Singapore, dove il futuro è già arrivato

Vincenzo Vespri, Ordinario di Analisi matematica all’Università di Firenze

Sono rientrato da Singapore con una sensazione precisa: non di aver fatto un viaggio lontano, ma di essere tornato da qualche anno avanti nel tempo. Ero lì per vedere mia figlia e per collaborare con la SUTD – Singapore University of Technology and Design – un’università giovane, fortemente integrata con l’industria e con le politiche pubbliche. Ma ciò che più mi ha colpito è stata la percezione di una società in cui l’intelligenza artificiale non è un tema di ipotesi di convegno: è infrastruttura quotidiana. Silenziosa, pervasiva, operativa.

La prima evidenza riguarda la sicurezza. L’AI, combinata con riconoscimento facciale e una rete capillare di telecamere – strumenti che in Europa si scontrerebbero con i limiti del GDPR – contribuisce a ridurre la microcriminalità a livelli quasi nulli e ad abbattere i costi di polizia e magistratura.

Un episodio lo racconta meglio di molte statistiche. Alla fermata di Newton c’è un famoso food street market dove andavo a cenare. Un cartello invitava a fare attenzione: zona “a rischio”. Motivo? Cinque tentativi di borseggio nell’ultimo anno. Cinque.

Ho compreso meglio il livello di controllo una mattina a colazione. Un gruppo di turisti indiani si è seduto accanto a me occupando più sedie del necessario; una signora si è accomodata al mio tavolino senza chiedere permesso. Hanno iniziato a parlare a voce alta da un tavolo all’altro. Dopo pochi minuti, sono arrivati dei vigilanti. Con cortesia ma fermezza li hanno invitati a ricomporsi, a rispettare le regole di buona educazione, e si sono poi scusati con me per il disturbo. Non solo ordine pubblico: tutela del comportamento civile.

È giusto? Non è giusto? Non lo so. Il rischio di un “Grande Fratello” sarebbe enorme in un sistema non democratico. Ma è altrettanto vero che la possibilità per cittadini onesti di vivere tranquilli, per i bambini di giocare senza paura, per i delinquenti di non spadroneggiare è un bene primario. Libertà e sicurezza non sono grandezze indipendenti: sono in tensione permanente. E trovare l’equilibrio non è affatto semplice.

Il secondo aspetto che ho osservato riguarda il lavoro. L’AI sta riducendo la necessità di posizioni junior nei servizi. Non sostituisce – almeno per ora – i lavori manuali, né le posizioni apicali. Si colloca nel mezzo: nel territorio dei white collars, dei lavori intellettuali a creatività media, delle funzioni analitiche e amministrative. Ma è proprio lì che si costruiva l’ascensore sociale. Il percorso classico – junior, poi mid-level, poi senior – rischia di interrompersi. Se le aziende non formeranno più giovani in ingresso perché molte funzioni saranno svolte dall’AI, chi offrirà il primo gradino? Chi costruirà l’esperienza? Alla SUTD mi hanno detto che le università si stanno attrezzando per assumere anche questa funzione formativa iniziale, quasi para-industriale. È un cambiamento profondo: l’università non più solo luogo di sapere, ma spazio di addestramento operativo avanzato. Temo che questa trasformazione sia in larga parte inevitabile.

Infine, durante le celebrazioni del Capodanno cinese – anno del Cavallo di Fuoco – ho visto uno spettacolo di robot umanoidi perfettamente sincronizzati. Non era più una dimostrazione tecnica: era spettacolo culturale. Se combiniamo robotica avanzata, AI generativa e prospettive di AGI, quanti altri lavori scompariranno? Non solo quelli ripetitivi, ma anche quelli creativi e performativi. Quale sarà allora lo spazio per noi esseri umani?

Singapore non è fantascienza. È un laboratorio. E ciò che ho visto potrebbe essere, fra tre o quattro anni, anche il nostro presente. La domanda non è se questo futuro arriverà. La domanda è se saremo capaci di governarlo, senza rinunciare né alla libertà né alla dignità del lavoro umano.