Alessandro Amadori, politologo e sondaggista
I referendum abrogativi su cittadinanza e lavoro, tenutisi l’8 e 9 giugno, hanno registrato un’affluenza complessiva del 30,6%, ben al di sotto della soglia del 50%+1 necessaria per la validità della consultazione. Questo dato, in realtà ampiamente previsto dai sondaggi pre-elettorali (io stesso ne avevo scritto su “Affari Italiani” molto prima che si votasse), conferma una tendenza ormai consolidata: la difficoltà di mobilitare gli elettori su temi referendari, soprattutto quando il voto non è accompagnato da elezioni politiche o amministrative e i temi in questione hanno un contenuto o troppo tecnico o troppo politicizzato (il che è avvenuto anche in questa consultazione referendaria).
L’affluenza è stata pressoché identica per tutti e cinque i quesiti, con variazioni minime tra un referendum e l’altro. A livello territoriale, le regioni con maggiore partecipazione sono state Toscana ed Emilia-Romagna, dove si è superato il 38%, mentre il Sud ha registrato numeri inferiori alla media nazionale. Ciò riflette una dinamica già vista nelle elezioni politiche, con il Nord più propenso a partecipare al voto e il Centro-Sud più distaccato e in qualche modo anche più disilluso nei confronti della possibilità di modificare le cose attraverso la politica.
I quattro quesiti sul lavoro hanno visto una netta prevalenza del “sì”, con percentuali prossime al 90% (più precisamente, si sono avuti: 89% di favorevoli al reintegro in caso di licenziamento illegittimo; 87,6% di sì alla rimozione dei limiti alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese; 89% di sì alla stretta sui contratti a termine; 87,3% di sì alla responsabilità solidale nei casi di infortuni sul lavoro). Questi risultati sono l’effetto di un processo di mobilitazione che è stato interno al bacino elettorale di centro-sinistra e, più in particolare, ha coinvolto la sua componente sindacalizzata. Il consenso sulle modifiche proposte è stato diffuso ma di nicchia, e il mancato quorum non solo ha vanificato l’effetto pratico del voto, ma ha anche evidenziato quello che possiamo chiamare il “recinto” dimensionale di quest’area sociopolitica. Il centrosinistra e la CGIL, promotori dei quesiti, hanno comunque rivendicato il risultato come un segnale politico importante. Qualcuno ha commentato la situazione sostenendo, non senza ragione, che si è trattato nei fatti di un’operazione di auto-consultazione nel bacino elettorale del centro-sinistra.
Il dato più interessante è che il referendum sulla cittadinanza ha ottenuto il 65,4% di voti favorevoli, e ha quindi registrato una quota significativa di contrari (35%). Il centrodestra ha interpretato questo dato come una conferma della propria linea politica, con Matteo Salvini che ha ribadito che “la cittadinanza non si regala”. Al contrario, il centrosinistra ha sottolineato la mobilitazione dei suoi elettori, con Elly Schlein che ha dichiarato: “Ne riparliamo alle politiche”. Dal punto di vista demoscopico, sono vere entrambe le cose (più la prima della seconda).
L’Istituto Cattaneo ha infatti evidenziato un elemento sorprendente: tra il 15% e il 20% degli elettori del Partito Democratico ha votato “no” al referendum sulla cittadinanza. Ciò è emerso confrontando i flussi elettorali delle Europee 2024 con il voto referendario in una decina di grandi città italiane. Secondo lo studio, l’elettorato del centrosinistra ha partecipato attivamente al referendum, mentre quello del centrodestra ha scelto in larga parte l’astensione. Tuttavia, il voto sul quesito della cittadinanza ha mostrato una frattura interna nel Pd: in città come Genova, Bologna e Firenze, oltre un elettore su cinque ha espresso un voto contrario alla riforma. Anche tra gli elettori del Movimento 5 Stelle si è registrata una divisione: molti hanno votato “no”, ma a Napoli e a Palermo circa il 75% ha sostenuto il “sì”. A Roma il voto pentastellato si è diviso in modo quasi paritario tra favorevoli e contrari. Questa frammentazione riflette le ambiguità del partito sul tema dell’immigrazione, con Giuseppe Conte che aveva lasciato libertà di coscienza ai suoi elettori.
L’Istituto Cattaneo sottolinea che questi risultati non devono essere automaticamente proiettati su futuri equilibri elettorali, poiché il voto referendario ha seguito logiche diverse rispetto alle elezioni politiche. Tuttavia, il dato sul Pd suggerisce una dissonanza tra la posizione ufficiale del partito e una parte del suo elettorato, che potrebbe riflettersi nei prossimi dibattiti sulla cittadinanza e sull’immigrazione.
In conclusione, il mancato raggiungimento del quorum ha reso i referendum inefficaci dal punto di vista legislativo, ma il voto ha comunque fornito indicazioni politiche rilevanti. Il centrodestra esce rafforzato, avendo puntato sull’astensionismo come strategia vincente. Il centrosinistra, pur rivendicando il numero di votanti, deve fare i conti con una partecipazione insufficiente a tradurre il consenso in cambiamento normativo, e riflettere sull’effettivo allineamento fra le sue posizioni ufficiali sul tema dell’immigrazione e il sentiment reale di una parte non trascurabile del suo elettorato. Il referendum ha evidenziato le divergenze interne al campo largo, con il rischio di una frammentazione tra le diverse anime della coalizione. Se il Pd non riuscirà a ricompattare il fronte progressista, potrebbe emergere una competizione interna tra le varie forze per la leadership dell’opposizione. Pertanto, il voto referendario ha in una certa misura indebolito il Pd e messo in evidenza le divisioni interne al campo largo. In ogni caso, i temi del lavoro e della cittadinanza resteranno centrali nel dibattito politico dei prossimi mesi.
