Perché da noi la socialdemocrazia non ha mai attecchito

Dino Cofrancesco, Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Genova

Storici, sociologi, scienziati politici si chiedono perché in Italia una formazione politica di tipo laburista non sia mai riuscita  ad avere un qualche consistente seguito elettorale e parlamentare.

Da Leonida Bissolati a Giuseppe Saragat, i socialdemocratici non hanno mai avuto in mano il timone dello Stato e, quando hanno ottenuto qualche ministero, lo si è dovuto al loro aggregarsi a una coalizione governativa dove le loro idee non erano certo  quelle a cui  si prestava  maggiore attenzione. A mio avviso questa condizione di minoranza (e spesso di subalternità) può spiegarsi con precisi fattori storici e istituzionali. Il laburismo si è affermato in paesi in cui:

–era forte “il sentimento dello Stato” o meglio lo Stato era forte, nel senso che attendeva con successo ai suoi compiti, imponendo efficacemente la legge e l’ordine;

–le istituzioni erano rispettate in quanto rifondate ogni volta su ragionevoli compromessi che rispecchiavano la mutevole composizione degli attori sociali  via via divenuti politicamente rilevanti;

–i diritti venivano presi sul serio nel senso che garantivano la vita, la libertà e i beni delle classi sociali che ne beneficiavano (e che storicamente non erano certo, agli albori del costituzionalismo, la maggioranza del paese);

–i sudditi che diventavano cittadini sapevano che il riconoscimento di status  non rimaneva sulla carta, giacché quanti li avevano preceduti sulla vita della citizenship avevano visto mutare realmente la loro condizione;

–l’idea moderna di rivoluzione non era un valore positivo e il termine, quando utilizzato, non si riferiva a un cambiamento radicale ma a una restaurazione di diritti conculcati,

 Se si tiene presente tutto questo, se ne deve concludere che il nostro paese aveva caratteristiche opposte a quelle elencate.

–Lo Stato unitario non era forte nel senso che spesso doveva ricorrere alla violenza (segno sempre di debolezza) per far rispettare le sue leggi e i suoi funzionari.

–Sulle istituzioni mancava l’accordo della stragrande maggioranza degli Italiani—dai cattolici che vedevano nei Savoia degli usurpatori alle correnti democratiche radicali insoddisfatte dei tempi e dei modi con i quali era avvenuta l’unificazione del paese.

–Era assai scarsa la fiducia nel diritto considerato come il diritto di lor Signori o dei nuovi invasori piemontesi;

–Diventare italiani per molte popolazioni significò tasse e servizio militare e sottovalutazione dei benefici arrecati dal nuovo Stato (più scuole, più strade, più acquedotti)

–La rivoluzione a molti—si pensi al sovversivismo endemico di certe regioni come la Romagna—sembava l’unica risorsa per cambiare pagine e disfarsi  degli antichi padroni.

A ciò si aggiunga che all’unificazione del paese avevano contribuito, talora con successo. movimenti politici al di fuori delle istituzioni e da esse usati strumentalmente per poi venir liquidati in malo modo. (Penso ai garibaldini ,peraltro, una spina nel fianco dei governi giacché rivendicavano una funzione di sprone e di supplenza politica inaccettabile, a ben riflettere, per qualsiasi stato moderno che non può tollerare autorità morali, ayatollah laici, sopra di sé) ; e che, inoltre, la più  alta autorità spirituale del Risorgimento, Giuseppe Mazzini, aveva sino alla morte continuato a negare ogni valore morale e politico al nuovo stato (Roberto Vivarelli è, forse, lo storico che maggiormente ha riflettuto su questo ‘handicap nazionale’, come lo si potrebbe definire). In questo contesto, era impensabile un’entrata ordinata dei nuovi attori sociali divenuti politicamente rilevanti—gli addetti alle nascenti industrie.–nel palazzo delle istituzioni: loro non avevano fiducia nella seria presa in considerazione dei loro diritti e dei loro bisogni, le classi governanti non li distinguevano dalle masse potenzialmente sovversive di una società rimasta ai margini dell’Europa moderna. L’espressione “piove governo ladro!” veicolava un populismo qualunquistico ben lontano dal populismo classico e democratico, tipico della storia nordamericana.

 Non può nascere un grande partito socialdemocratico in una comunità politica dove lo Stato è debole (nel senso detto), sul diritto non si può contare e l’antropologia politica è divisa tra il legittimismo rurale cattolico e l’insurrezionismo endemico delle periferie dei piccoli e grandi centri della penisola, legati ad economie–soprattutto artigianali–condannate dal progresso tecnico e dall’apertura dei mercati

Se il governo è rappresentato dai cannoni di Bava Beccaris e l’opposizione dal pugnale del regicida Gaetano Bresci, è difficile che il liberalismo sociale di John Stuart Mill possa ispirare un partito laburista, che non veda un nemico nello Stato esistente; che non vuole sovvertire gli assetti proprietari ma solo allargare l’area dei diritti civili e politici facendovi entrare i diritti sociali; e che non intende cacciare nessuno dall’organo della sovranità popolare, il Parlamento.

 Uomini che, come Leonida Bissolati, salendo le scale del Quirinale, riconoscevano  la legittimità e l’autorità  dello Stato sabaudo, non potevano piacere a gobettiani, rosselliani, azionisti impegnati nel il processo al Risorgimento e nella squalifica morale dello Stato nato nel 1861:“non  era mai stato una democrazia!’ avrebbe sentenziato Ferruccio Parri al tempo del suo effimero governo post-resistenziale.