Francesco Magni, docente di Pedagogia generale e sociale all’Università degli studi di Bergamo
Più di un secolo fa, nella sua Teoria dell’educazione (1901), Lucien Laberthonnière (1860-1932) rifletteva sul rapporto sussistente tra l’autorità del maestro e la libertà dello studente, interrogandosi su come conciliare queste due apparenti polarità.
Le sue considerazioni risultano oggi di particolare attualità, nel momento in cui, di fronte ad alcune iniziative del Ministero dell’Istruzione e del Merito volte a riaffermare la magisterialità e l’autorità degli insegnanti – sia sotto il profilo dell’importanza del docente nelle dinamiche di insegnamento/apprendimento attraverso le bozze delle nuove Indicazioni Nazionali per le scuole del primo ciclo, sia sotto quello della tutela giuridica a fronte di deprecabili episodi di violenza, bullismo ed aggressioni sul quale è intervento un recente disegno di legge del governo – si levano accuse di un presunto “autoritarismo” e di una visione “passiva” dell’educazione, con l’allievo che sarebbe ridotto a mero esecutore di ordini altrui. Tali critiche, tuttavia, sembrano derivare da una concezione distorta e riduttiva del concetto di autorità in ambito educativo sul quale, in estrema sintesi, si proverà a fornire qualche spunto di possibile chiarimento.
1. Senza autorità non può esserci educazione
Partiamo da una constatazione esistenziale, al tempo stesso biologica e formativa: nessuno di noi ha scelto di nascere, né ha potuto “farsi da sé” e da solo nel proprio percorso di crescita personale. Ognuno di noi è diventato quello che è – nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti – anche grazie ad una serie incessante di relazioni educative autentiche che lo hanno sostenuto, corretto, orientato, formato, fatto crescere. Relazioni che non si esauriscono nell’infanzia o nell’adolescenza, ma che, in forme diverse, continuano ad accompagnarci lungo tutto l’arco della vita, nelle innumerevoli sfide che essa ci pone davanti.
A tal proposito, Laberthonnière scriveva che bisogna avere il coraggio di affermare che educare un giovane significa necessariamente esercitare su di lui un’autorità e domandargli di obbedire.
Un’affermazione del genere, oggi, susciterebbe probabilmente una “levata di scudi”, con accuse immediate di “autoritarismo” nei confronti dello stesso pedagogista francese, come se non fosse possibile, in alcun modo, conciliare l’autorità del maestro con la libertà dell’allievo; come se le due dimensioni fossero destinate a sfociare in un inevitabile conflitto.
Libertà e autorità, infatti, vengono spesso contrapposte in modo da apparire come assolutamente inconciliabili, diventando «due forze nemiche tra le quali essi impongono di scegliere, senza neppure domandarsi se tuttavia non si potrebbe fare qualche cosa d’altro, oltre che schierarsi semplicemente dalla parte dell’una contro l’altra» (p. 140). Oggi come allora, sembra che «non vi sia alcuna via di mezzo tra l’abbandonare il fanciullo a sé stesso e l’opprimerlo» (p. 149).
Eppure questa contrapposizione si rivela forzata e fuorviante. Anzitutto, perché ogni educatore ha il dovere di porsi nei confronti dei propri studenti come un’autorità. Quindi anche attraverso correzioni, limiti, incoraggiamenti.
Ma è proprio qui che s’impone una precisazione fondamentale: di quale autorità parliamo, in ambito educativo?
È evidente il rischio, sempre possibile in ogni vicenda umana, di degenerare in un tipo di autorità che asservisce l’altro con l’uso della forza, della violenza o dell’astuzia, ma, ricorda sempre Laberthonnière, c’è «anche un’altra autorità […] che, legando la propria sorte alla loro, persegue con essi un fine comune; e questa è l’autorità liberatrice» (p. 150).
L’autorità in ambito educativo non ha nulla a che fare con il dominio o l’oppressione: essa deve essere intesa alla luce della finalità che le è propria, quella cioè di far crescere e maturare il giovane nella pienezza della propria personalità e dell’espressione dei suoi talenti.
Si tratta dunque, come affermava Laberthonnière, di un’autorità autorevole e per questo liberatrice, che libera, che si esercita con intenzioni disinteressate, che si pone al servizio dello sviluppo e dell’autonomia dell’allievo intrecciando il proprio cammino a quello dell’educando per raggiungere insieme un fine comune. Come potrebbe una simile prospettiva essere negativa, o addirittura “pericolosa” in un’epoca segnata da un grande bisogno di “maestri” autorevoli?
2. La relazione educativa tra maestri e allievi
Torna così al centro dell’attenzione la questione fondamentale: l’importanza della relazione educativa. Di recente, ho partecipato a un incontro pubblico nel quale si denunciavano presunti tentativi di imporre una visione “autoritaria” della scuola, fondata esclusivamente sulla magisterialità dell’insegnante e sulla sua autorità, in contrasto – si sosteneva – alla tradizione dell’attivismo pedagogico e del “puerocentrismo”. Simili critiche rischiano di trascurare un dato essenziale: affinché possa esserci una autentica esperienza educativa è imprescindibile la presenza di una relazione educativa tra maestro e allievo come la stessa ricca tradizione pedagogica ci testimonia dall’Emilio di Rousseau fino al maestro bresciano Marco Agosti. Al centro di ogni processo educativo vi è tale relazione, che si esprime in libertà e responsabilità, senza la quale si entra in altri processi – se si vuole anche di auto-formazione/apprendimento – ma che esulano dal carattere “educativo” in quanto tale, inteso come incontro tra due libertà in cammino.
Ciò che conta, dunque, è superare la falsa contrapposizione tra autorità del docente e libertà dello studente; riaffermare la prima non significa affatto negare la seconda, ma anzi offrirle il terreno migliore e più solido per potersi sviluppare pienamente. E tutti, genitori in primis, sono chiamati a rispettarla e a concorrere al suo corretto declinarsi, per il bene degli stessi studenti. L’autorità educativa del maestro è infatti la conditio sine qua non per un fecondo cammino formativo dell’allievo.
In sua assenza – al netto di molta retorica, spesso alimentata da visioni pedagogiche riduttive o distorte – non si offre al giovane un autentico aiuto per crescere, ma lo si sta semplicemente abbandonando a sé stesso. Il risultato? Non l’emancipazione e il compimento di sé, ma la confusione e lo smarrimento all’interno di una anarchia educativa irrazionale che, anziché favorire lo sviluppo personale, finisce per comprometterlo.
