Europa “islamica”: ritorno su una polemica

Stefano Rapisarda, Ordinario di Filologia Romanza all’Università di Catania

Nell’anno di Averroè, dare al libro di Gouguenheim il diritto di essere confutato per quello che è: eventualmente, un brutto libro
Prima che termini questo anno “averroista”, il 900° anniversario della nascita (Córdoba 1126) dell’illustre filosofo arabo che fu “gran commentatore” di Aristotele, vale forse la pena rileggere la querelle scatenata in Francia dall’uscita del libro di Sylvain Gouguenheim, Aristote au Mont Saint-Michel. Les racines grecques de l’Europe chrétienne (Seuil, 2008), tradotto in italiano da Rizzoli col titolo, per la verità piuttosto incomprensibile, di Aristotele contro Averroè. Ci sono di mezzo i morti di Charlie Hebdo (12), del Bataclan (130), di Bruxelles (32) e di Nizza (86), il 7 ottobre e le città a ferro e fuoco di questi giorni. Ci si domanda se, in un clima politico totalmente mutato, nel quale cominciano peraltro a percepirsi, anche da parte di nuovi attori accademici, segni di insofferenza nei confronti del Post-colonial, del wokismo, della culture of complaint, non si potrebbe riaprire il caso Gouguenheim.
I fatti sono noti. Il libro dello storico francese (non un riconosciuto esperto del tema, cosa di cui lo si accusò istantaneamente) contestava il peso delle traduzioni arabe di testi filosofici greci nello sviluppo intellettuale dell’Occidente medievale: enfatizzate, a suo parere, rispetto alla continuità della trasmissione diretta dal greco al latino, da Bisanzio alla Francia del Nord. Si sarebbe imposta così un’idea ricevuta, secondo la quale «l’Europa sarebbe debitrice verso l’Islam di una parte essenziale della sua identità». La tesi fu giudicata infondata, provocatoria, destabilizzante, persino scatenatrice di «scontri di civiltà», e contro un autore presentato come marginale si dispiegò una falange di opliti accademici. Perché schierarsi contro un “dilettante” con tale potenza di fuoco? Quando Alain de Libera gli oppone il manifesto dei 56 e scrive la sua confutazione, Les Grecs, les Arabes et nous. Enquête sur l’islamophobie savante, la sensazione è che tra i savants il numero degli islamofobi sia in enorme misura inferiore al numero degli islamofili. L’autore veniva intanto posto a processo dal suo ateneo, sotto una pressione che non è esagerato definire da processo inquisitoriale.
Chi sarebbero gli «islamofobi» evocati nel contro-pamphlet? Essenzialmente un trittico: René Marchand, Antoine Moussali e Dominique Urvoy. Non accademici alla moda, ma non proprio dilettanti: Marchand e Moussali sono arabisti di lungo corso, Urvoy è storico della filosofia islamica, professore a Toulouse-II Le Mirail e autore di una vita di Averroè edita da Flammarion. In particolare a Marchand non si perdona di aver scritto La France en danger d’Islam, entre jihâd et reconquista, nel quale, ripercorrendo l’evoluzione dell’Islam, dimostrava come gli episodi di violenza a cavallo tra XX e XXI secolo non fossero una deriva occasionale ma l’ennesimo atto di una guerra dichiarata dall’Islam a tutte le altre culture fin dal VII secolo. Dopo aver descritto l’Islam reale senza le delicatezze del Post-coloniale, egli suggeriva di regolamentare il culto musulmano in Francia.
Il vero bersaglio emerge però nelle primissime pagine: «Aristote au Mont-Saint-Michel sviluppa una visione del mondo che si inserisce precisamente entro la filosofia della storia di stampo sarkozista » (p. 8). Il neoeletto presidente, del resto, si era avventurato nel mondo delle idee, come mostra una sua dichiarazione riportata da Le Figaro il 17 aprile 2007: «In fondo, ho fatto mia l’analisi di Gramsci: il potere si conquista con le idee. È la prima volta che un uomo di destra si avventura in questo terreno».
Il contesto era quello del sarkozismo: la «laïcité positive», le «radici giudaico-cristiane», un’Europa uscita ferita dai referendum francese e olandese del 2005, anche per le dispute sul mancato richiamo alle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea.
Contro il libro di Gouguenheim il mondo accademico dei medievisti di Francia fece blocco compatto, a eccezione di pochissime voci, la più autorevole delle quali fu Jacques Le Goff, che dichiarò il libro «discutibile» ma meritevole di confutazione scientifica, eventualmente, più che di un trattamento esorcistico.
Se andiamo a leggerlo o rileggerlo, come spesso nella produzione scientifica, contiene argomenti efficaci e inefficaci, formulazioni felici e altre meno felici. Infelicissimo è Gouguenheim quando si avventura in discussioni di «linguistica comparata» sulla traduzione tra strutture indoeuropee e semitiche: però è anche vero che il problema se lo pongono i traduttori latini. Ugo di Santalla (prima metà del XII secolo), buon conoscitore dell’arabo e autore di numerose traduzioni prodotte in area ispanica, parla di implacabilis diversitas tra arabo e latino, e lo stesso fa Ermanno di Carinzia, che rende la sensazione di «sovrabbondanza», di «ridondanza» dell’arabo rispetto al latino col termine fluxus.
D’altronde la discussione sulla vera o presunta sterilità culturale e filosofica dell’Islam medievale non è affatto una novità dei nostri tempi. Lo si può ricondurre al primo Umanesimo, come mostra il bel libro di Dag Nikolaus Hasse, Success and Suppression. Arabic Sciences and Philosophy in the Renaissance (Cambridge [Mass.]-London, Harvard University Press, 2016). E sostanzialmente lo si ripeté fino a Ernest Renan, che per primo studiò la fortuna di Averroè nel mondo latino e in Averroès et l’averroïsme sostenne che «la filosofia, presso i Semiti [e si riferiva a ebrei e arabi indistintamente], non è mai stata altro che un prestito puramente esteriore e privo di fecondità, un’imitazione della filosofia greca» (1852).
Ora il mainstream accademico va da tutt’altra parte. Rassegniamoci quindi ad ammettere che, almeno nel paradigma vigente, i margini di un possibile «revisionismo» sono piuttosto stretti e, se anche oggi trovasse ospitalità accademica, esso si troverebbe a colluttare con le mitologie degli -ismi contemporanei. Anche la messa al bando del filosofo cordobense fu un fatto determinato da strategie e convenienze politiche. In questa prospettiva, lo ammettiamo, è inesatto dire «l’Islam ha condannato Averroè», e sarebbe meglio dire: «al-Manṣūr, per ragioni di tattica, ha ritenuto utile condannare Averroè in una specifica contingenza politica». Va bene, ma negoziamo però almeno qualche piccolo aggiustamento: si ammetta che l’interesse del mondo islamico per Averroè sia pari a quasi zero, tranne i pochissimi che nel Novecento si sono interessati al razionalismo. E resta il fatto che comunque Averroè sopravvive solo perché sopravvissero le traduzioni latine (ed ebraiche): insomma, è più un capitolo della storia della filosofia occidentale che non un prodotto del «mirabile contributo dell’Islam alla cultura del mondo». Anche in questo caso, quindi, per essere esatti bisognerebbe limitarsi a espressioni un po’ meno generiche: forse più che enfatizzare ciò che «l’Occidente deve all’Islam», si dovrebbe formulare: «ciò che l’Occidente deve ad alcuni pensatori arabo-islamici del tutto minoritari all’interno dell’Islam e perseguitati come Averroè».
Resta, su tutto, il diritto del libro di Gouguenheim di essere giudicato secondo le regole della scienza e non del processo politico: dicendo anche, ma in scienza e coscienza, che forse di un brutto libro si tratta.