Vincenzo Vespri, Ordinario di Analisi Matematica all’Università di Firenze
L’approvazione dei decreti attuativi italiani sull’Intelligenza Artificiale rappresenta un passaggio necessario e certamente positivo. Dopo mesi di discussioni e incertezze, il Governo ha definito il quadro operativo attraverso cui l’Italia recepirà e applicherà le nuove regole europee. Per università, enti di ricerca, pubbliche amministrazioni e imprese era indispensabile disporre di riferimenti chiari. L’incertezza normativa è infatti uno dei peggiori nemici dell’innovazione.
Da questo punto di vista, i decreti hanno il merito di precisare competenze, responsabilità e modalità di controllo, individuando nelle autorità nazionali i soggetti chiamati a garantire il rispetto delle norme e cercando al tempo stesso di evitare che gli obblighi derivanti dall’AI Act si trasformino in un freno alla ricerca scientifica. In particolare, il legislatore sembra aver compreso che università ed enti pubblici di ricerca non possono essere trattati come grandi operatori commerciali. La ricerca ha bisogno di libertà sperimentale, rapidità e capacità di assumere rischi intellettuali. Applicare agli ambienti accademici gli stessi adempimenti previsti per un’impresa che immette sul mercato un prodotto destinato a milioni di utenti avrebbe avuto effetti paralizzanti.
Sotto questo profilo, i decreti rappresentano un tentativo ragionevole di rendere meno invasivo l’impatto dell’AI Act sul sistema della ricerca. Non eliminano tutti i problemi, ma introducono almeno una distinzione tra attività scientifica e sfruttamento commerciale delle tecnologie. È un segnale importante, soprattutto per un Paese che continua a produrre ricerca di alto livello nel campo della matematica, dell’informatica, della fisica e dell’ingegneria.
Tuttavia, sarebbe un grave errore confondere questo risultato con la soluzione del problema europeo dell’intelligenza artificiale. Il vero nodo non è italiano. È europeo. Negli ultimi mesi si è discusso quasi esclusivamente dell’AI Act, presentato da molti come il primo grande regolamento mondiale sull’intelligenza artificiale. L’ambizione è evidente: creare un quadro normativo capace di tutelare cittadini, lavoratori e consumatori dai possibili rischi derivanti dall’utilizzo di sistemi intelligenti. Obiettivo condivisibile. Ma una domanda rimane inevasa: può una strategia fondata prevalentemente sulla regolazione trasformare l’Europa in una potenza dell’intelligenza artificiale?
La risposta, purtroppo, per il momento è negativa. L’AI Act nasce dalla tradizionale impostazione europea: individuare i rischi, classificarli, regolamentarli e controllarli. Il risultato è un sistema complesso di obblighi, verifiche, valutazioni di conformità, documentazione e procedure. Un sistema che cerca di disciplinare tecnologie in rapidissima evoluzione attraverso una struttura burocratica inevitabilmente lenta. Il rischio è quello di costruire una grande architettura normativa destinata a rincorrere innovazioni che si sviluppano a una velocità molto superiore. Ancora più importante è il fatto che l’AI Act affronta soprattutto gli effetti dell’intelligenza artificiale, ma molto meno le condizioni necessarie per produrla. Regola l’utilizzo dei sistemi, ma non crea le infrastrutture che servono per svilupparli. Stabilisce obblighi per chi opera nel settore, ma non genera automaticamente investimenti, energia, capacità di calcolo o nuovi campioni industriali europei. In altre parole, l’Europa sembra preoccuparsi di come governare una tecnologia che viene sempre più sviluppata altrove. È sufficiente osservare la situazione attuale. I principali foundation model che stanno ridefinendo il settore vengono sviluppati negli Stati Uniti e in Cina. Le GPU necessarie per addestrarli sono progettate e prodotte prevalentemente fuori dall’Europa. Le grandi piattaforme cloud appartengono a operatori americani. I maggiori investimenti privati si concentrano nella Silicon Valley, in Cina e, sempre più spesso, nei Paesi del Golfo.
L’Europa continua invece a distinguersi soprattutto nella ricerca di base. Questo è forse il punto più paradossale dell’intera vicenda. Le università europee formano ricercatori eccellenti. I laboratori europei producono risultati scientifici di altissimo livello. Molte delle idee che alimentano l’attuale rivoluzione dell’intelligenza artificiale sono nate, almeno in parte, nei centri di ricerca europei. Eppure, il valore industriale di queste innovazioni viene frequentemente catturato da ecosistemi esterni. È un fenomeno che non nasce oggi. Lo abbiamo visto con Internet, con il cloud, con i social network, con le piattaforme digitali e, più recentemente, con l’industria delle batterie. Lo stiamo osservando anche nello spazio, dove l’Europa è passata nel giro di pochi anni da una posizione di leadership nel settore dei lanci a una situazione molto più difficile, mentre SpaceX ridefiniva completamente il mercato.
Il rischio è che l’intelligenza artificiale segua lo stesso percorso. Non perché manchino le competenze. Non perché manchino i ricercatori. Nemmeno perché manchino le idee. Mancano invece, o sono insufficienti, alcuni fattori essenziali: grandi investimenti privati, disponibilità di energia a basso costo, infrastrutture di calcolo, una politica industriale realmente coordinata e un mercato digitale europeo pienamente integrato. In questo contesto le startup europee si trovano spesso in una posizione di svantaggio. Devono rispettare un quadro normativo più articolato, ma soprattutto operano in un ecosistema che offre meno capitale e minori possibilità di crescita rapida rispetto ai concorrenti americani e cinesi. La conseguenza è che molte innovazioni nate in Europa finiscono per essere sviluppate, finanziate o acquisite altrove.
Alcuni sostengono che il vantaggio competitivo europeo sarà rappresentato dalla fiducia. È la stessa argomentazione utilizzata in passato per il GDPR: l’Europa non vincerà sulla velocità, ma sulla qualità delle regole. È possibile anche se molto improbabile perché esiste una differenza sostanziale. Il GDPR è stato adottato come riferimento in molte giurisdizioni perché affrontava un tema universale come la protezione dei dati personali. L’AI Act, invece, appare molto più legato alla specifica cultura regolatoria europea. È difficile immaginare che Stati Uniti, Cina, India o altre grandi economie decidano di adottarne l’impostazione. Non c’è un solo motivo plausibile che lo facciano. Per questo motivo il rischio è che l’Europa finisca per essere l’unica area del mondo ad applicare integralmente un sistema particolarmente complesso ed oneroso, senza che ciò produca un vantaggio competitivo.
I decreti italiani cercano almeno di limitare gli effetti più problematici sull’università e sulla ricerca. Ed è giusto riconoscerlo. Ma non possono risolvere una questione che riguarda l’intero continente. La sfida dell’intelligenza artificiale non si vincerà con nuovi formulari, nuove certificazioni o nuove procedure. Si vincerà con energia, data center, semiconduttori, investimenti e capacità industriale. Finché l’Europa continuerà a eccellere nella produzione di conoscenza senza riuscire a trasformarla in leadership economica, il rischio non sarà tanto quello di utilizzare tecnologie sviluppate da altri. Sarà quello, progressivamente, di non avere più nemmeno le risorse economiche necessarie per farlo. Ed è questa prospettiva, molto più dei decreti attuativi o dell’AI Act, che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il futuro tecnologico dell’Europa.

