Non è vero ma ci credo

Noemi Sanna, psichiatra

L’inganno non è una caratteristica esclusivamente umana. Anche animali e piante ricorrono a falsi segnali e strategie comportamentali fraudolente per motivi adattivi. Ma è nell’uomo che la menzogna diventa un esercizio mentale particolarmente complesso e sofisticato.

La verità viene spesso descritta come «nuda»: unica e priva di artifici. La menzogna, al contrario, presenta mille sfaccettature (recenti indagini di brain imaging hanno documentato maggiore attività cerebrale in chi mente rispetto a chi dice il vero) si adatta ai contesti più diversi e permea ogni ambito dell’esperienza umana: dalla vita relazionale, alla politica, all’informazione. Può toccare livelli di particolare raffinatezza nell’arte e nella letteratura, dove la finzione non nasconde la realtà ma, paradossalmente, contribuisce a rivelarla. Lo scrittore inventa ciò che non è mai accaduto per raccontare profonde verità sulla nostra vita e, da spettatori, sospendiamo volontariamente la verifica della realtà senza perdere la consapevolezza della finzione.

Un fenomeno oggi particolarmente rilevante sono le fake news. Notizie non veritiere deliberatamente diffuse attraverso i media, la cui forza non consiste soltanto nel far credere il falso, ma nel modificare il modo in cui interi gruppi umani, anche se dotati di buone capacità di critica, percepiscono e interpretano la realtà. Perché mai tante persone credono alle false notizie fino a condividerle con altri e talvolta difenderle anche di fronte ad una decisa smentita?

L’autoinganno

Se mentire consapevolmente richiede un impegno cognitivo più impegnativo che dire la verità è anche vero che se riusciamo a credere alla nostra bugia, possiamo sostenerla con minore dispendio di energie psichiche e maggiore convinzione. Prima di poter ingannare gli altri, dobbiamo saper ingannare noi stessi. Questa attitudine favorisce la selezione di informazioni vantaggiose a discapito di quelle sgradite, l’attribuzione di successi alle nostre capacità e gli insuccessi alle circostanze. Non abbiamo affatto la sensazione di mentire e ci sentiamo sinceri pur essendo in errore. Piccole falsificazioni possono favorire, in determinate condizioni, benessere psichico e capacità di adattamento. Diventano disfunzionali quando, fuori misura, ci impediscono di leggere correttamente la realtà.

Il cervello interpreta non assorbe passivamente

Tutti abbiamo convinzioni, esperienze, aspettative attraverso le quali interpretiamo ciò che accade. Questo favorisce una attenzione selettiva verso le informazioni che confermano ciò che già pensiamo ed escludere quelle che lo contraddicono. È il meccanismo del bias di conferma, molto efficace perché dandoci ragione accarezza, al contempo, il nostro narcisismo.

Rinnegare una precedente convinzione rischia di mettere in discussione le nostre capacità di valutare la realtà e una spiegazione, falsa ma coerente con ciò che già pensiamo, può diventare psicologicamente più conveniente di una verità che ci costringe a riorganizzare la nostra visione del mondo. La verità avrebbe un costo psicologico maggiore della menzogna.

Dare un senso a ciò che accade                                                                             

La realtà è molto complessa e le cause dei fenomeni sono multifattoriali, articolate, non sempre siamo in grado di coglierle e l’incertezza è difficile da tollerare perché destabilizzante.

Una fake news può offrire ciò che la realtà non riesce a darci: riordina i pezzi del puzzle. Fornisce un responsabile, l’esistenza di un progetto. Paradossalmente, per la psiche umana, può essere meno angosciante pensare che qualcuno controlli gli eventi piuttosto che riconoscerne la casualità. Questo può rappresentare il crinale tra disinformazione e convinzioni complottistiche in cui la realtà è sempre determinata da intenzioni altrui, spesso ostili.

Il ruolo delle emozioni

Le fake news, a differenza della verità, non hanno l’obbligo di essere misurate e, quasi sempre, sono connotate da forti emozioni. Devono stupire, indignare, spaventare, scandalizzare, commuovere. Già questo sarebbe un elemento di validazione in grado di smascherarle. Tuttavia, le emozioni danno musica e colore alle cose del mondo, le rendono più intriganti ed attrattive. Perciò facciamo nostre certe informazioni anteponendole al bisogno di verificarne l’attendibilità. Sui social lo spazio tra emozione ed azione è pressoché inesistente e la notizia falsa, con l’emozione che l’accompagna, viene immediatamente divulgata creando un meccanismo perverso: quanto più è diffusa, tanto maggiore diviene la sua attendibilità.

Brevi conclusioni

Il nostro cervello, purtroppo, è difettoso, anche quello di persone dotate di buon raziocinio, e cade spesso vittima di trappole mentali. Scorciatoie cognitive utili nelle decisioni rapide, ma che possono portarci a interpretazioni distorte della realtà. La disinformazione non si nutre di stupidità, ma sfrutta i normali meccanismi del funzionamento cognitivo.

Oltre che imperfetto, il nostro cervello è anche profondamente primitivo. Le fake news, con il loro corredo di lusinghe, conferme e rassicurazioni, fanno leva proprio sulle componenti più antiche, emozionali e irrazionali della nostra mente che convivono con quelle razionali e si confonde l’illusione che qualcosa sia vero con la prova che lo sia.

Senza contare che sovente dietro le fake news si celano abili manipolatori dissociali che le diffondono per esclusivi interessi personali arbitrari e poco legittimi.