Cosa può suggerirci la Grosse Koalition in Germania?

Vincenzo Mannino, Professore emerito dell’Università degli Studi Roma Tre

Ero a Berlin quando Friedrich Merz, il leader della Cdu candidato a guidare il governo tedesco, non ha ottenuto in parlamento la maggioranza richiesta. Per la prima volta dalla fondazione della Repubblica Federale, un cancelliere designato è stato bocciato dal Bundestag al primo turno di votazione. Ho assistito in diretta allo ‘sbandamento’ che l’evento ha provocato in larga parte dei Tedeschi. La sensazione di un danno politico tutt’altro che irrilevante era evidente ed è rimasta anche dopo il successivo voto favorevole del parlamento. Da lì a poco sarebbe arrivata la reazione allarmata della stampa, interpretando l’accaduto come il segno di una crisi trasversale alla maggioranza di governo e all’interno delle sue componenti partitiche. Si è cominciata a prefigurare una persistente situazione di instabilità, in linea con il vuoto politico apertosi sei mesi prima con le dimissioni del governo di Olaf Scholtz, lo scioglimento del parlamento e le successive elezioni anticipate.


Le elezioni di febbraio 2025 hanno visto la vittoria dei cristiano-democratici di Merz, ma anche il crollo del partito socialdemocratico, dei verdi e dei liberali che sostenevano il precedente governo. A sua volta, l’ultradestra post-nazista di AfD si è affermata come secondo partito con oltre un quinto dei consensi, mentre ha fatto meglio delle aspettative la sinistra radicale della Linke. Si è subito delineata l’idea che il paese potesse avere un governo stabile con l’accordo dei cristiano-democratici e socialdemocratici, replicandosi, in definitiva, un’alleanza più volte sperimentata in Germania nel passato recente. Quanto è accaduto in parlamento suggerisce però che la soluzione non trova pieno consenso neppure fra chi l’ha promossa.
Il quotidiano economico Handelsblatt non ha usato mezzi termini. Ha definito il fallimento iniziale di Merz come un ‘segnale’ da non intendere solo come un piccolo inciampo. Si tratterebbe di un voto che indica la scarsa affidabilità di una coalizione priva di coesione. Il primo effetto sarebbe il rischio di una caduta della fiducia degli elettori, già seriamente compromessa dall’operato del precedente governo Scholtz. Sarebbe emersa l’incapacità dei partiti tradizionali di risolvere con coerenza la crisi economica in cui si dibatte il paese dopo anni di successi travolgenti. Nello stesso tempo sarebbe stata compromessa la credibilità internazionale della Germania quale virtuoso esempio di stabilità politica, di benessere economico e di pace sociale, dandosi fiato all’AfD. Anziché contrastare quest’ultimo partito con un’incisiva attività di governo, si prefigurerebbe un’azione politica fatta di giochetti e di veti reciproci, destinati a essere difficilmente comprensibili dai più. Come ha sottolineato la Frankfurter Allgemeine Zeitung, in parlamento si è avuta la rappresentazione teatrale della profonda spaccatura interna alla coalizione, i cui effetti potrebbero rivelarsi devastanti. Il governo Merz, cioè, avrebbe deluso in partenza e con il successivo voto favorevole avrebbe solo conquistato un consenso parlamentare ‘zoppo’.


È innegabile che la frattura disvelatasi in parlamento sia figlia di una diversità programmatica dei due partiti che hanno dato vita alla Grosse Koalition di governo. Le promesse fatte in campagna elettorale con lo slogan ‘cambiamento politico’ erano enormi. Da ciò l’annuncio di una svolta radicale, con l’avvio di una più rigorosa gestione dei migranti, di una ripresa economica che superi il dogma del rigore nei conti a tutti i costi per ridefinire la politica sociale e del lavoro, di una strategia sull’energia aperta alla tecnologia senza eccessi integralisti, di una diversa articolazione dei rapporti fra l’Europa e Washington in materia di sicurezza. Tuttavia, è proprio rispetto a questo programma che con il voto negativo subito da Merz si è palesata platealmente quella diversità di approccio fra i partiti della Grosse Koalition già emersa nella fase della ricerca di un accordo di governo.
Non può, per esempio, ritenersi un caso che la Koalition si sia formata rapidamente solo quando Merz ha accettato l’idea della Spd di realizzare un forte aumento del debito pubblico. D’altro canto, avendo Merz escluso qualsiasi forma di dialogo con AfD, contro la quale si è anzi creata una sorta di conventio ad excludendum, la sua forza negoziale nei confronti della Spd è stata fin dall’inizio limitata. I franchi tiratori in parlamento hanno solo confermato che Merz è un leader debole, destinato a essere soggetto a veti politici. Da settimane in Germania circolano addirittura voci che nella stessa base della Cdu non si sarebbe tanto sicuri che Merz abbia la volontà/capacità di mantenere le sue promesse elettorali. Si dubiterebbe che sia il candidato giusto per la carica di Cancelliere. Del resto, da un sondaggio della televisione pubblica tedesca Zdf emerge il rifiuto della maggioranza dei cittadini (addirittura il 56 %) di averlo come capo del governo.
Per nulla più forte appare, poi, la posizione di Lars Klingbeil, il leader dell’Spd cui viene ugualmente imputato di avere disatteso alcune sue fondamentali promesse elettorali, causando malcontento nel partito e nel suo elettorato già decimato nelle urne. In sostanza, anche Klingbeil non godrebbe della piena fiducia tra i suoi sostenitori e i suoi parlamentari. Gli si imputa di avere ceduto nelle trattative di governo su fondamentali aspetti programmatici del suo partito.
Insomma, la bocciatura del Cancelliere in pectore al primo turno prova l’esistenza di tensioni profonde e l’incapacità di Merz e Klingbeil di gestirle in modo conclusivo. Il lieto fine della seconda votazione non può trarre in inganno. La fragilità dell’alleanza tra Cdu e Spd rende la futura attività di governo assai poco sostenibile all’interno del parlamento e nel paese. È verosimilmente la formula della Grosse Koalition a essere giunta al capolinea. Essa ha rappresentato una maggioranza di sistema, immaginata e costruita più per necessità di fronte all’impossibilità di soluzioni di governo coerenti per visione e sostenute da vero consenso. Quella varata da Merz e Klingbeil è la riedizione di vecchie coalizioni Cdu – Csu e Spd – Verdi, che con alcune varianti marginali resiste dal tempo del Cancelliere Gerhard Fritz Kurt Schröder. Si tratta della riproposizione di una formula di governo che ha retto per decenni perché la locomotiva tedesca ha tirato, fondandosi, per di più, sul rigore di bilancio, su un euro forte, sulla narrazione di un’Unione europea a guida tedesca. Oggi questo schema è in crisi e i voti che sono mancati a Merz l’hanno confermato impietosamente.


Guardando alla ‘questione’ tedesca entro un orizzonte più ampio e comunque dal punto di vista italiano, possono trarsi alcune valutazioni di ordine generale.
Le ultime vicende della Grosse Koalition tedesca colpiscono anche la credibilità di una crescita politico-istituzionale dell’Unione europea sul solco tracciato negli ultimi decenni dal protagonismo trainante della Germania. L’idea di un’integrazione fatta tout court di debito comune, difesa comune e altro risulta indebolita. Si aprono piuttosto prospettive di uno sviluppo dell’Unione europea improntato a un più equilibrato rapporto di segno paritario dei diversi paesi che la compongono con le loro identità, senza insistere su un ineluttabile federalismo depressivo delle specificità nazionali. Entro questo quadro si coglie lo spazio di per un protagonismo dell’Italia fino a oggi poco praticato.
D’altro canto, il nostro paese può guardare da lontano quanto accade in Germania e ai limiti negativi che implica una Grosse Koalition. Dopo anni di incertezza politica e di ricorso compulsivo alle grandi intese, risulta chiaro che ne sono finalmente venute meno le ragioni eccezionali – reali o costruite a tavolino poco importa – su cui si sono fondate. Chi continua a sognare e a proporre in modo ripetitivo le grandi intese fa della eccezionalità la norma, nella speranza magari di governare senza proporsi di vincere le elezioni sulla base di una progettualità di governo credibile, convincente e coerente. Si trova oggi in minoranza nel paese prima ancora che in parlamento. Proprio le vicende della Grosse Koalition tedesca confermano quanto essa sia assai poco promettente per lo sviluppo di un paese, mentre gli effetti positivi di un governo fondato su una solida e coerente maggioranza sono sul piano della credibilità nazionale e internazionale sotto gli occhi di tutti. Solo una persistente cecità, spesso indotta da una narrazione fuorviante, può impedire di rendersene conto. Basta emblematicamente ricordare le evidenze inoppugnabili offerte dal livello attuale dello spread e dal rating di segno positivo conquistati dall’Italia grazie al riconosciuto miglioramento delle prospettive economiche e politiche nel corso degli ultimi due anni del governo presieduto da Giorgia Meloni, che dispone di una maggioranza parlamentare coesa perché fondata su una visione condivisa.
La verità è che le grandi coalizioni funzionano solo in tempi di emergenza, mentre in tempi normali servono solo a rinviare il fisiologico confronto fra le varie forze politiche e le scelte chiare sul piano politico, mascherando la mancanza/povertà di idee e di coraggio, ma, spesso, nascondendo anche la mancanza di consenso.
Merz, con il suo governo, approvato stentatamente solo al secondo tentativo, ha mostrato i limiti di una Grosse Koalition. Rischia in modo pericoloso di replicare tristemente un modello svalutato, fingendo che non lo sia. Quanto potrà ancora durare siffatta fascinazione in Germania è difficile dirlo, ma, per fortuna, l’Italia sembra esserne lontana.

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