Anna Maria De Luca, Psicologa e dirigente scolastica
La dipendenza affettiva tra gli adolescenti
Il 40,6% degli adolescenti vive un’elevata dipendenza affettiva, il 14,5% una dipendenza estrema: sono i numeri, preoccupanti, emersi da uno studio condotto da Arbinaga e colleghi che dimostrano come la dipendenza affettiva non sia un problema marginale, ma una condizione che tocca più della metà dei giovani in forma significativa. A sorpresa, i ragazzi hanno ottenuto punteggi superiori alle ragazze in tema di dipendenza affettiva, smontando cosi lo stereotipo che vede questo disagio come prevalentemente femminile.
Le manifestazioni in adolescenza
In adolescenza, si sa, è facile essere dipendenti dal gruppo di amici e dal fidanzato/a: si accettano comportamenti inaccettabili pur di non sentirsi soli ed allontanati. Questa accettazione dell’intollerabile ha però conseguenze gravi: gli adolescenti con elevata dipendenza affettiva mostrano infatti differenze significative nei punteggi relativi alla violenza (sessuale, relazionale, verbale e fisica), al sessismo ambivalente e alla gelosia. La spiegazione è anche fisica, dovuta al periodo di particolare vulnerabilità neurologica: nell’adolescenza il sistema limbico, responsabile delle emozioni e dell’impulsività, è già pienamente maturo, mentre la corteccia prefrontale, che controlla queste funzioni e pianifica il comportamento, è ancora in fase di sviluppo. Questo squilibrio maturativo rende i giovani particolarmente esposti a dinamiche di dipendenza.
Ma cosa significa essere dipendenti emotivi? Non è semplicemente “amare troppo”: è amare a scapito di sé, perdendo confini, identità e lucidità per paura di restare soli. È cercare nell’altro/a ciò che nessuno dovrebbe darci: il senso del valore di se stessi. Nelle realtà in cui ho lavorato, sia al sud che a Roma, sia scolastiche che associative, ho visto centinaia di adolescenti “incagliarsi” in questi meccanismi.
Le radici della dipendenza affettiva
Le radici della dipendenza affettiva affondano nei primi legami di attaccamento. John Bowlby ci ha mostrato come il modo in cui veniamo accuditi nei primi anni crei una “mappa interna” che guida tutte le relazioni future. Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby, attraverso il celebre esperimento della “Strange Situation”, identificò diversi stili di attaccamento. La dipendenza affettiva nell’adulto corrisponde in larga misura all’attaccamento ansioso-ambivalente infantile: il bambino che cerca disperatamente la vicinanza della madre ma non riesce mai a essere davvero consolato, che vive in uno stato di ansia cronica riguardo alla disponibilità della figura di attaccamento. Donald Winnicott ha descritto brillantemente questo processo come la “compromissione del vero Sé”: quando la madre non è sufficientemente sintonizzata, il bambino sviluppa un “falso Sé” – una maschera che si adatta ai bisogni dell’altro rinunciando alla propria autenticità. Questa dinamica si perpetua nell’età adulta e così molte donne si ritrovano a “sintonizzarsi” sui bisogni e desideri altrui rinunciando ad avere un centro proprio.
I segnali della dipendenza affettiva
I segnali sono molteplici. Il più evidente è far dipendere interamente il proprio umore da ciò che fa l’altro/a: un sorriso del partner illumina la giornata, un messaggio freddo getta nello sconforto. Chi fa dipendere il proprio umore dall’altro vive in una condizione di perenne attesa. Attesa di un messaggio, di una chiamata, di un gesto d’affetto. E durante quest’attesa, la vita è sospesa. Non si riesce a studiare o lavorare serenamente, a godersi un momento con gli amici, a dedicarsi a un hobby. Tutto è filtrato attraverso la lente dell’assenza o presenza dell’altro.
La dipendenza affettiva funziona esattamente come una droga, con i suoi meccanismi neurochimici, le sue crisi di astinenza, il suo circolo vizioso. Ma a differenza di altre dipendenze, questa viene spesso romantizzata dalla nostra cultura. “L’amore è sofferenza”, “Chi ama davvero soffre”, “Non posso vivere senza di te” – quante volte abbiamo sentito queste frasi nelle canzoni, nei film, nei romanzi? Ma questa non è la meraviglia dell’innamoramento, è ben altro. In questo caso la letteratura, il cinema e anche molte canzoni non vanno in aiuto degli adolescenti, anzi, scambiano per amore ciò che amore non è. Ne consegue un bisogno esagerato di conferme, la perdita progressiva di sé (hobby abbandonati, amicizie trascurate), l’incapacità di prendere decisioni autonome, la tolleranza dell’intollerabile.
La traiettoria della dipendenza affettiva è sempre la stessa: l’iniziale gratificazione narcisistica dell’essere così necessario, poi il disagio crescente, infine il senso di soffocamento e la fuga. I “sacrifici” non richiesti generano colpa e rabbia invece di gratitudine. L’amore, quando diventa bisogno, smette di essere amore. Diventa prigione. E le sbarre di quella prigione sono fatte della materia più sottile e insidiosa: la dipendenza mascherata da devozione.
Ma c’è un paradosso crudele: più la persona che soffre di dipendenza affettiva si annulla per l’altro/a, più il partner si allontana. Solo inizialmente ci si può sentire gratificati in una situazione del genere: presto quella dipendenza diventa un peso insopportabile anche il partner. Gli studi di Phillip Shaver dimostrano infatti che chi sta con una/un dipendente emotiva/o si sente “controllato” e “soffocato”, anche quando il comportamento dell’altra persona appare come pura generosità.
Le vie d’uscita
La guarigione è possibile ma richiede coraggio e tempo e, spesso, l’intervento di un aiuto professionale esterno. Il primo passo è riconoscere il vuoto interiore che si cerca disperatamente, e inutilmente, di riempire con l’altro. Quel vuoto ha molti nomi: mancanza di amor proprio, senso di incompletezza, paura del vuoto, convinzione di non meritare. Il percorso terapeutico passa dal “re-parenting” – diventare il genitore amorevole di se stessi, dall’imparare ad ascoltare i propri bisogni, a confortarsi nei momenti difficili, a stabilire confini sani, ad imparare a dire no, a celebrare i propri successi, ad abitare con successo a solitudine. La psicoterapia offre molti strumenti concreti in tal senso.
Ecco perché è cruciale apprendere sin dall’adolescenza che l’amore autentico non richiede l’annullamento di sé, che i confini sono sani, che la solitudine può essere ricca e feconda anziché terrificante. Come scriveva Rilke: “L’amore maturo è questo: che due solitudini si proteggano, si tocchino e si salutino a vicenda”. Solo chi ha imparato a stare nella propria solitudine senza annegare può veramente incontrare l’altro come compagno di viaggio scelto liberamente, non come salvatore necessario. La trasformazione è possibile. Il cervello, con la sua neuroplasticità, può imparare nuove danze relazionali, il cuore può guarire dalle antiche ferite. E in questa guarigione non si perde la capacità di amare – la si ritrova, più autentica e libera che mai.

