Noemi Sanna, psichiatra
Le nuove Linee Guida per l’Educazione Civica nelle scuole attribuiscono un ruolo centrale, fortemente sostenuto dal ministro Giuseppe Valditara, alla educazione al rispetto. Ma ciò pone una questione fondamentale: come si insegna il rispetto?
Non si tratta di insegnare le buone maniere, ma accompagnare bambini e adolescenti in un processo volto a riconoscere l’altro come soggetto autonomo, dotato di dignità, portatore di bisogni, desideri, volontà e sentimenti anche quando dissimili dai nostri. Nemmeno se preda di forti emozioni, come essere follemente innamorati, gelosi, arrabbiati, si ha il diritto di aggredire l’altro.
Dall’egocentrismo infantile alle competenze relazionali
Nelle prime fasi dello sviluppo il bambino si percepisce al centro del mondo. Gli altri esistono esclusivamente per soddisfare ogni suo desiderio. È quello che Piaget definisce egocentrismo infantile: una fase fisiologica del processo evolutivo con funzioni psichiche regolative.
La realtà, però, è diversa e, prima o poi, si scopre che anche gli altri hanno esigenze e aspettative proprie che non si possono ignorare. Si scopre che nessuno è venuto al mondo per soddisfare qualunque nostra esigenza e che chiunque ha il diritto di dirci No. Nemmeno mamma e papà sono là solo per compiacerci, figuriamoci un partner, un amico, un collega.
È anche a questa inevitabile disillusione che gli adulti devono preparare i giovani. Non tutto ciò che desideriamo può essere ottenuto nei tempi e modalità desiderate, ma esistono regole, limiti e volontà altrui con cui dobbiamo confrontarci. Se ogni limite viene vissuto come un sopruso e ogni rifiuto come un’ingiustizia, diventa arduo rispettare la volontà dell’altro quando in conflitto con la nostra.
Dalla pedagogia del divieto alla pedagogia della relazione
Il rispetto è saper tollerare la frustrazione di un diniego evitando che si trasformi in aggressività, capire che un desiderio non costituisce un diritto e l’intensità di un sentimento non legittima alcuna prevaricazione. Tuttavia, non basta imparare che non è lecito voler controllare il partner o reagire violentemente a un rifiuto, occorre acquisire le abilità che ci rendano concretamente capaci di rispettare il prossimo.
Il rispetto è una competenza relazionale e, come ogni competenza, deve essere esercitato perché possa diventare un comportamento abituale. Occorre quindi passare dal semplice «non devi» a una pedagogia del «come si fa»: dai principi astratti alle pratiche quotidiane, trasformando la classe in un laboratorio di convivenza civile.
Un primo obiettivo è insegnare ai ragazzi a distinguere l’emozione dall’azione. Gelosia, rabbia, paura dell’abbandono, sono emozioni umane e possono essere particolarmente intense nella adolescenza. Occorre riconoscerle ed accettarle senza trasformarle automaticamente in comportamento ostile. È proprio nello spazio tra ciò che sentiamo e ciò che decidiamo di fare che costruiamo le fondamenta della responsabilità individuale.
I giovani pensano che amare qualcuno significhi possederlo: devono diventare capaci di amore autentico che non rende il partner un proprio oggetto, capire che la gelosia non da alcun diritto di agire perché il prezzo da pagare è sempre troppo alto. Devono essere consapevoli che non esistono relazioni senza conflitti, ma il conflitto non è violenza, e può essere affrontato affermando le proprie ragioni e recependo quelle dell’altro senza distruggerlo.
Come insegnare concretamente il rispetto
Quali metodi e strategie sono raccomandabili affinché l’insegnamento al rispetto, che deve iniziare già nell’infanzia e proseguire per tutta l’adolescenza, possa essere efficace?
Musica, teatro, narrazione e gioco hanno una particolare forza educativa perché coinvolgono, oltre la dimensione cognitiva, anche quella emotiva. Una canzone sulla differenza tra amore e possesso, per esempio, può lasciare una traccia più profonda di una classica lezione frontale.
Role Playng e inversione di ruoli. Simulazioni che ricreano, in ambiente protetto, situazioni concrete con cui interagire. Gli studenti assumono alternativamente il ruolo di vittima e predatore e ciò permette loro di sviluppare quella capacità di vedere la realtà con gli occhi dell’altro che è alla base dell’empatia senza la quale non vi può essere rispetto.
Imparare a riconoscere la violenza prima della violenza
È fondamentale che i ragazzi sappiano che la violenza non arriva mai improvvisa, ma è preceduta da condotte a sempre più alto grado di intensità, non facilmente riconoscibili. Il ricatto emotivo, la pressione sessuale, l’isolamento dagli amici, il controllo digitale, la condivisione di immagini intime, la sorveglianza continua sono alcuni tra i comportamenti che preludono ad una violenza conclamata.
L’obiettivo è proprio quello di aiutare i giovani a riconoscere i comportamenti quotidiani attraverso i quali il rispetto viene costruito oppure progressivamente perduto insegnando loro a riconoscere le dinamiche della prevaricazione, ma anche quelle delle relazioni sane.
Bullismo
Il Bullismo non è una faccenda privata tra bullo e vittima, ma un fenomeno relazionale allargato a più soggetti sostenuto dalla funzione di potere e di riconoscimento sociale che deriva dalla prevaricazione. Finché il bullo riceve attenzione, condivisione, reputazione, la sola proibizione rischia di non dare risultati. Quando il gruppo cessa il rinforzo e vengono stabiliti confini coerenti e non negoziabili, il bullo è privato della sua ricompensa e la prevaricazione può essere ostacolata.
Non basta dedicarsi al bullo e alla vittima, ma occorre intervenire contemporaneamente anche sugli spettatori, sul gruppo dei pari, sulle famiglie e sul contesto scolastico.
Conclusioni
Il rispetto comincia quando accettiamo che l’altro possa pensarla diversamente, dirci di no, interrompere una relazione, sottrarsi al nostro controllo e scegliere una strada che non coincide con quella che avremmo voluto per lui.
Educare al rispetto significa educare al riconoscimento di un principio tanto semplice da formulare quanto difficile da praticare: l’altro non ci appartiene.
Ed è forse questa una delle competenze più importanti che la scuola, insieme alla famiglia, possa contribuire a costruire.

