Il pervicace interventismo pubblico nella famiglia del bosco di Palmoli

Marco Ferraresi, Professore ordinario nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pavia

In una precedente riflessione sulla “famiglia nel bosco” di Palmoli, si era evidenziato come ciò che rilevi, nelle decisioni istituzionali che riguardano i figli minori, non sia lo stile di vita scelto dai genitori, che è di principio insindacabile. La questione fondamentale, piuttosto, è che l’intervento pubblico sia limitato a circostanze gravi ed eccezionali e che, rispetto ad esse, sia proporzionato. Soprattutto, ogni determinazione deve essere dettata dal superiore interesse del minore: ma, a volte, sembra dimenticarsi che è parte di questo interesse favorire la prosecuzione o la ripresa della vita in famiglia.

Gli sviluppi intervenuti negli ultimi mesi, in relazione alle vicende di Catherine, Nathan e dei loro tre figli, non hanno dissolto gli interrogativi sulla correttezza dell’operato di assistenti sociali e giudici: al contrario, hanno suscitato ulteriori perplessità.

Con un’ordinanza del 13 novembre 2025 il Tribunale per i minorenni dell’Aquila aveva disposto la sospensione della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori e il collocamento dei tre figli minori in una struttura protetta, con affidamento ai servizi sociali e nomina di un tutore provvisorio. Il provvedimento è stato motivato da una serie di criticità individuate dal giudice: le condizioni abitative nel contesto boschivo, ritenute inadeguate; l’isolamento sociale dei minori; alcune preoccupazioni sul piano sanitario e sulla regolarità dell’istruzione parentale. Ma, da quanto emerso nelle cronache, nulla è mai apparso tale da giustificare la separazione coattiva dai genitori e dalla casa familiare. E, semmai, qualche “bizzarria” del padre o della madre avrebbe potuto essere corretta dai servizi sociali attraverso un approccio dialogico, evitando pubbliche deflagrazioni, che hanno semmai contribuito ad inasprire il conflitto.

Contro la decisione del Tribunale è stato proposto reclamo dinanzi alla Corte d’appello dell’Aquila, che, nel mese di dicembre, ha però confermato le misure adottate dal Tribunale minorile, pur sottolineando “gli apprezzabili sforzi di collaborazione” da parte di Nathan e Catherine. Nel frattempo, il Tribunale ha disposto una consulenza tecnica psico-diagnostica sui genitori e sui minori, affidata a un consulente nominato dal giudice.

Tuttavia, il 6 marzo scorso, con un nuovo provvedimento – contro cui si è già preannunciato il reclamo – il Tribunale ha ordinato l’allontanamento della madre dalla casa-famiglia e il trasferimento dei figli in altra struttura. La donna avrebbe denigrato e ostacolato l’operato del servizio sociale e i figli avrebbero adottato condotte violente nei confronti del personale della struttura. L’esecuzione dell’allontanamento sarebbe avvenuta nel pianto e tra le urla dei bambini. Vicende, tutte, che hanno innescato la sollevazione, non solo dei familiari della coppia, ma anche di gruppi della società civile.

Per contro, tra i passaggi più interessanti emersi dalle motivazioni dell’ultima ordinanza vi è anche un riconoscimento che merita attenzione: il ruolo della figura paterna nella stabilità emotiva dei minori. Il Tribunale osserva infatti che l’assenza del padre dalla vita quotidiana dei figli – determinata dal collocamento dei bambini in comunità – rappresenta un elemento di criticità che incide sul loro equilibrio. In altre parole, lo stesso Tribunale che ha separato i minori dal padre prende ora atto della rilevanza di quella relazione per il loro benessere.

Sul piano istituzionale, il caso ha attirato l’attenzione anche dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha manifestato viva preoccupazione per il contenuto dei provvedimenti giurisdizionali. L’intervento del Garante non incide direttamente sul procedimento giudiziario, ma conferma ulteriormente le perplessità ingenerate dal caso.

Parallelamente, si sono registrate prese di posizione politiche particolarmente critiche. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che “i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti”. Per il Ministro per la Famiglia Eugenia Roccella l’allontanamento dei minori dovrebbe rappresentare una misura eccezionale, giustificata soltanto da rischi gravi e documentati per la loro salute o sicurezza. Da ultimo, una ispezione presso il Tribunale aquilano è stata disposta dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Naturalmente, il dibattito politico non può incidere sull’autonomia dell’autorità giudiziaria. Tuttavia, la vicenda di Palmoli mantiene accesa l’attenzione sulla questione giuridica di fondo: fino a che punto l’intervento pubblico possa invadere le scelte educative e lo stile di vita di una famiglia.

Il nostro ordinamento consente certamente al giudice minorile di adottare provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale quando la condotta dei genitori risulti pregiudizievole per i figli. Ma è altrettanto vero che la giurisprudenza considera l’allontanamento dei minori dal nucleo familiare una extrema ratio, da adottare solo quando non sia possibile garantire la tutela del minore attraverso strumenti meno invasivi.

Un utilizzo disinvolto di misure di separazione e allontanamento, come quelle commentate, suscita profonde inquietudini, a cui ora probabilmente il legislatore dovrà far fronte – come ha rilevato lo stesso Presidente del Consiglio – garantendo la trasparenza delle procedure e rafforzando il diritto al contraddittorio delle madri e dei padri coinvolti, senza omettere di considerare, in proporzione alla capacità di discernimento raggiunta, il punto di vista dei minori. I quali, tra l’altro, in questa vicenda stanno dimostrando un tenace attaccamento ai propri genitori, che però, inspiegabilmente, sembra trascurato dai decisori pubblici.