L’Europa e la sindrome dell’Isola di Pasqua: come distruggersi inseguendo buone intenzioni

Dalla strategia di Lisbona al Green Deal, dal GDPR all’AI Act: l’Europa ha perseguito obiettivi condivisibili con strumenti che rischiano di produrre risultati opposti a quelli desiderati. E se il vero problema fosse la sostenibilità delle nostre stesse regole?

Vincenzo Vespri, docente di Analisi matematica presso l’Università di Firenze

Esiste una storia che dovrebbe essere studiata con particolare attenzione dai nostri governanti. È quella dell’Isola di Pasqua, la remota isola del Pacifico famosa per i suoi giganteschi volti di pietra, i moai. Secondo una celebre interpretazione, gli abitanti, impegnati nella costruzione e nel trasporto di queste monumentali statue, avrebbero progressivamente abbattuto le foreste dell’isola, fino a compromettere le risorse necessarie alla loro stessa sopravvivenza. Senza alberi, non avrebbero più potuto costruire le imbarcazioni indispensabili per la pesca, contribuendo così al collasso della loro civiltà.

Oggi sappiamo che questa ricostruzione è storicamente controversa: la deforestazione ebbe cause più complesse e non è affatto dimostrato che abbia provocato il collasso della popolazione prima dell’arrivo degli europei. Ma, anche se la storia va considerata una parabola più che una certezza archeologica, contiene un insegnamento importante: una società può perseguire obiettivi che considera fondamentali senza accorgersi che gli strumenti scelti per raggiungerli stanno distruggendo le condizioni che rendono possibile la sua sopravvivenza.

Temo che qualcosa di simile stia accadendo all’Europa. Sono stato recentemente negli Stati Uniti e in Asia, in particolare a Singapore. Parlando con colleghi universitari, ricercatori e persone impegnate nel mondo dell’innovazione, ho avuto la netta impressione che l’Europa venga ormai considerata un continente avviato verso un declino difficilmente reversibile. Un continente ricco di storia, cultura, istituzioni e qualità della vita, ma sempre meno capace di competere sul piano scientifico, tecnologico e industriale. E, ciò che è forse più preoccupante, sempre meno capace di incidere sulle grandi trasformazioni politiche, economiche e sociali del nostro tempo. E’ una percezione sufficientemente diffusa da meritare una riflessione seria. Soprattutto perché contrasta clamorosamente con le ambizioni che l’Unione Europea ha proclamato negli ultimi venticinque anni.

Ricordiamo la strategia di Lisbona del 2000. L’Europa si proponeva di diventare entro il 2010 l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo. Eppure, nonostante gli investimenti e i programmi comunitari, quell’obiettivo è stato mancato. L’Europa continua a produrre ricerca di grande qualità, ma ha perso terreno in numerosi settori tecnologici strategici.

Poi è arrivato il Green Deal, con l’ambizione di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, trasformando la transizione ecologica in un’occasione di modernizzazione industriale. Anche in questo caso, chi potrebbe contestare l’obiettivo? I cambiamenti climatici sono reali e affrontarli è una necessità. Ma il problema è come farlo. La transizione è stata accompagnata da vincoli e scadenze che, in assenza di adeguate condizioni energetiche, tecnologiche e industriali, hanno contribuito ad aumentare la pressione su settori già in difficoltà.  Sarebbe semplicistico attribuire al Green Deal la crisi dell’automotive europeo. Le sue cause sono precedenti e comprendono ritardi tecnologici, scelte industriali sbagliate, costi energetici e mutamenti dei mercati internazionali. Ma proprio per questo una politica europea lungimirante avrebbe dovuto correggere quelle debolezze, non aggiungere ulteriori difficoltà. Una transizione ecologica che indebolisce l’industria europea, favorendo l’importazione di prodotti realizzati altrove, rischia di trasformarsi in una delocalizzazione della produzione e, talvolta, delle stesse emissioni.

E veniamo al digitale. Con il GDPR, l’Europa ha cercato di affermare un principio fondamentale: i dati personali devono essere protetti e i cittadini devono mantenere diritti effettivi sul loro utilizzo. È stata probabilmente una delle iniziative regolatorie europee di maggiore successo internazionale. Il modello europeo ha influenzato normative e discussioni in numerosi Paesi, dimostrando che l’Europa può ancora esercitare una leadership nella definizione delle regole.

Con l’AI Act si è voluto fare qualcosa di analogo per l’intelligenza artificiale: promuovere un’IA affidabile, rispettosa dei diritti fondamentali e sottoposta a controlli proporzionati ai rischi. Ancora una volta, un obiettivo che condivido. Ma qui emerge una contraddizione evidente: l’Europa aspira a regolamentare uno dei settori tecnologici più importanti del futuro senza essere riuscita a costruire un ecosistema industriale paragonabile a quelli americano e cinese. Non mancano eccellenze europee, e sarebbe ingiusto ignorarle. Proprio recentemente la francese Mistral ha presentato Mistral Large 4, un modello che considero finalmente competitivo con una parte importante dell’offerta internazionale anche se lo ritengo ancora decisamente inferiore ai migliori sistemi americani e ad alcuni concorrenti cinesi. Il problema è che si tratta di un’eccezione in un panorama nel quale l’Europa resta debole per dimensioni industriali, infrastrutture di calcolo e capacità di trasformare la ricerca in imprese globali.

Nel frattempo, abbiamo costruito un apparato regolatorio di straordinaria complessità. L’AI Act, insieme ai suoi allegati, agli atti applicativi e alle numerose linee guida, costituisce un sistema di prescrizioni che richiede competenze giuridiche, tecniche e organizzative non indifferenti. Se a questo aggiungiamo il GDPR e le altre normative digitali, il risultato è un ambiente nel quale innovare può diventare estremamente oneroso, soprattutto per le piccole e medie imprese.

Ed è qui che emerge il problema fondamentale: la sostenibilità delle regole. Una norma può essere perfettamente ragionevole se considerata isolatamente, ma diventare controproducente quando viene sommata a decine di altre norme, ciascuna altrettanto ragionevole. I costi non si sommano soltanto: spesso si moltiplicano. Ogni nuovo adempimento richiede verifiche, consulenze, procedure, personale e tempo. Una grande multinazionale può permetterselo. Una piccola impresa innovativa, molto spesso, no.

Eppure sono proprio le piccole e medie imprese a costituire il tessuto vitale dell’economia europea. Come una foresta non può sopravvivere senza il suo sottobosco, così una grande industria non può prosperare senza un ecosistema di fornitori, startup, laboratori e imprese innovative. Se soffochiamo questo ecosistema, finiremo per indebolire anche le grandi imprese che vorremmo proteggere. La conseguenza è che chi vuole sviluppare un’innovazione, in molti casi trova più conveniente farlo fuori dall’Europa, dove le procedure sono meno complesse e i tempi più rapidi. Non perché i diritti dei cittadini siano irrilevanti, ma perché l’innovazione ha bisogno anche di condizioni economiche e organizzative sostenibili.

Vorrei fare due esempi tratti dalla mia esperienza personale.

Quando ho partecipato alla Commissione incaricata di elaborare le Indicazioni nazionali per le discipline STEM, ho ricevuto moltissime segnalazioni di argomenti che avrebbero dovuto essere necessariamente inseriti nei programmi scolastici. Quasi tutte le richieste erano fondate. Ogni disciplina proponeva conoscenze importanti, spesso indispensabili per comprendere il mondo contemporaneo. Ma il tempo scolastico è limitato e le capacità di apprendimento degli studenti non sono infinite. Inserire continuamente nuovi argomenti, tutti giustificati dalla loro importanza, avrebbe significato non riuscire a insegnarne bene nessuno. La qualità dell’insegnamento non dipende dal numero degli argomenti presenti nei programmi, ma da ciò che gli studenti riescono effettivamente ad apprendere. Talvolta, per insegnare meglio, bisogna avere il coraggio di togliere.

Un problema analogo l’ho incontrato occupandomi delle possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale nella scuola. La combinazione tra GDPR e AI Act, soprattutto quando si tratta di minori, può rendere particolarmente complessa l’introduzione di strumenti innovativi

Eppure l’intelligenza artificiale potrebbe offrire opportunità straordinarie per personalizzare l’insegnamento, aiutare gli studenti con difficoltà di apprendimento, favorire l’inclusione e sostenere il lavoro degli insegnanti. Naturalmente i minori devono essere protetti, e con particolare attenzione. Ma quando il sistema di protezione diventa così complesso da impedire l’utilizzo responsabile di queste tecnologie, finiamo per privare proprio gli studenti dei benefici che vorremmo garantire loro. La tutela di un diritto non dovrebbe comportare automaticamente la rinuncia a un altro diritto, come quello di accedere a un’istruzione migliore.

È in questo contesto che va letta la recente polemica sulle modifiche al GDPR, sollevata anche da un articolo pubblicato su Il Sussidiario. La questione riguarda la proposta europea di semplificazione delle norme digitali, il cosiddetto Digital Omnibus, e in particolare la possibilità di utilizzare il legittimo interesse come base giuridica per determinati trattamenti di dati personali connessi all’intelligenza artificiale. L’articolo pone una domanda legittima: se il GDPR consentiva già, a determinate condizioni, questi trattamenti, perché introdurre una disposizione specifica e, soprattutto, perché eliminare dalla proposta una garanzia aggiuntiva che avrebbe rafforzato il diritto dei cittadini di opporsi?

La domanda merita una risposta seria. Il testo in discussione non è ancora una legge definitiva, e la tutela aggiuntiva proposta dalla Commissione non coincide con il diritto di opposizione già previsto dal GDPR, che continuerebbe a esistere. Si può quindi discutere se la sua eliminazione sia opportuna, senza presentarla come la cancellazione generalizzata del diritto alla privacy. Ma vorrei affrontare il problema da una prospettiva diversa. Credo che la Commissione abbia finalmente compreso, almeno in parte, che la stratificazione delle norme europee rischia di compromettere la competitività del continente. E credo che la semplificazione proposta sia ancora troppo timida rispetto alla dimensione del problema.

Questo non significa che ogni modifica sia automaticamente giustificata. Bisogna invece chiedersi quali obblighi siano realmente necessari, quali siano ridondanti, quali possano essere proporzionati alle dimensioni delle imprese e quali finiscano per impedire attività socialmente utili senza produrre benefici significativi. Non si tratta di scegliere tra privacy e innovazione, tra ambiente e industria, tra sicurezza e sviluppo. Si tratta di costruire regole che rendano compatibili questi obiettivi, anziché metterli continuamente in conflitto.

La sostenibilità, infatti, non riguarda soltanto l’ambiente. Esiste anche una sostenibilità economica, sociale, tecnologica e amministrativa delle decisioni politiche. Una norma che impone costi superiori ai benefici che produce, o che rende impossibile perseguire altri obiettivi altrettanto importanti, non diventa buona soltanto perché nasce da un principio condivisibile. È questo, a mio giudizio, il limite più grave dell’attuale approccio europeo: abbiamo spesso trasformato obiettivi giusti in imperativi ideologici, sottraendoli alla verifica concreta dei risultati. Una volta stabilito che una finalità è moralmente desiderabile, sembra quasi che ogni misura adottata per perseguirla debba essere considerata altrettanto desiderabile. Ma non è così. La bontà di un obiettivo non garantisce la bontà degli strumenti utilizzati.

La politica dovrebbe avere il coraggio di valutare le conseguenze delle proprie decisioni e, quando necessario, di correggerle. Non è una sconfitta riconoscere che una norma produce effetti indesiderati. È una sconfitta continuare ad applicarla soltanto perché modificarla significherebbe mettere in discussione una scelta precedente. In questo senso, mi permetto anche una piccola pubblicità a un bel libro del filosofo Adriano Fabris, Contro gli estremismi. Elogio della mediazione. Il tema, affrontato da una prospettiva filosofica, è profondamente collegato a quello che sto cercando di sostenere. La mediazione non è necessariamente un compromesso al ribasso, né una rinuncia ai propri principi. È la capacità di riconoscere che nella realtà convivono esigenze differenti, tutte meritevoli di considerazione, e che una società complessa non può essere governata assolutizzandone una sola.

Non dobbiamo negare i cambiamenti climatici per criticare il Green Deal. Non dobbiamo considerare irrilevante la privacy per chiedere una semplificazione del GDPR. Non dobbiamo rinunciare a un’intelligenza artificiale etica per contestare alcuni aspetti dell’AI Act. E non dobbiamo abbandonare l’ambizione di una leadership scientifica europea per riconoscere il fallimento della strategia di Lisbona. Dobbiamo semplicemente abbandonare l’idea che le buone intenzioni siano sufficienti a produrre buoni risultati.

L’Europa possiede ancora università eccellenti, ricercatori straordinari, un patrimonio industriale importante e una tradizione culturale che ha contribuito in modo decisivo alla nascita della scienza moderna. Non siamo condannati al declino. Ma non possiamo neppure pensare di evitarlo continuando a produrre dichiarazioni di principio, regolamenti e programmi che non tengono sufficientemente conto delle condizioni necessarie per realizzarli. La vera sfida non è stabilire nuovi obiettivi sempre più ambiziosi. È rendere concretamente perseguibili quelli che abbiamo già.

E forse dovremmo ricordarci più spesso della parabola dell’Isola di Pasqua. Non perché l’Europa stia davvero ripetendo la storia dei suoi abitanti, ma perché rischia di commettere un errore simile a quello che quella storia, nella sua versione tradizionale, ci invita a evitare: consumare le risorse indispensabili al proprio futuro nel tentativo di realizzare ciò che considera più importante. La sostenibilità di una politica non si misura dalla nobiltà dei suoi obiettivi, ma dalla possibilità di raggiungerli senza distruggere le condizioni che li rendono realizzabili. È una lezione che l’Europa dovrebbe imparare prima che sia troppo tardi.