Nuovi equilibri Uomo-Macchina nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Cinzia Bisi, Ordinaria di Geometria all’Università degli Studi di Ferrara


Se è ormai assodato che l’Intelligenza Artificiale (IA) rappresenta una nuova “rivoluzione industriale” destinata a trasformare profondamente il mondo del lavoro, desideriamo qui concentrarci sulla “rivoluzione antropologica” che essa sta inducendo nella nostra società e su inediti equilibri tra uomo e macchina che si vanno delineando.

Quando un adolescente, di fronte alla sua prima delusione amorosa, cerca conforto in una “chatbot” e trae sollievo dalla risposta ricevuta, anziché confidarsi con l’amico più caro o con uno psicologo, diviene palese come la macchina stia esercitando un’influenza sul genere umano. Allo stesso modo, quando modifichiamo il tono della nostra voce per farci comprendere dall’IA integrata nella nostra automobile o nella nostra abitazione, appare evidente come la macchina stia plasmando i nostri comportamenti.
Mentre ci impegniamo ad arricchire le macchine con sfumature sempre più sofisticate del pensiero umano, nel tentativo di renderle simili a noi nel ragionare, queste ultime penetrano e condizionano in misura crescente la vita delle persone.

Diventa pertanto sempre più impellente per l’umanità sviluppare un acuto spirito critico e una profonda consapevolezza nei confronti delle macchine che ci influenzano. In questo scenario, la Scuola, e l’Istruzione nel suo complesso, possono svolgere un ruolo cruciale. La capacità critica, infatti, scaturisce sempre da un confronto: riusciamo a valutare una determinata situazione solo se ne conosciamo altre diverse, da cui l’importanza di affiancare all’insegnamento delle nuove tecnologie anche discipline apparentemente distanti da esse, come giustamente sostenuto dalla Riforma della Scuola promossa dall’ attuale Ministro dell’ Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.

L’avvento dell’IA ci spinge inoltre ad interrogarci sulla vera natura e sul ruolo dell’ “intelligenza umana” oggi, in una società sempre più popolata dalle “intelligenze artificiali”.

Spesso si tende a liquidare i sistemi di IA come semplici “simulatori” del pensiero o dei sentimenti umani, o come “pappagalli statistici” che ripetono l’idea più probabile e ricorrente, tra le innumerevoli informazioni loro fornite. Eppure, nei contesti in cui operano, tali sistemi dimostrano prestazioni superiori a quelle umane.

Proprio nel linguaggio, la facoltà per eccellenza che distingueva l’uomo dalle macchine (e dagli animali), si è rivelato l’ambito in cui l’IA eccelle (i cosiddetti LLM, Modelli di Linguaggio su Larga Scala). Se da un lato l’IA si limita a simulare il pensiero umano, dall’altro è oggi in grado di potenziarsi autonomamente, interagendo e utilizzando altri sistemi di IA (i cosiddetti AI Agents) con cui “pensare congiuntamente”, una capacità preclusa all’essere umano, che non può pensare simultaneamente con il proprio cervello e con quello di un altro individuo.

In che modo, dunque, l'”intelligenza umana” può convivere con l’ “intelligenza artificiale” senza andare in competizione con essa ?
Ormai i sistemi di IA superano quasi tutti i nostri test di intelligenza umana ed alcune abilità considerate talenti fino a poco tempo fa, stanno acquisendo un’importanza secondaria. Ad esempio, l’eccellente capacità di traduzione simultanea rimarrà una competenza rilevante solo in ambiti molto specifici; allo stesso modo, avere una voce intonata non garantirà più automaticamente una carriera di successo come cantante, poiché il proprio “avatar vocale” può essere reso più intonato e armonioso dell’originale.
Cosa sarà considerato, quindi, un “talento umano” nel futuro?
Se da un lato saremo tutti chiamati a conoscere a fondo questi strumenti di IA e a mantenere un elevato livello di attenzione, data la loro natura statistica, basata su enormi quantità di dati e la conseguente presenza di un margine di errore, dall’altro dovremo sviluppare, nelle nostre attività lavorative, una maggiore originalità, e nelle nostre relazioni interpersonali, una maggiore profondità e spontaneità.

Una “chatbot” oggi è perfettamente in grado di riassumere e tradurre un testo, di scrivere emails con un tono formale piuttosto che colloquiale, di fare liste, di creare testi e di creare esercizi; ma la risposta di un “chatbot” presenta sempre una certa artificialità e meccanicità nella costruzione delle frasi, mancando di originalità e specificità, proprio perché opera su base statistica, selezionando la frase più frequente anziché quella più singolare ed originale . Così come un robot può solo simulare un sentimento, non certo provarlo, ed è privo di un vissuto personale: non è mai stato bambino, non è mai dipeso dai genitori, non si è mai sbucciato un ginocchio giocando a pallone, non ha mai sperimentato nè dolore, né fatica, nè gioia.

Assisteremo alla nascita di nuovi complimenti come “questo documento è così originale che nessuna IA avrebbe potuto scriverlo” e di nuove forme di critica: ad esempio, una donna potrà dire a un uomo che la frequenta senza amarla “ti comporti proprio come la mia intelligenza artificiale, che simula , senza provare veri sentimenti”.

Dovremmo, in sintesi, diventare tutti quanti più diamantini e poliedrici nel nostro lavoro e più profondi e spontanei nei rapporti interpersonali per distinguerci da macchine sempre più simili a noi, e questo rappresenta certamente un aspetto positivo dell’avvento dell’Intelligenza Artificiale.
È indubbio che sarà necessario creare gradualmente un equilibrio dinamico e virtuoso tra i sistemi di IA e gli esseri umani: i sistemi di IA diventeranno nostri collaboratori, anche se da osservare con costante vigilanza, mantenendo sempre alta la soglia di attenzione. L’essere umano, d’altra parte, sarà chiamato a sviluppare nuovi virtuosismi in ambito professionale, ma anche relazioni personali più intense e autentiche con gli altri esseri umani, per differenziarsi dalle entità artificiali.

E questa sarà la nostra “nuova normalità”, ma solo temporaneamente, in attesa di ulteriori sorprendenti scoperte che, come l’Intelligenza Artificiale, non potremo fare a meno di invitare al nostro tavolo e di accogliere.