Alessandro Amadori, Direttore Scientifico Yoodata
Secondo il Rapporto Cida-Censis appena pubblicato, la classe media italiana, che rappresenta quasi i due terzi della popolazione, oggi è in crisi e teme un vero e proprio declassamento sociale. Esemplificando con alcuni dati emblematici, il 45% ha già tagliato i consumi, quasi 8 su 10 ritengono che il welfare pubblico non risponda più ai reali bisogni e oltre il 50% immagina per i figli un futuro all’estero. Sul piano politico, questo grande ceto medio disorientato chiede a gran voce di riconoscere competenze e merito e ripensare fisco e welfare.
Dal punto di vista sociologico, la classe media è tradizionalmente composta da famiglie con un reddito stabile, in grado di coprire i bisogni essenziali — come casa, salute, istruzione — e di permettersi qualche consumo discrezionale, come vacanze, cultura, tecnologia. Tuttavia, ora questa stabilità è sempre più fragile, anche se in realtà la classe media non è mai stata una categoria omogenea, ma piuttosto un insieme di condizioni economiche e culturali che però hanno rappresentato per decenni la spina dorsale del Paese. Oggi, questa fascia sociale appare sempre più compressa tra l’aumento del costo della vita e la stagnazione dei redditi.
Ma che cosa si intende esattamente per “ceto medio”? In pratica, questa ampia fascia sociale include in particolare lavoratori dipendenti qualificati, piccoli imprenditori e artigiani, professionisti, pensionati con redditi medio-alti. E non si tratta solo di una questione di reddito: secondo il Censis, la classe media è anche una categoria culturale, fondata su valori come merito, stabilità, responsabilità e mobilità sociale. È una fascia che ha sempre creduto nel lavoro come strumento di progresso, nell’istruzione come leva di riscatto, nella proprietà come garanzia di sicurezza.
Sempre il Censis stima che circa il 60% degli italiani si identifichi come appartenente al ceto medio. Tuttavia, questa appartenenza è sempre più psicologica che materiale: infatti, molti si sentono “classe media”, ma vivono condizioni economiche precarie o stagnanti. Il senso di appartenenza resiste, però è minacciato da una realtà fatta di incertezze, salari bassi, precarietà lavorativa e difficoltà ad accedere a servizi pubblici di qualità.
Possiamo perciò affermare che il ceto medio italiano è in crisi? La risposta è sì, e non si tratta solo di una percezione soggettiva. I dati del Rapporto Censis 2025 e del Rapporto Istat 2025 convergono nel descrivere una classe media nazionale in affanno, che fatica a mantenere il proprio status e teme per il futuro dei propri figli.
Secondo il Censis:
- il 70% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica non migliorerà nei prossimi anni;
- il 65% teme che i propri figli avranno un tenore di vita inferiore rispetto al proprio;
- il 58% ha ridotto le spese non essenziali, rinunciando a viaggi, cultura, tempo libero;
- il welfare pubblico è percepito come insufficiente, e cresce il ricorso a forme di autotutela: assicurazioni private, fondi sanitari, reti familiari.
D’altra parte, secondo l’Istat:
- 14 milioni di italiani (quasi un quarto della popolazione) sono a rischio povertà;
- i salari reali sono calati del 10% in cinque anni, erosi dall’inflazione e dalla stagnazione economica;
- la crescita dell’occupazione, pur positiva e rafforzata sotto il Governo Meloni, è tuttora trainata da lavori a bassa produttività e basso salario, soprattutto per gli over 50;
- i giovani e le donne restano le categorie più penalizzate, con difficoltà di accesso al mercato del lavoro stabile e ben retribuito.
Passando dalla diagnosi alla terapia, lo stesso Censis propone alcune linee di intervento. Sarebbe importante lavorare su cinque grandi assi.
- Riformare il fisco per premiare lavoro, impegno e merito, riducendo la pressione fiscale su chi produce reddito.
- Rilanciare il welfare pubblico, soprattutto in sanità e istruzione, per ridurre le disuguaglianze di accesso ai servizi.
- Valorizzare le competenze e le culture manageriali, investendo nel sistema scolastico, nella formazione continua e nella digitalizzazione.
- Sostenere la mobilità sociale, oggi bloccata, attraverso politiche attive del lavoro e incentivi all’occupazione giovanile.
- Facilitare l’accesso al credito per le famiglie, in particolare per l’acquisto della prima casa e per l’istruzione dei figli.
In conclusione, il ceto medio è stato per decenni il motore della crescita italiana. Ha garantito stabilità, coesione sociale, fiducia nel futuro. Oggi è una fascia fragile, che rischia di perdere fiducia nel sistema e di ritirarsi dalla partecipazione civile. Rilanciarlo è una questione non solo economica, ma anche civica e democratica: senza una classe media forte, l’Italia perde coesione, stabilità e prospettiva. Ecco allora la grande sfida per la maggioranza di governo, nella seconda parte della legislatura: far rifiorire il ceto medio, consolidare la colonna portante del Paese, e così facendo rilanciare l’Italia nel suo insieme.
