Riccardo Puglisi, Ordinario di Scienze delle Finanze all’Università di Pavia
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminato con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di diversi vertici politico-militari del regime degli Ayatollah, ha infine prodotto una conseguenza estremamente rilevante dal punto di vista economico a livello globale: il sostanziale blocco dello Stretto di Hormuz, cioè uno dei principali punti di strozzatura (choke point) del traffico energetico del pianeta.
Tanto per intenderci, attraverso quello stretto transita circa un quinto del petrolio mondiale, oltre a una quota molto significativa del commercio globale di gas naturale liquefatto. Ne consegue che ogni interruzione del traffico marittimo in quell’area, anche se di carattere temporaneo, si trasmette immediatamente ai mercati energetici globali, i quali ovviamente hanno reagito con un aumento violento dei prezzi.
Il prezzo del petrolio Brent, che prima dello scoppio del conflitto oscillava intorno ai 70 dollari al barile, è salito rapidamente oltre i 110 dollari, registrando un aumento complessivo di circa +57% nel giro di pochi giorni. Si è arrivati a un picco intorno ai 118 dollari nella giornata dell’8 marzo mentre attualmente il prezzo si aggira attorno ai 103 dollari. In buona sostanza gli operatori sul mercato stanno incorporando nei prezzi il rischio di una prolungata interruzione dei flussi energetici nello Stretto di Hormuz.
Il meccanismo economico che verosimilmente prende le mosse da questo strappo fortissimo sui prezzi dell’energia passa ovviamente attraverso la crescita dei costi di produzione per le imprese, senza nulla dire su altre strozzature dal lato dell’offerta, come l’incremento altrettanto forte nel prezzo dell’urea (a sua volta sintetizzata a partire dal gas naturale e dall’ammoniaca), utilizzata come base per moltissimi fertilizzanti agricoli. Le tensioni verso l’alto nei costi di produzione -se non vengono rapidamente riassorbite da un andamento opposto nei prezzi dell’energia- prima o poi portano ad inflazione, detta per l’appunto “inflazione da costi” (chi non ha vissuto o studiato gli shock petroliferi degli anni ’70 del secolo scorso?)
Sotto questo profilo, la variabile cruciale è per l’appunto la durata del blocco.
Se l’interruzione del traffico nello stretto dovesse durare pochi giorni o poche settimane, l’impatto macroeconomico globale resterebbe in fin dei conti piuttosto limitato, dal momento che esistono -e si possono attivare- diversi meccanismi di compensazione: le riserve strategiche di petrolio, la possibilità di aumentare temporaneamente la produzione in altri paesi esportatori e, più in generale, la capacità dei mercati energetici di riallocare i flussi commerciali quando uno snodo logistico diventa temporaneamente impraticabile.
Se invece il blocco dovesse protrarsi per diversi mesi (anni?), lo scenario diventerebbe molto più preoccupante dal punto di vista economico, perché in quel caso il prezzo del petrolio potrebbe stabilizzarsi su livelli molto più elevati, generando una combinazione macroeconomica che -come accennavo sopra- le economie occidentali conoscono fin troppo bene fin dagli anni Settanta: crescita economica debole accompagnata da inflazione elevata, cioè una nuova forma di stagflazione energetica.
A sua volta, la durata del blocco dello Stretto di Hormuz dipende dall’andamento delle operazioni militari nell’area e dalla rapidità con cui verranno ristabilite condizioni minime di sicurezza per la navigazione. Dal punto di vista militare, peraltro, appare piuttosto improbabile che gli Stati Uniti decidano di effettuare un’invasione terrestre dell’Iran, sia perché il paese ha dimensioni territoriali e demografiche molto superiori a quelle dell’Iraq del 2003, sia perché il costo politico interno di un intervento di quella portata sarebbe estremamente elevato. È dunque molto più plausibile uno scenario caratterizzato da attacchi mirati, pressione militare navale nel Golfo Persico e operazioni di destabilizzazione politica del regime iraniano, dinamiche dalle quali dipenderanno anche i tempi di riapertura delle rotte energetiche nello stretto.
In questo contesto non è affatto impossibile che si arrivi relativamente presto a una forma di armistizio tattico, anche perché un conflitto prolungato con forti effetti inflattivi sull’economia mondiale rappresenterebbe un rischio politico non trascurabile per l’amministrazione Trump nell’anno delle elezioni di midterm: l’inizio di novembre non è così lontano…
Un eventuale armistizio nel breve periodo non significherebbe tuttavia la fine della pressione occidentale sull’Iran. Al contrario, è plausibile che Stati Uniti e Israele continuino a perseguire una strategia finalizzata a rovesciare il regime degli ayatollah, il quale rappresenta da decenni uno dei principali fattori di instabilità nella regione, e non solo lì.
Dal punto di vista geopolitico ed economico, un cambiamento di regime a Teheran potrebbe rivelarsi uno degli interventi più stabilizzanti per l’intero Medio Oriente, perché significherebbe l’integrazione nei mercati internazionali di un paese dotato di enormi risorse energetiche e di una posizione geografica strategica.
Infine, vale la pena mantenere uno sguardo di lungo periodo. La centralità geopolitica del Medio Oriente deriva in larga parte dalla sua ricchezza di petrolio e gas, ma questo vantaggio naturale non è necessariamente permanente. Nel lunghissimo periodo due tecnologie potrebbero cambiare radicalmente la geografia dell’energia: da un lato l’energia solare, il cui costo continua a diminuire rapidamente; dall’altro la fusione nucleare, che rappresenta il vero game-changer energetico qualora diventi economicamente sfruttabile.
Se e quando questo accadrà, la capacità dei paesi produttori di petrolio di influenzare l’economia mondiale diminuirà drasticamente. Nel frattempo, tuttavia, lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili dell’economia globale: ed è per questo che ogni crisi in quell’area continua a propagarsi ben oltre il Medio Oriente, fino ai mercati energetici, alle banche centrali e, in ultima analisi, ai prezzi e alle quantità prodotte, che potrebbero andare -nello stile degli anni ’70- nella direzione peggiore possibile: prezzi che salgono e quantità che scendono, cioè il brutto combinato disposto di inflazione e disoccupazione crescenti.

