Adriano Fabris, Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Pisa
Le forze armate americane, subito appoggiate con un post sui Social dal Sottosegretario alla Guerra Peter Hegseth, hanno chiesto di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, il militare condannato a morte per la strage di Fort Hood del 5 novembre 2009. La proposta è stata commentata negativamente da politici sia democratici che repubblicani, sia dall’arcivescovo Paul S. Coackley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Coackley ha anzi affermato che l’uccisione in diretta “non farà altro che minare ulteriormente il tessuto morale della nostra nazione e costituirà una macchia sulla coscienza del suo popolo”.
Ma che cosa sta dietro a questa richiesta di rappresentare la morte in diretta? Apparentemente ciò sembra andare contro una tendenza radicata nella mentalità comune. Oggi la morte non viene esibita, bensì nascosta. Facciamo di tutto per non pensarci. Ciò vale anzitutto per la sorte che prima o poi ci capiterà di subire. Ma vale anche, in particolare, per la morte altrui. Non che da questa esperienza siamo immuni. Purtroppo non lo siamo affatto. Cerchiamo però di non pensarci, distogliamo lo sguardo. E quando non possiamo farlo – visto che i telegiornali sono pieni ogni sera, purtroppo, di immagini di distruzione e annientamento – finiamo per assuefarci. Consideriamo ciò che vediamo come se fosse una fiction: anche perché, nelle fiction, la morte è quasi sempre un ingrediente indispensabile.
Perché, allora, la proposta delle forze armate americane e di Hegseth? Ci possono essere, forse, due modi per capirla, fra loro collegati. Il primo, dichiarato anche dal Sottosegretario alla Guerra, è di fare un’operazione – potremmo dir così – di carattere pedagogico. Mostrare a tutti l’esecuzione di chi si è macchiato di un crimine atroce – la morte di 13 persone, tra cui una donna incinta – e trasmetterla nello stesso giorno della settimana e alla stessa ora in cui la strage è stata commessa, significa dichiarare pubblicamente che nessun crimine resterà impunito. Significa farlo, però, legittimando il primato della legge del taglione e proclamando in maniera spettacolare questa legittimazione. Ecco il secondo motivo che sta dietro alla proposta. Ed ecco il punto. Attraverso la esibizione, la messa in scena della condanna di Nidal Malik Hasan, si vuole legittimare la pena di morte come forma di giustizia.
È ciò che avviene oggi in paesi come l’Afghanistan e l’Iran, dove le esecuzioni capitali degli oppositori si susseguono incessantemente, nel silenzio del mondo. È ciò che non accadeva da tempo nei paesi occidentali. In essi, anche là dove la pena di morte era ancora prevista, non era stata per lo più eseguita. Il tentativo di riprendere le esecuzioni – com’è avvenuto anche nel caso recente di Christa Pike e della sua esecuzione fallita il 30 settembre scorso – non risulta solamente la riproposizione di una mentalità da far west, ma è il segnale di un arretramento della cultura giuridica. La giustizia viene appiattita sulla vendetta. L’“occhio per occhio” viene riproposto di nuovo come norma di riferimento.
Ciò non suscita solamente una reazione su di un piano etico: dato che, nella prospettiva delle forze armate americane e di Hegseth, la dignità di una persona, che comunque in un contesto civile va sempre rispettata, verrebbe ignorata. Ciò comporta soprattutto un arretramento all’interno della nostra stessa cultura. Certo, i crimini, tanto più quelli atroci, devono essere necessariamente e tempestivamente puniti. Ma sono puntiti dimostrando che lo Stato, facendolo, sa porsi su di un piano ulteriore: il piano di chi sa rispettare anche chi gli altri non li ha affatto rispettati, ma anzi li ha uccisi. È la forza delle regole, che è superiore a quella del taglione. È la vera pedagogia, frutto della nostra civiltà. Saperla esercitare è ciò che l’Occidente ha imparato nei secoli, in una vicenda spesso problematica e faticosa, ma a cui non può, oggi, assolutamente rinunciare.

