Riccardo Puglisi, Ordinario di Scienze delle Finanze all’Università di Pavia
Ci sono notizie che, più di altre, rivelano la dinamica sottostante al funzionamento delle istituzioni europee, e le voci sull’eventuale uscita anticipata di Christine Lagarde dalla presidenza della Banca Centrale Europea appartengono senza dubbio a questa categoria, in quanto illuminano, con una bella chiarezza quasi pedagogica, la gestione dell’intreccio tra elezioni nazionali, accordi tra stati e scelte di politica monetaria.
Ecco la questione: il mandato di Lagarde scade nell’ottobre del 2027, ma -poiché le elezioni presidenziali francesi si terranno nell’aprile dello stesso anno, e poiché Emmanuel Macron, come è noto, non potrà ricandidarsi- dimissioni anticipate permetterebbero a quest’ultimo di gestire la partita federale e confederale della scelta del prossimo presidente della BCE. Chi non ama i sovranisti, chi non ama il rischio e chi non ama entrambi potrebbero trovare particolarmente gradevole tale mossa della Lagarde, in quanto troncherebbe alla radice la possibilità di una scelta intergovernativa a cui partecipi un presidente francese di destra, per l’appunto sovranista e non necessariamente affezionato alla moneta unica europea.
Christine Lagarde è avvocato di formazione e di carriera, ma ha gradualmente potenziato le sue abilità da banchiere centrale, gestendo in maniera progressivamente convincente le aspettative degli investitori e dei rappresentanti politici europei. Come biasimarla dunque nel momento in cui si tratta di gestire in maniera “liscia” (smooth in inglese suona molto meglio, ma tant’è) le attese europee e globali sul presidente futuro della BCE? E dunque la sua eventuale scelta di anticipare la propria uscita non sarebbe da considerarsi un mero atto privato, né tantomeno un’anomalia, ma una decisione pienamente interna alla logica della politica monetaria: un “levare” oggi anziché aggiungere, con il fine di mantenere salde le condizioni future di credibilità della banca centrale.
Come accennavo sopra, il giudizio sulla sua presidenza merita di essere formulato con una misura che sfugga sia all’enfasi celebrativa sia all’eccesso polemico, e che riconosca invece come Lagarde abbia gestito in maniera più buona che discreta una delle sequenze più complesse nella storia della banca centrale europea, dallo scoppio della pandemia del Covid 19 all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e alla conseguente esplosione delle dinamiche inflazionistiche sia dal lato dell’offerta (prezzo del gas) che della domanda (ripresa fortissima dei consumi repressi dopo pandemia e lockdown).
Durante la fase più acuta del Covid, la BCE ha agito con una prontezza e una flessibilità largamente e fortunatamente maggiori rispetto a quanto accaduto con la crisi dei debiti sovrani all’incirca dieci anni prima. La politica monetaria è stata espansiva in maniera immediata ed estesa, agendo in maniera combinata con le autorità che governano e regolano la politiche fiscali: deficit espansivi rimasti liberi dall’inadatta architettura del Patto di Stabilità e Crescita, rimasto sospeso fino al 2024.
È vero, naturalmente, che la fase successiva, quella del ritorno dell’inflazione, ha colto la BCE in una posizione inizialmente troppo prudente, e che Lagarde stessa, come del resto molti altri banchieri centrali, ha inizialmente aderito alla diagnosi di una inflazione “transitoria”, destinata a riassorbirsi spontaneamente con il venir meno delle strozzature nelle catene di approvvigionamento; ma è altrettanto vero che questo errore di valutazione non è stato né isolato né specificamente europeo, dal momento che la Federal Reserve, sotto la guida di Jerome Powell ha seguito un percorso del tutto simile, ritardando anch’essa la svolta restrittiva, e trovandosi poi costretta a recuperare il tempo perduto con una sequenza di rialzi più rapida e più intensa.
Torniamo però alla questione iniziale, cioè il possibile exitus anticipato di Lagarde: qui emerge una prima, sottile ironia istituzionale, che riguarda non tanto Lagarde quanto il contesto politico in cui la sua eventuale scelta verrebbe interpretata. Perché una mossa percepita -a torto o a ragione- come opportunistica, cioè finalizzata a consentire a Macron di influenzare la scelta del suo successore prima di lasciare l’Eliseo, rischierebbe di alimentare esattamente quella narrativa sovranista che essa intende neutralizzare. Se l’elettorato francese, già diffidente verso le élite europee, dovesse convincersi che la BCE e il presidente uscente stanno furbescamente “giocando d’anticipo” per evitare un esito democraticamente sgradito, il risultato potrebbe essere solo apparentemente paradossale: non già la marginalizzazione, ma il rafforzamento politico del candidato del Rassemblement National (oggi con ogni probabilità Jordan Bardella) che troverebbe nella difesa della sovranità popolare contro le manovre delle tecnocrazie un argomento elettorale potente e, soprattutto, credibile (la credibilità non è solo appannaggio dei banchieri centrali!)
Il secondo, e forse più profondo, problema riguarda invece la BCE stessa, e la sua capacità di comunicare il proprio ruolo in un’Europa politicamente cambiata. Perché se è vero che una parte crescente dell’elettorato europeo si definisce “sovranista”, a mio parere non è affatto ovvio che questo implichi, automaticamente e necessariamente, il desiderio di abbandonare l’euro e di tornare alle monete nazionali. Tra il sostegno alla sovranità politica e il rifiuto della moneta unica esiste uno spazio intermedio, ampio e ancora largamente inesplorato, che le istituzioni europee e nazionali farebbero bene a non ignorare. Ma dato il fortunato caso di vivere dentro democrazie liberali, sono comunque i cittadini europei ad avere l’ultima parola anche su questo, nella misura in cui i partiti politici — vecchi e nuovi — avranno il coraggio di fare proposte serie, senza rifugiarsi né nel conservatorismo di chi difende l’esistente per inerzia, né nelle fughe in avanti irrealizzabili di chi promette rivoluzioni monetarie che sono facili da enunciare ma proibitivamente costose da realizzare.
