Luigi Caramiello, Professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”
Mentre mi accingo a scrivere queste righe sul televisore scorrono le ennesime immagini delle abitazioni, degli ospedali, dell’intera Ucraina, centrati da missili russi ad alta precisione. E guardo i volti attoniti di queste piccole creature, sopravvissute all’esplosione, estratte dalle macerie e sistemate in strada su barelle e giacigli di fortuna, in mezzo ad altri corpi dilaniati. Bambini che hanno espressioni di terrore, non diverse da quelle stampate sui volti dei bimbi, degli adolescenti, massacrati e rapiti da Hamas il 7 ottobre. Ma è, in fondo, lo stesso viso dei ragazzini di Gaza che i terroristi usano, crudelmente, come scudi umani, nascondendosi, con i loro missili, le loro armi, sotto le scuole, gli asili, le civili abitazioni.
È semplicemente la guerra, col suo solito carico di sofferenza, di orrori, di lutto e tutti ci chiediamo come interrompere questa spirale di morte, affinché questa “guerra mondiale a pezzi” finisca al più presto e si consegua, su tutti i teatri del conflitto, una pace giusta.
L’arte cosa ha a che fare e cosa puo dire di fronte alla guerra? Gli artisti hanno una missione civile da compiere in tale situazione?
Cominciamo col dire che, nella vicenda storica che ha segnato l’espressività, in ambito plastico, visuale e in tutte le altre forme, si sono prodotte tante e molteplici riflessioni che hanno puntato a individuare un significato univoco, del fenomeno artistico. Dalle incisioni rupestri dei nostri antichi progenitori, quei sublimi graffiti che ci ha lasciato Sapiens, per rappresentare essenzialmente scene di caccia o testimonianze di eventi bellici, fino allo splendore delle tante stagioni figurative, con il loro immenso repertorio di temi e contesti, per giungere all’astrattismo e pervenire alla dimensione contemporanea della performance, o addirittura della net-art.
L’arte ha subito tanti stravolgimenti che risulta difficile immaginarla come una realtà unitaria. Queste morfogenesi, spesso radicali, non hanno riguardato solo le tradizionali arti visive, pensate a quello che è accaduto alla letteratura, alla poesia, alla musica, al teatro, al cinema e come tutti questi “media”, via via che si realizzava la loro combinazione, ed il loro “superamento”, lungi dall’estinguersi, venivano progressivamente “inglobati” in un nuovo “contenitore”, nel mentre ridefinivano la loro funzione, reinventandosi e sopravvivendo, mediante la creazione di un nuovo target, un’inedita nicchia fruitiva, una nuova funzione, un nuovo pubblico.
È il cuore di quel processo che ebbi a definire, molti anni fa, “teoria dell’oltrepassamento”, piegando alla mia prospettiva una suggestione di matrice nietzschiana. Ma, nonostante tutte le trasformazioni che l’hanno investita, anche mediante l’apporto decisivo delle innovazioni tecnologiche, noi continuiamo ancor oggi a considerare l’arte un fenomeno unitario, riconoscibile.
Forse non basterebbero enciclopedie scritte dai migliori dotti, di ogni disciplina, a dire in chiave definitoria e definitiva, a chiarire una volta e per tutte, che cosa si intende con la parola arte. Eppure, paradossalmente, tutti sappiamo che vogliamo dire quando parliamo di arte e di artisti.
È come per la matematica, una disciplina di cui conosciamo benissimo tante regole e principi, un campo che raggiunge traguardi sempre più avanzati, trovando soluzioni sempre più sofisticate, con le quali possiamo progettare ponti, navi, grattacieli, computers, spedire con precisione millimetrica sonde e navicelle addirittura su altri pianeti, insomma, parliamo di una cosa che funziona indiscutibilmente, eppure nessuno saprebbe rispondere con certezza alla domanda: “che cos’è il numero?”.
Può sembrare una comparazione azzardata, ma vale anche per l’arte, un fenomeno che noi riconosciamo in mille modi, in tutte le sue forme, essendo in grado di individuare tutti i suoi “prodotti”, pitture, sculture, architetture, musiche, narrazioni, liriche… ma non sappiamo dire esattamente che cosa essa sia.
I teorici del ramo, così come gli stessi artisti, hanno tentato di individuare, di volta in volta, una qualche chiave di lettura, spesso volgendo il problema al negativo: l’arte non deve essere utile, l’arte non può essere strumentale, l’arte è un fenomeno “autonomo” ecc. ecc. La realtà ci dice che nessuna di queste ipotesi può risultare esaustiva. E tutte sono state e sono regolarmente smentite dalla realtà fattuale con la quale si è manifestato in tutte le epoche il fenomeno artistico, che ha espresso compiti di carattere aggregativo, simbolico, religioso, pedagogico, funzionale e in definitiva “politico”.
La questione si fa ancora più intricata se, per riconoscere l’arte, facciamo appello a una teoretica del “bello”, la quale (pur serbando una segreta tensione universalistica) risente ovviamente, del paradigma estetico, delle tradizioni culturali, della plurale sensibilità e delle “mode” dei diversi periodi, nonché del gusto individuale e dalle personali inclinazioni ermeneutiche.
Una cosa è certa, se si esclude la fase storica più recente dell’Occidente liberale, dove a dettare i parametri espressivi è soprattutto la domanda di prodotti artistici come si manifesta sul “mercato”, (con le sue implicazioni con il “sistema” della critica), l’arte ha lungamente declinato la sua, indubitabile e inevitabile, valenza sociale in rapporto alle dinamiche del potere.
Dalla figura dell’aedo nell’antica Grecia, fino ai bardi irlandesi, dai pittori di corte agli architetti di regime, dai poeti elegiaci di età augustea, all’arte sacra delle lunghe epoche del potere temporale della Chiesa, per giungere al trionfo totalitario del “realismo socialista”, che prepara l’orrore nazista del rogo dei libri e della persecuzione dell’arte “degenerata”, l’arte ha sempre dovuto fare i conti con la scena del “conflitto” politico, ovvero dell’agonismo per la conquista e il mantenimento dell’egemonia sul corpo sociale.
Questo per limitarci solo alla sua funzione sulla scena europea, poiché la vicenda “sociale” dell’arte si è declinata e si declina, in altre aree geografiche e culturali, in termini, se è possibile, ancora più “problematici”. Nella storia moderna dell’espressività si è tentato variamente di semplificare le cose, qualche teorico sembrava aver trovato, fra antiche cianfrusaglie di origine addirittura latina, taluni spunti volti alla risoluzione del problema. Erano racchiusi nel concetto de “l’art pour l’art”. Ma venne nobilmente rifiutato, quale forma di trasparente ipocrisia, dall’avanguardia storica, ovvero da parte di taluni soggetti destinati a diventare veri e propri miti dell’arte contemporanea.
Pensate a Picasso, che subì fortemente l’influenza surrealista, il suo dipinto, Guernica, forse il più famoso della storia contemporanea, è celebrato come un vero e proprio manifesto pacifista, un’opera che denuncia l’orrore radicale della guerra. Eppure, il suo autore era lo stesso che non disdegnava di accettare onori, prebende e premi dalle mani, lorde di sangue, di Giuseppe Stalin, che di Guernica ne aveva fatte parecchie, dentro e fuori del suo paese. Ma la pace, per il maestro del cubismo, era proprio un cruccio. Infatti, non si sottrasse neppure al compito di dipingere quella colomba, simbolo dei “partigiani per la pace”, che erano semplicemente una quinta colonna dei sovietici, all’opera nel mondo occidentale (anche se qualcuna di quelle sagge anime belle era in perfetta buona fede).
Ma il grande Pablo della pittura del ‘900 ebbe il buon gusto di non metterle nel becco quel ramoscello d’ulivo col quale la colomba era tornata sull’arca di Noè, della narrazione biblica, ad annunciare la fine della catastrofe ed il nuovo inizio. E così Picasso ricevette ben due volte dai sovietici il “premio della pace”. La storia dell’arte (e non solo) è fatta anche di questo: opportunismo, viltà, servilismo, del resto, come diceva Breton, “bisogna pur vivere”.
Ma a prescindere dall’arte e dagli artisti, sul tema della pace è necessario essere puntigliosi, anche se non troppo severi. La pace è una categoria profondamente innervata nella dimensione della politica, in quanto “continuazione della guerra, con altri mezzi”. La questione, insomma, è obbiettivamente spinosa, però Sant’Agostino aveva al riguardo le idee molto chiare: la “guerra giusta” è quella che si deve fare quando la finalità è proteggersi dalla crudeltà, dall’arbitrio e perseguire il bene comune. Tommaso d’Aquino si collocava sulla stessa scia. La guerra a volte è necessaria per sanare l’ingiustizia commessa da un potere dispotico che persiste nell’esercitare l’oppressione e la prevaricazione. In quei casi, brandire quella spada simbolicamente portata da Gesù (Matteo, 10,34) è la condizione, forse inevitabile, per sfuggire all’imposizione di una pace falsa, ingannevole, ingiusta.
Non è questa la sede per sviluppare compiutamente, come meriterebbe, un ragionamento di tale portata, basti dire, in estrema sintesi, che la teologia contemporanea non si è di molto discostata dal suo storico impianto concettuale, operando essenzialmente una sottolineatura riguardo alla necessità che l’uso della forza debba essere di carattere difensivo, contenuto ed orientato a ristabilire la giusta pace.
L’arte, i creativi di ogni ramo, come persone, come cittadini, prima ancora che come artisti, hanno anche loro una “missione” da compiere, in una dimensione dove l’estetica si coniuga all’impegno civile.
Di “immagini” terribili, atte purtroppo a fornire potente ispirazione, ce ne sono sin troppe; di Guernica in giro, attualmente ve ne sono parecchie, si chiamano Mariupol, Soledar, Karkiv… l’elenco è molto lungo. Ci sarà un qualche nuovo maestro, un genio, non necessariamente … cubista, che sia capace di interpretarle nel modo più umano? Intanto, quelle sequenze fosche, foriere di un’espressività realistica assoluta, quei “frame” orribili di un reportage tragicamente “artistico”, rivelano senza ambiguità, quanto sia profondo in noi il desiderio di pace, di una pace giusta alla quale non possiamo rinunciare.
