Manuela Antonacci, giornalista
Le arti figurative racchiudono, nelle loro pieghe, le stratificazioni dei volti e delle strutture, della società ponendosi come sintesi visiva della cultura stessa di cui si fanno espressione, in tutte le sue evoluzioni e cristallizzazioni. E’ così che, superando con la loro potenza visiva il magma del relativismo, anche estetico, odierno, esse costituiscono lo specchio culturale delle nostre radici e della nostra identità.
La poetica pittorica di Giovanni Gasparro rappresenta la perfetta traduzione visiva di tutto questo.
L’Artista è autore di numerose, prestigiose opere d’arte sacra, nonché dello splendido drappellone dipinto, nel 2024, in occasione del Palio di Siena, vincitore di numerosi premi e la cui carriera artistica, nonostante la sua giovane età (classe 1983) già così lunga e intensa, riportiamo, almeno in parte, in calce all’intervista.
L’ arte – dicevamo – del pittore che Sgarbi considera l’ultimo dei caravaggeschi e che l’opinionista, scrittore e giornalista Camillo Langone ha soprannominato “il principe dei Papi” per i numerosi pontefici che ha raffigurato nei suoi quadri, non è solo eccellenza tecnica, ma militanza, resistenza culturale, contemplativa e figurativa: un dialogo continuo con quel patrimonio spirituale e artistico che ha plasmato la società occidentale.
. La sua pittura è caratterizzata da un dinamismo vibrante che prende le mosse dalla profondità teologica del pensiero tomista, dal chiaroscuro barocco, fino a trasformare ogni sua tela in una cattedrale di richiami teologici. Così la sua arte si fa custode e contemporaneamente continua a coniare un linguaggio identitario, plastico, materico, alto e deciso nel non volere solo rappresentare, ma proprio, rendere visibile l’invisibile.
In aperto contrasto con la dematerializzazione del concettualismo contemporaneo e le sue derive spesso, più provocatorie che artistiche, la pittura di Gasparro riafferma il primato del fondamento teologico dell’arte sacra: il dogma dell’Incarnazione, attraverso un impiego della Forma che restituisce spessore e peso all’esperienza del Bello. Così la tela diventa luogo della manifestazione sensibile del Logos. Una vera e propria rinascita della “figura” e della sua funzione originaria.
Di tutto questo abbiamo parlato con l’Artista, inserendoci nell’attualissimo dibattito sull’arte contemporanea in generale e sull’arte sacra in particolare.
In piena sintonia con la visione della nostra testata, questo denso colloquio intende tematizzare la ricerca della Bellezza, non come mero virtuosismo stilistico, ma come vera capacità di restituire alla materia la sua sacralità, abbattendo i dogmi nichilisti dell’arte contemporanea.
Un’intervista che è al contempo un viaggio nella grande arte, nella pittura colta e un atto, poco nostalgico e molto concreto, di riconquista della nostra memoria storica e culturale.
Nel suo saggio “Les mirages de l’Art contemporain”, Christine Sourgins, afferma che l’arte contemporanea non offre alcun riferimento alla bellezza, alla verità o alla bontà, per cui non si fonderebbe su un’estetica morale. Invece l’estetica morale dell’arte sacra si serve della bellezza come veicolo per condurre l’uomo a fare esperienza visibile della bontà e delle verità divine.
Possiamo definire tutto questo, una sorta di apostasia silente, nel senso di un allontanamento graduale anche se non sempre manifesto dalla “kalokagathìa” ovvero dall’unione dei trascendentali dell’essere, il Vero, il Bello e il Buono che definiscono il fine trascendente ed etico dell’arte?
Tenderei a non generalizzare considerando l’intera produzione dell’arte contemporanea in senso negativo. Oltretutto, anche l’arte sacra creata oggi è contemporanea. Ma è certamente condivisibile quanto asserito da Christine Sourgins in riferimento a ciò che per “arte contemporanea” si intende in senso lato, ovvero quell’arte commerciale retta da un sistema potentissimo di mercato, critica e musei che dirigono il gusto collettivo in senso monolitico, verso forme di provocazione, concettualismo e moda. La strada percorsa dagli artisti che si prestano a giocare un ruolo in questi ingranaggi dell’arte del nostro tempo è certamente una sorta di apostasia silente dalla kalokagathìa. Assistiamo ad un autocompiacimento di disvalori che le sono diametralmente opposti, ovvero il culto dell’immaginario onirico e del falso, del brutto deforme e grottesco e del perverso, in tutte le sue accezioni, sino alla blasfemia di maniera (sempre e solo verso gli Oggetti del culto cattolico). Un’arte che si rifà a questi nuovi totem ha certamente una legittimità maggiore nel sistema del “contemporaneo”. Tuttavia non mancano nobili esempi di artisti ancora capaci di proporre un’arte protesa al Vero, Bello e Buono.
La Patristica e la Scolastica (come forma più nobile della filosofia medioevale) hanno sapientemente “cristianizzato” l’alto pensiero aristotelico, in molti punti nodali del suo insegnamento, centrando l’esigenza di una sinergia del pensiero e quindi della ragione, con la Fede.
Nell’ordine supremo del volere di Dio, l’uomo è mosso dalla ragione e dal sentimento, parafrasando il celebre romanzo di Jane Austen. Lo intuì sapientemente san Tommaso d’Aquino, riconoscendo che l’uomo è costituito ontologicamente di intelletto e volontà e se Dio lo ha permesso, evidentemente vuole che arrivi al Creatore per mezzo dell’intelletto o della virtù di Fede.
Se per le sette protestanti ereticali la ragione è demonizzabile, il Cattolicesimo ha saldato le due componenti ritenendole ugualmente valide e legittime nel processo di conoscenza e di amore verso Dio.
Per Aristotele la verità è conoscibile attraverso la contemplazione e l’analisi del dato reale. In questo senso, sposando tale assunto, anche la filosofia cristiana ha fondato le sue basi sul “metodo realista”: la conoscenza della Verità divina si basa sulla presa di contatto con la realtà. Per questo tutti i sistemi di pensiero avversi al Cattolicesimo, dall’Umanesimo in poi, hanno sempre demonizzato il realismo. In arte si pensi all’estetismo astratto e alle eleganze esasperate del Rinascimento legato a Pico della Mirandola e ai cenacoli medicei o alle simbologie criptiche del Manierismo, con il contraltare, negli stessi decenni, dell’aniconismo protestante nell’Europa centro settentrionale, mutuato dall’Ebraismo e dall’Islam. Solo il Concilio di Trento e la trattatistica post tridentina, con le pagine mirabili di san Carlo Borromeo e del cardinale Federico, con quelle del Cardinale Paleotti a Bologna e di altre Diocesi anche spagnole, ha saputo riportare il linguaggio delle arti verso la figurazione aderente al realismo e quindi alla comprensione. L’analisi del dato analitico del reale in Caravaggio o Rubens, Velazquez o Murillo, ecc, non sarebbe concepibile senza i dettami di Controriforma oggi tanto bistrattati. Ovviamente ciò non implica che non ci siano stati geni mirabili, anche nel campo dell’arte sacra, in questa stagione. Si pensi a Pontormo, El Greco o Romanino.
E così, nei secoli, i pensatori rivoluzionari e con essi gli artisti, sono stati recalcitranti per smarcarsi dall’aderenza al reale. Nelle arti sacre la Chiesa ha arginato questo fenomeno con una committenza sempre oculata e sapiente, sino alla resa odierna al Razionalismo. Con questa filosofia si è definitivamente annichilito il portato aristotelico e san Tommaso. La Chiesa con il Concilio Vaticano II, in materia artistica, ha totalmente rinunciato a fornire direttive, lasciando che gli artisti e i committenti d’arte sacra seguissero le istanze del mondo. Sicché si è definitivamente sdoganata la stagione del brutto, dell’incomprensibile e le bizzarrie del concettuale à la mode che nulla hanno a che vedere con la funzione specifica dell’arte sacra, ovvero quella oratoria, catechetica, evocativa del Divino.
Anche nell’arte antica, financo in quella sacra, sono presenti figure brutte e deformi, la morte e la malattia, la follia e il male ma sempre come contraltare della bellezza e del bene e mai per un culto ribaltato come nel postmodernismo e nella contemporaneità. È giusto e legittimo che l’artista scandagli gli abissi del dolore e della sofferenza, del male e del brutto, presenti anch’essi nel reale ma per palesarne la negatività e fornire una prospettiva di ascesa e redenzione, non per un delirante edonismo compiaciuto.
Oltretutto, la scelta della figurazione non implica obbligatoriamente o esclusivamente una predilezione per la “trivialità” del reale, come in Caravaggio o i suoi epigoni, fino almeno alla “Quinta del sordo” di Goya. C’è una figurazione altrettanto realistica ma quasi astratta nella sua perfezione formale, penso a pittori come Piero della Francesca, Raffaello, Carlo Dolci, i classicisti francesi del XVII secolo, De Mura, Canova, Casorati ecc, in cui il reale è comunque trasfigurato. Le linea di demarcazione in arte sono molto labili e la Chiesa Cattolica ha saputo sposare tutte le istanze del cambiamento formale, da Giotto al ‘900, scegliendo sempre il meglio e direzionando gli artisti. Non è mai rimasta imbrigliata nella fissità iconografica delle chiese scismatiche ortodosse. Quindi ci può essere un’evoluzione delle forme ma sempre negli argini nobili della figurazione che attinge dal reale, comprensibile ai fedeli.
Maestro, la Sua pittura richiama con grandissima potenza visiva le suggestioni del Barocco e della Controriforma andando controcorrente rispetto alla desacralizzazione e al concettualismo dell’arte sacra contemporanea. Ma verrebbe da chiedersi e la domanda la rivolgo a Lei, se abbia davvero senso insistere sul “concettualismo”, sbandierandolo come una grande novità, come se nella grande tradizione figurativa dell’arte sacra il concetto, l’idea, non fosse ampiamente presente, pensiamo alla funzione addirittura didascalica di alcune opere del passato. Che ne pensa?
Questo è un ulteriore inganno operato dalla critica d’arte post illuminista. Presupporre che la grande arte antica e moderna non abbia un pensiero e un “concetto”, assieme alla nobiltà della forma, è pretestuoso e falso. Basterebbe avere rudimenti minimi di storia dell’arte per comprenderlo. Come si può non cogliere l’altezza del pensiero sotteso ai fondi oro o ai grandi cicli musivi e ad affresco del Medioevo e del Rinascimento, ai teleri veneziani di Tintoretto o Tiepolo e persino nelle complesse articolazioni di tutti gli apparati decorativi fino al primo ‘900?
Abbiamo detto che la civiltà cristiana si è fondata sulla realtà e sulla sua analisi diretta per conoscere e amare Dio. La modernità, declinata nel Modernismo artistico, filosofico e, in ultima istanza, teologico (eresia condannata da san Pio X), ha spinto verso una divinizzazione dell’uomo. Per farlo, lo ha dovuto svincolare dalle “gabbie” dell’analisi della contemplazione realistica, spingendolo verso la fascinazione dell’immaginativo, del surreale, del chimerico, ovvero di tutto ciò che è irrealistico e “concettuale”. Per questo il pensiero e le arti moderne, figurative e performative (non tutto ovviamente) sono profondamente disumane, in senso ontologico, prima che anticristiche.
Il concetto di autodeterminazione che solletica da anni le battaglie ideologiche, culturali e politiche, nasce proprio dalla costruzione di questa idea dell’uomo che si fa Dio, svincolato dal reale. Un uomo che non è capace di prendere atto della sua limitatezza tangibile e della subordinazione a Dio. Leggendo Voltaire o guardando un’opera di Kandinshìkij non lo si percepirebbe immediatamente, soggiogati come siamo dall’autorevolezza di questi artisti e pensatori. Ma quelle proposte d’arte e filosofiche non possono che portare a tutto ciò che deprechiamo nell’alienazione della società attuale. Tutto torna se pensiamo che la pittura di Kandinskij è notoriamente debitrice verso i movimenti teosofici.
Il vizio supremo è ancora l’orgoglio. Il ritenere che l’arte di oggi abbia un “concetto” pensato e quella antica ne sia priva. Se da un lato può essere, per certi versi, comprensibile che il mondo sia direzionato verso il pensiero modernista e ne sposi le proposte artistiche, per l’arte sacra contemporanea, l’adesione entusiastica e acritica del clero, delle commissioni diocesane d’arte sacra e persino dai sacri palazzi vaticani, è sconcertante perché autodemolitoria. L’abbandono della metafisica classica e di san Tommaso hanno lasciato alle spalle macerie che sarà complesso riedificare.
La Sua pittura richiede mesi di studio anatomico, maestria manuale, per non parlare poi dei tempi lunghi della velatura ad olio che Lei in passato ha paragonato ai tempi lunghi della gestazione. C’è un valore etico, una sorta di “militanza” in senso culturale, da parte Sua, nel difendere questo mestiere, dalle suggestioni di un’epoca in cui la dematerializzazione, sia in senso ideologico, sia in senso digitale, spesso la fanno da padrone anche in campo artistico?
La nobiltà del fare, in arte, oggi è vissuta con un senso di colpa incomprensibile. Nelle accademie il sapere tecnicistico è sostanzialmente negletto. Anche in questo ravviso una sudditanza sfrenata nel compiacimento del sistema commerciale che ha l’urgenza di acquisire molti pezzi da porre sul mercato, nel minore tempo possibile. Sicché, tutto ciò che richiede tempistiche di esecuzione dilatate tecnicamente, di una ricerca iconografica e di pensiero più meditata, non può che essere osteggiato. O molto più banalmente si assecondano mode per un guadagno economico e ideologie per compiacere il potere politico e culturale dominante. Anche in questo c’è un esatto ribaltamento rispetto alle dinamiche del passato. L’avvento del digitale, del web e dell’intelligenza artificiale ha scompaginato ulteriormente i piani e purtroppo in negativo ma paradossalmente, ha ridestato un differente interesse per l’immagine narrativa. C’è persino un commercio di opere “dematerializzate” con collezionisti che pagano cifre astronomiche per acquistare un’idea effimera. Difficile comprendere quanto tutto ciò sia ascrivibile a mera provocazione ideologica o alla speculazione finanziaria.
Lettera 150 si occupa del futuro della cultura e dell’identità europea. Restituire all’arte sacra la sua potenza visiva, non certo per fare “passatismo”, può essere un modo per recuperare il patrimonio identitario della nostra tradizione?
Nel momento in cui l’arte sacra rivestirà i suoi panni, svolgendo il ruolo che le è proprio, questo non potrà che ridestare un senso identitario. Ma prima che in termini culturali, in un’ottica di Fede. Oggi siamo vittime del concetto di “culturale” a scapito del “cultuale”. La grande arte sacra antica è esposta nei musei internazionali non perché ideata per il compiacimento estetico di orde di turisti, bensì per la funzione che aveva nei luoghi di culto pubblico o per la devozione privata. Viviamo nel culto della cultura. Gli antichi non si ponevano il cruccio di fare “cultura”. Creavano cultura, vivendo in un sistema spirituale e sociale che creava i suoi codici, in modo spontaneo, rivolgendosi al divino. E questo persino per l’arte precristiana o di altre false religioni sussistenti dopo l’Epifania del Cristo.
L’attuale, è un processo di musealizzazione sfrenato, di oggetti antichi, persino di quelli più banali di uso comune (dalle caffettiere alle macchine da scrivere) che è estraneo agli uomini che li hanno concepiti e realizzati. Invero, è figlio della cultura enciclopedica dell’età dei lumi che tutto pretese (e pretende) di catalogare e imbrigliare settariamente, con la sete faustiana della “conoscenza” (ecco ancora l’antico peccato d’orgoglio dei progenitori). Questo giustifica anche la sottrazione degli oggetti nati per la liturgia (vasi sacri, paramenti, ecc) posti in musei diocesani e non utilizzati per le celebrazioni. Operazione che ha senso solo nei casi di problematiche conservative o di fruizione di un manufatto antico. Oggetti a cui diamo valore ormai quasi esclusivamente per la nobile foggia più che per il contenuto. Alludo in primis ai reliquiari e ai vasi sacri consacrati.
Tuttavia non dispero: come autore d’arte sacra oggi, so che è ancora possibile proseguire nel solco della Tradizione senza risultare sterili imitatori di nobili stagioni archiviate nella palude della storia.
Giovanni Gasparro ha esposto alla Biennale di Venezia, presso la Galleria Nazionale di Cosenza a confronto con Mattia Preti, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, la Real Basilica di Superga a Torino, Palazzo Venezia a Roma, il Museo Nazionale Alinari e i Musei di Villa Bardini a Firenze, Castel Sismondo e il Museo della Città di Rimini, il Casino dell’Aurora di Palazzo Pallavicini a Roma, la Pinacoteca di San Severino Marche a confronto con il Pinturicchio, la Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari, il Museo Civico di Bassano del Grappa, il Labirinto di Franco Maria Ricci a Fontanellato, il Museo Napoleonico e il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Grand Palais di Parigi, il MART di Rovereto e la Stadtgalerie di Kiel (Germania). Le sue opere sono esposte in importanti collezioni pubbliche e private europee e statunitensi, nonché in diverse chiese e basiliche italiane (a Siena, Trani, Roma e L’Aquila) ed estere (a Malta, in Svizzera e in Grecia).
Tra le sue opere più importanti:
Ultima cena (2006): visibile nel film Saturno contro di Ferzan Özpetek.
Ciclo pittorico per la Basilica di San Giuseppe Artigiano a L’Aquila (2011): diciannove opere tra pale d’altare e cimase.
Quum memoranda – ritratto di papa Pio VII (2014): opera vincitrice del Premio Pio Alferano.
Casti connubii (2013): vincitrice del Bioethics Art Competition dell’UNESCO.
Il nuovo teatro del Divino e altre produzioni recenti su tela e specchi che reinterpretano l’iconografia sacra con la luce e il dramma della pittura del Seicento.
Mostre Recenti e Rilevanti: Bella figura. Pittura italiana d’oggi (2025-2026): esposizione collettiva itinerante (al Complesso della Pilotta di Parma nel 2025 e al Castello Carlo V di Lecce fino ad agosto 2026) con opere selezionate dall’artista.
Giovanni Gasparro. Il nuovo teatro del divino (2023): grande personale antologica al Museo Diocesano di Molfetta, con oltre cinquanta opere.
Giovanni Gasparro. I Papi di Napoleone al Museo Napoleonico di Roma, incentrata sui ritratti dei pontefici dell’era napoleonica.
Dal Tempo, l’Eterno. Viaggio tra l’uomo e il sublime in Giovanni Gasparro (2022) a Palazzo Santacroce a San Gemini

