Domenico Rossi, Generale, già sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito
Le tensioni tra India e Pakistan sono un retaggio di vecchia data. Dalla nascita delle due nazioni (1947) vi sono già state infatti tre vere e proprie guerre, oltre a conflitti di più breve durata e numerosi incidenti di confine anche rilevanti. Ciò seppure i due paesi sono addivenuti nel 2003 ad un accordo di cessate il fuoco dopo una escalation di violenze negli anni Novanta. Il motivo del contendere riguarda essenzialmente il Kashmir, la regione a maggioranza musulmana a cavallo tra India e Pakistan contesa dai due paesi sin dalla raggiunta indipendenza dall’impero britannico nell’agosto del 1947.
In effetti il “piano di partizione” presentato all’epoca nell’Indian Independence Act prevedeva che il Kashmir potesse scegliere il proprio destino ovvero aderire al Pakistan, una nazione di fatto quasi completamente musulmana o all’India. L’allora maharaja del Kashmir decise di aderire all’India,da cui la nascita dello stato indiano del Jammu & Kashmir.
Quasi subito la prima guerra India / Pakistan, un conflitto durato due anni che fece migliaia di vittime e poi una seconda nel 1965 conclusasi con un cessate il fuoco imposto dalle Nazioni Unite. Un cessate il fuoco di fatto interrotto nel 1971, in cui l’India sostenne anche militarmente le rivendicazioni di indipendenza del Pakistan orientale fino alla creazione del Bangladesh.
L’ultimo vero conflitto risale al 1999 ,ma da quel momento si è però assistito in India a tutta una serie di attentati ,come quelli che a fine 2001 colpirono l’Assemblea legislativa del Jammu & Kashmir nella capitale Srinagar e poi il Parlamento di New Delhi, con numerose vittime. Gli attentati furono addebitati essenzialmente al gruppo terroristico Jaish-e-Mohammed con base in Pakistan. In particolare Jaish-e-Mohammad è un gruppo classificato come organizzazione terroristica dall’ONU e persegue l’obiettivo dichiarato di innescare la secessione del Kashmir dall’India al fine di includerlo all’interno dei confini pachistani.
L’ultimo quarto di secolo in particolare ha visto molteplici attacchi all’interno dell’India, come quello di Mumbai del 2008 in cui sono morte più di 160 persone, che secondo l’India sono stati pianificati ed eseguiti da gruppi armati in Pakistan. Accuse chiaramente respinte da Islamabad.
I legami tra India e Pakistan sono peggiorati dopo l’ascesa al potere del primo ministro indiano Narendra Modi e del suo Bharatiya Janata Party (BJP), a maggioranza indù, nel 2014. Da allora infatti l’India ha risposto agli attacchi armati sul suo territorio colpendo il Pakistan e il Kashmir amministrato dal Pakistan nel 2016, 2019 e ora nel 2025 nonché ha imposto più stringenti misure di sicurezza – tra cui coprifuoco, arresti mirati di militanti e attivisti, interruzioni dell’energia elettrica e censura di internet – che incidono negativamente sulla popolazione locale, tra le più povere del Subcontinente. Nel tempo, l’insicurezza e l’instabilità del Kashmir indiano hanno rappresentato indubbiamente un terreno fertile per il proliferare di movimenti separatisti e, in taluni casi, anche islamisti.
Lo scorso 14 febbraio un violento attentato ha colpito un convoglio dell’esercito indiano a Pulwama, nel territorio del Kashmir amministrato dall’India, uccidendo 46 membri della polizia paramilitare indiana. A rivendicare l’attentato è stato il già citato gruppo fondamentalista islamico Jaish-e-Mohammad. New Delhi anche in questo caso ha accusato Islamabad di essere il principale sponsor del gruppo, tramite i suoi servizi segreti.
Infine il 7 maggio 2025 , più di due settimane dopo che uomini armati avevano ucciso 26 civili a Pahalgam, nel Kashmir amministrato dall’India, l’India, incolpando Islamabad per l’attacco, ha iniziato la sua azione militare – soprannominata “Operazione Sindoor” – contro il Pakistan. In particolare ha lanciato missili su diversi siti nel Kashmir amministrato dal Pakistan e nella provincia pakistana del Punjab, uccidendo almeno 51 persone. Nei tre giorni successivi, le due nazioni dotate di armi nucleari si sono lanciate missili, droni e artiglieria, portando 1,6 miliardi di persone nel subcontinente sull’orlo di una guerra a tutti gli effetti. Il conflitto è durato peraltro pochi giorni sia per le pressioni internazionali sia per l’intervento del presidente Trump che il 10 maggio annunciava un cessate il fuoco tra India e Pakistan. Entrambe le parti hanno fatto affermazioni contraddittorie sui risultati del conflitto. Il Pakistan ha rivendicato l’abbattimento di cinque aerei da combattimento indiani e ha sottolineato l’importanza del cessate il fuoco guidato dal Presidente degli Stati Uniti,che peraltro ha sollecitato una risoluzione della disputa sul Kashmir. Una questione che l’India insiste possa essere risolta solo attraverso negoziati bilaterali tra India e Pakistan, senza il coinvolgimento di terze parti.
L’India ha invece rivendicato i successi ottenuti tramite attacchi profondi in territorio pakistano, prendendo di mira sia presunti nascondigli di gruppi armati che installazioni militari.
Sulla tregua permane un’alone di scetticismo anche per precedenti non rispettati da entrambe le parti,ma nonostante le accuse di violazioni da entrambe le parti, sembra ancora reggere. A seguito della tregua e per dare alla stessa un significato ancora più profondo il Pakistan ha osservato una giornata islamica di ringraziamento nota come “Youm-e-Tashakur” in urdu, per offrire gratitudine ad Allah, rendere omaggio alle forze armate e celebrare l’unità nazionale ( secondo una dichiarazione rilasciata dall’ufficio del primo ministro).
Il primo ministro indiano, Narendra Modi, hainvece inviato un messaggio, meno pacificatorio, che l’India porterà avanti “un’azione di impatto” contro il terrorismo, “sia da questa parte del confine che oltre il confine”, ha ribadito il ministro della Difesa del paese, pubblicizzando le operazioni dell’India come un successo.
Sulla tregua incombe una problematica grave e pragmatica quale quella del flusso idrico verso il Pakistan, la cui regolazione è di fatto nelle mani dell’India. Il trattato a suo tempo stipulato regola la condivisione dell’acqua dell’enorme sistema fluviale dell’Indo, una risorsa vitale che sostiene centinaia di milioni di mezzi di sussistenza in tutto il Pakistan e nell’India settentrionale. L’Indo nasce in Tibet e scorre attraverso la Cina e il Kashmir controllato dall’India prima di raggiungere il Pakistan.
L’accordo chiave sull’acqua sembrerebbe infatti essere rimasto sospeso nonostante il cessate il fuoco. Una sospensione iniziata pochi giorni dopo il massacro mortale di turisti del mese scorso nel Kashmir amministrato dall’India. È in vigore dal 1960 ed è considerata una rara storia di successo diplomatico tra i due litigiosi vicini. Un trattato talmente vitale che Islamabad ha definito qualsiasi tentativo di fermare o deviare l’acqua appartenente al Pakistan un “atto di guerra”.
In sintesi il futuro delle relazioni tra India e Pakistan appare quanto mai incerto. Il cessate il fuoco del 10 maggio ha evitato la possibilità di una escalation pericolosa,senza dimenticare che entrambe le nazioni dispongono di ordigni nucleari.
Le misure di ritorsione ancora in atto e soprattutto la mancanza di fiducia ,conseguenza di 70 anni di diffidenza e scontri , continuano a incidere in modo assolutamente negativo sulle possibilità di dialogo. La sospensione del Trattato delle acque dell’Indo e la difficoltà di instaurare reali canali diplomatici e commerciali rischiano di avere conseguenze profonde, non solo per i due Paesi, ma per l’intera regione.
In questo scenario, solo l’intervento di potenze come Stati Uniti, Cina e delle Nazioni Unite potrebbe rivelarsi decisivo per favorire un futuro percorso di distensione.
