particolarmente freddo. Da qui addirittura una tregua concessa dai russi  di pochi giorni proprio su questi ultimi tipi di bombardamenti su Kiev.

In ogni caso c’è da registrare positivamente gli avvenuti incontri tra il presidente russo Vladimir Putin e  l’inviato speciale del presidente proprio degli Stati Uniti Steven Witkoff e soprattutto quello  trilaterale  ad Abu Dhabi  tra rappresentanti di Ucraina ,Russia e Stati Uniti che sarà prossimamente reiterato,in quanto non si può non tenere conto che le parti in causa finalmente in modo diretto o indiretto si confrontano.

Non si può comunque sottacere il fatto che la posizione russa appare al momento irremovibile rispetto a quelle che sono state le iniziali pretese sul Donbass e che tutto ciò è stato finora decisamente rifiutato dall’Ucraina. Peskov ha nuovamente richiamato la cosiddetta «formula di Anchorage», ovvero il presunto accordo tra Vladimir Putin e Donald Trump discusso in Alaska lo scorso agosto nel quale i due presidenti si sarebbero accordati sulla cessione della parte di Donetsk che gli ucraini ancora controllano.

E’ possibile quindi che vi possa essere un compromesso tra le parti? Difficile ipotizzarlo. Sicuramente per ora rimane inascoltato il Presidente Ucraino nella sua richiesta di voler parlare del punto direttamente con Putin. C’è da considerare che indubbiamente gli aspetti territoriali sono strettamente connessi con il futuro rispetto della sovranità nazionale ucraina, unitamente  alle garanzie di sicurezza ucraine e europee.

Non è un caso  che il Consiglio europeo nel votare  a favore dello stop all’importazione del gas russo entro il 2027 abbia riaffermato il sostegno all’adesione “rapida” dell’Ucraina all’Unione, elemento che  dovrebbe essere inserito all’interno delle garanzie di sicurezza previste nel futuro accordo di pace. Ciò differenza dell’ingresso nella Nato, che come ha ribadito il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, «non è sul tavolo».

Per quanto concerne l’evoluzione del processo di pace tra Israele e Hamas, è stata finalmente recuperata  la salma dell’ultimo ostaggio israeliano che si trovava nella Striscia di Gaza. Un ritrovamento che di fatto costituiva il vero impedimento  all’inizio della fase due del piano di pace e alla fondamentale  riapertura del valico di Rafah e che per  Hamas ha costituito  la  conferma dell’ “impegno a rispettare tutte le richieste dell’accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza”.

Fatta questa  premessa ,occorre registrare una ulteriore evoluzione positiva quale la nascita ufficiale il 22 gennaio  a Davos del “Board for Peace”, l’organismo voluto da Donald Trump principalmente per la gestione della crisi di Gaza e la sua ricostruzione. La cerimonia di firma aperta dallo stesso presidente degli Usa si è tenuta a margine dei lavori del World Economic Forum. Hanno aderito al Board vari Paesi quali: Israele, Russia, Belorussia, Argentina, Azerbaigian, Armenia ,Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Marocco, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda l’Europa  sono rimaste fuori Nazioni quali Regno Unito, Germania, Francia e l’Italia ,per incompatibilità dello statuto del Consiglio con lart’11 della Costituzione, a fronte di adesioni come  l’Ungheria.

E’ da notare come contemporaneamente alla firma Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, si trovava a Mosca, da Putin che ha dichiarato  “Siamo pronti a destinare un miliardo di dollari alla nuova struttura, soprattutto per sostenere il popolo palestinese”. A  Davos gli statunitensi hanno evidenziato che i colloqui di pace tra Russia e Ucraina si sono ormai “ridotti a un unico tema” – il nodo Donbass. Per questo  l’adesione russa al Board potrebbe essere letta anche come un  avvicinamento alle posizioni statunitensi, maturato in una logica di scambio strategico, funzionale a sbloccare la partita sul controllo del territorio conteso.

In ogni caso la novità è rappresentata dalla riapertura ancorchè parziale del valico di Rafah. Infatti il’1 febbraio  il Cogat, l’organismo del ministero della Difesa israeliano che coordina gli affari civili palestinesi, ha dichiarato: “In conformità con l’accordo di cessate il fuoco e una direttiva del livello politico, il valico di Rafah è stato aperto oggi per un passaggio limitato ai soli residenti”.  L’ingresso e l’uscita “saranno consentiti in coordinamento con l’Egitto, previa autorizzazione di sicurezza delle persone da parte di Israele e sotto la supervisione della missione dell’Unione Europea”. Un valico  rimasto chiuso da quando le forze israeliane ne hanno preso il controllo nel maggio 2024 durante la guerra con Hamas, a parte una breve e limitata riapertura all’inizio del 2025.

In sostanza , pur con tutte le perplessità ,stante i noti requisiti finanziari chiesti  per entrare nel Board for Peace, il piano sta progressivamente prendendo forma e l’apertura ancorché parziale del valico di Rafah  autorizza tiepidi barlumi di speranza.

Per quanto riguarda la Groenlandia, come noto Donald Trump ha sottolineato l’«assoluta necessità» che gli USA la controllino delineando varie ipotesi come una  plateale offerta di acquisto, una ipotetica conquista territoriale e minacciando  nuovi dazi. Una situazione anche paradossale ove si consideri che la politica estera e la difesa della Groenlandia  rimane all’interno della sovranità danese,  Paese membro della  NATO.  

Il motivo di questo conclamato interesse è dovuto alla notevole modifica dell’importanza politica e strategica del Paese. Ciò intanto perché l’isola è  un altissimo contenitore di risorse naturali, che si stanno progressivamente rendendo fruibili. Dal petrolio e gas naturali alle “terre rare”  ovvero a quei minerali indispensabili per l’industria informatica e la transizione ecologica. Come ha scritto l’Economist, l’isola possiede riserve per 43 dei 50 minerali considerati “critici” dal governo americano, con una stima di disponibilità di 42 milioni di tonnellate.

La rilevanza maggiore peraltro deriva dagli effetti che si produrranno con le macro-trasformazioni del clima planetario. Nell’arco di due decenni, secondo uno studio della Brown University, vaste aree limitrofe al Circolo Polare Artico resteranno prive di ghiaccio rendendo almeno  in parte utilizzabili per mesi  nuove rotte marittime,quali: la   North West Passage (NWP), che connette Oceano Pacifico e Oceano Atlantico passando vicino a Canada e Alaska, la Northern Sea Route (NSR) che costeggia la Federazione Russa e l’Europa scandinava e finanche  la Rotta Transpolare (TSR) che taglia attraverso il Polo.

La possibile  navigazione artica ridurrebbe  i percorsi rispetto ai consueti passaggi di Suez o di Panama di circa il  50%,con evidenti convenienze economiche e con un nuovo  ruolo commerciale dell’isola, consentendo inoltre fruttuose sinergie in termini trasporto di materie prime e prodotti petroliferi.

In questo contesto, la Cina ha da tempo iniziato a sperimentare e investire sulle rotte artiche ed ha cercato di portare avanti progetti di esplorazione e sfruttamento minerario in Groenlandia, direttamente o indirettamente.

Da qui il timore USA che anche attraverso  questo tipo di operazioni economiche la Cina giunga a un controllo sostanziale dello spazio groenlandese o che quantomeno rafforzi in modo considerevole la sua presenza a qualche centinaia di miglia marine dalle coste nordamericane.

Sulla Groenlandia lo scontro tra Europa che aveva preso le piene difese della sovranità danese  e gli Stati Uniti   sembrerebbe essersi risolto dopo un incontro definito molto produttivo tra Trump e il  Segretario Generale della NATO, Mark Rutte. Trump ha dichiarato “ abbiamo definito il quadro di un futuro accordo sulla Groenlandia e, di fatto, sull’intera regione artica” ed ha proseguito  “Sono in corso ulteriori discussioni in merito al Golden Dome, in relazione alla Groenlandia” riferendosi al progetto di scudo spaziale e antimissile che prevede l’utilizzo dell’isola artica.

A fronte di questo presunto incontro peraltro non si puo’ sottacere che   Mette Frederiksen, primo ministro di Copenaghen abbia dichiarato come  “Possiamo negoziare tutti gli aspetti politici: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare la nostra sovranità. Sono stato informata che non è stato così“ aggiungendo  “Rutte non ha il mandato di negoziare per conto della Groenlandia o della Danimarca”.

In sintesi , è chiaro che  l’Artico è uno dei domini strategici del XXI° secolo e ciò non può che essere di comune interesse europeo e americano. L’obiettivo può essere conseguito nel rispetto del diritto internazionale per il tramite dell’Alleanza Atlantica.

Per ultimo in merito all’Iran, la situazione è ancora indefinibile e le ipotesi vanno da un accordo sul “nucleare” con gli USA ad un deciso, tempestivo e selettivo intervento americano. Questo anche tenuto conto del pericolo di destabilizzare gli equilibri regionali.