Quell’olio che sa di futuro

Anna Maria De Luca, Psicologa e dirigente scolastica

Quando la scuola incontra la terra e i ragazzi imparano che il lavoro può avere un sapore.

In questo periodo di scontri internazionali e accesi dibattiti nazionali, una notizia buona rischia di essere schiacciata. E per questo voglio tirarla fuori e sottolinearla. È successo a Verona il 3 marzo scorso. Sul palco del SOL2EXPO, la grande fiera dedicata all’olio extravergine d’oliva, non sono stati premiati produttori storici né aziende blasonate. Sono stati proclamati i nomi di tre istituti tecnici agrari italiani — uno in Calabria, due in Puglia — i cui studenti hanno prodotto, con le proprie mani, un olio degno di entrare nella Premium List del concorso nazionale Ercole Olivario.

Tre bottiglie. Tre scuole. Tre storie di ragazzi che sono andati negli oliveti, hanno osservato, faticato, aspettato. E poi hanno assaggiato. E poi sono stati giudicati, alla pari, da un panel di esperti certificati.

Vorrei che ci fermassimo un momento su questa cosa, perché rischiamo di leggerla come una notizia tra le tante e di perderci dentro qualcosa di essenziale.

La differenza tra studiare su qualcosa e studiare dentro qualcosa.

Da anni ci lamentiamo della distanza tra scuola e lavoro. Lo diciamo nei convegni, lo scrivono i giornali, lo ripetono gli imprenditori: i ragazzi escono dagli istituti tecnici senza sapere cosa li aspetta, senza aver mai toccato con mano la realtà di un settore, senza aver mai vissuto la soddisfazione concreta di produrre qualcosa di buono — qualcosa che qualcun altro riconosce come tale.

Questa distanza non è solo un problema di competenze. È un problema pedagogico profondo. È la differenza tra studiare su qualcosa e studiare dentro qualcosa. È la differenza tra sapere che l’olio extravergine ha certi parametri chimici e sensoriali, e stare in un uliveto in novembre, capire quando raccogliere, portare le olive al frantoio, versare il primo filo verde nel bicchiere e capire — con il corpo, non solo con la testa — di cosa si stia parlando.

La scuola che non produce soddisfazione non forma: seleziona. Premia chi sa stare fermo su una sedia e punisce chi ha bisogno di muoversi, di fare, di sbagliare con le mani. E in un Paese come l’Italia, che vive di territorio, di artigianato, di eccellenze agricole, questa è una perdita che non possiamo permetterci.

Una riforma che va nella direzione giusta

È in questo contesto che va letta, con attenzione e senza pregiudizi, la riforma della filiera formativa tecnologico-professionale fortemente voluta dal ministro Giuseppe Valditara e diventata legge nell’estate del 2024. Il modello cosiddetto 4+2 — quattro anni di istruzione tecnica o professionale, seguiti da un biennio negli ITS Academy — non è solo una questione di calendario scolastico. È una scommessa culturale: quella che la formazione tecnica possa essere, come ha detto lo stesso Valditara, “un canale di istruzione di serie A, in grado di dare una solida formazione ai nostri ragazzi, secondo programmi fortemente innovativi, che assicureranno competenze teoriche e pratiche di qualità, anche grazie al contributo delle imprese.”

I numeri, per una volta, sembrano dare ragione all’ambizione. Con 10.532 iscritti alla filiera 4+2 per l’anno scolastico 2026/2027, il numero è quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente, con oltre 20.000 studenti complessivamente coinvolti nei percorsi quadriennali. Sono 532 i nuovi percorsi autorizzati, per un totale di oltre 700 istituzioni scolastiche che offrono questa opportunità, con un’adesione particolarmente significativa nelle regioni del Mezzogiorno.

Sono segnali che qualcosa si muove. Che la scommessa non è campata in aria. Che esiste, nel Paese, una domanda silenziosa di formazione che sappia davvero preparare al lavoro — non come ripiego, ma come scelta consapevole e dignitosa.

Il cuore della riforma, del resto, è esattamente quello che la pedagogia insegna da decenni: la “contaminazione” tra scuola, imprese ed enti territoriali, il riconoscimento che il mondo produttivo non è nemico dell’istruzione ma suo alleato naturale, che un ragazzo impara meglio quando vede a cosa serve quello che sta imparando.

Cosa significa essere giudicati da esperti, a diciassette anni

Il concorso Ercole Olivario FUTURE — Sezione RENISA non è un giochino scolastico. Non è la recita di fine anno. Gli oli prodotti dagli studenti sono stati valutati dallo stesso panel certificato che giudica le produzioni dei professionisti. La stessa Luciana di Giacinto, Capo Panel del CREA di Pescara, che coordina le valutazioni per l’intera competizione nazionale, ha assaggiato quegli oli come assaggia tutti gli altri.

Questo “dettaglio” è molto importante perché dice a un ragazzo di diciassette anni una cosa che la scuola fatica spesso a dirgli: il tuo lavoro esiste nel mondo reale. Può essere misurato. Può essere riconosciuto. Può essere eccellente.

La soddisfazione che nasce da un riconoscimento autentico — non da un voto assegnato per gentilezza, non da un premio di partecipazione — è uno degli strumenti pedagogici più potenti che esistano. È ciò che trasforma un’esperienza in vocazione. È ciò che fa sì che un ragazzo torni a casa e dica ai genitori non “oggi ho studiato l’olivicoltura” ma “oggi il nostro olio è entrato in una lista nazionale”.

È esattamente il tipo di esperienza che la nuova filiera tecnico-professionale dovrebbe moltiplicare: momenti in cui lo studente si misura con la realtà, non con una sua simulazione scolastica. Momenti in cui capisce che le competenze acquisite in classe e in laboratorio producono qualcosa di vero, che qualcun altro è disposto a riconoscere e a valutare.

La filiera come aula

Quello che RENISA — la Rete Nazionale degli Istituti Agrari — ha costruito insieme al Comitato Ercole Olivario è, nella sua essenza, un modello di apprendimento per immersione. Gli studenti non osservano la filiera olivicola da fuori: ne fanno parte. Curano gli oliveti scolastici, producono, analizzano, confrontano le loro produzioni con quelle dei professionisti, si misurano con i criteri dell’assaggio sensoriale.

È un percorso che restituisce alla scuola tecnica la sua ragione di esistere: non preparare esecutori, ma formare persone capaci di pensare attraverso il fare. Tecnici consapevoli, capaci di tutelare e innovare il patrimonio olivicolo italiano. E in questo senso l’Ercole Olivario FUTURE non è soltanto un concorso: è una prova generale del mondo adulto. È il luogo in cui un ragazzo calabrese o pugliese scopre che il territorio in cui è cresciuto non è un limite ma una risorsa, e che quella risorsa si può imparare a valorizzare con competenza e orgoglio.

Dietro ci sono i ragazzi e le ragazze dell’Istituto d’Istruzione Superiore ITI-IPA-ITA “E. Majorana” di Corigliano Rossano (CS)   che hanno prodotto un olio chiamato Momena;  dell’ Istituto Tecnico Agrario “R. Lotti – Umberto I” di Andria (BT) con il loro olio chiamato Olio dei Miracoli, e gli studenti dell’ I.I.S.S. Agrario Alberghiero Basile Caramia di Locorotondo (BA) con il loro olio che hanno chiamato Gigante. E questi nomi non li ha scelti un ufficio marketing: li hanno scelti loro. È già tutto lì, in questi nomi: la consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande, di straordinario persino. Qualcosa che merita un nome.

Perugia, ad aprile

Il 21 e 22 aprile, a Perugia, quegli stessi ragazzi saliranno sul palco della cerimonia di premiazione della XXXIV edizione dell’Ercole Olivario. Accanto ai produttori storici, alle aziende di eccellenza, ai grandi nomi dell’olivicoltura italiana. Non in un angolo riservato ai principianti: nel medesimo contesto, con il medesimo peso simbolico.

È un gesto che ha la forza di un messaggio preciso: il futuro dell’olivicoltura italiana non è altrove. È già qui, in questi oliveti scolastici, in questi ragazzi che hanno imparato che la cura ha un sapore, che la pazienza produce qualcosa di concreto, che il territorio in cui sono nati non è un limite ma una risorsa da conoscere, da amare, da restituire al mondo migliore di come l’hanno trovata.

La riforma della scuola tecnica e professionale — se saprà mantenere questa promessa, se saprà moltiplicare questi momenti di riconoscimento autentico invece di ridursi a una questione di crediti e di anni — può davvero cambiare qualcosa. Non nei convegni. Negli oliveti.