Raffaele Fiume, Ordinario di Economia aziendale all’ Università degli studi di Napoli “Parthenope”
Il tema dei dazi USA sta impegnando intensamente il dibattito pubblico, sia per l’entità dell’impatto sul Paese, sia per l’influenza sui rapporti politici internazionali, sia per l’indecifrabile variabilità del comportamento negoziale americano.
Dobbiamo anche registrare, purtroppo, che i dazi sono al centro delle polemiche politiche anche con ragioni del tutto strumentali. Si rimprovera a Meloni di spalleggiare Trump nel nome del comune sovranismo, salvo che la spinta “sovranista” dovrebbe portare a difendere il proprio stato “sovrano” contro gli altri stati “sovrani”. Altre volte prevalgono le preoccupazioni per l’approccio troppo blando dell’Europa nei confronti dell’alleato americano. E non appena si paventano impatti negativi sull’economia nazionale, partono le richieste di sussidi pubblici dagli attori del sistema economico.
Al netto delle polemiche, la questione va letta sulla base dei fatti, che si innestano sui rapporti di forza tra contraenti. Alcuni elementi di contesto sono determinanti.
Gli Stati Uniti e l’Europa sin dai tempi di Obama hanno tessuto la tela del TTIP (trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) che avrebbe dato vita ad un’area di relazioni commerciali privilegiate rispetto a tutte le barriere commerciali transfrontaliere; la trattativa saltò nel 2016 su iniziativa della leadership tedesca. La Brexit, che ha di molto indebolito la proiezione internazionale dell’Europa, è giunta pochi mesi dopo. Il presidente Trump, pur con tutte le oscillazioni e i mutamenti di posizione, è stato eletto raccogliendo un consenso molto ampio intorno ad un programma di matrice sovranista. Impossibile aspettarsi una linea diversa, anche sul piano dell’economia e della politica estera.
La strada maestra è sedersi al tavolo con la forza economica compatta dell’Unione europea, che totalizza circa i 2/3 del PIL degli Stati Uniti. Ma l’energia da sola non basta, se non si è capaci di proiettarla adeguatamente. E’ su questo versante che emergono le fragilità continentali, come la non piena capacità di mediare gli interessi dei singoli Stati, la posizione ondivaga sulla guerra tra Russia e Ucraina, le fughe in avanti alla spicciolata sul fronte palestinese. Sullo sfondo si staglia la dipendenza militare dall’alleato USA, di cui l’ingresso nel mediterraneo della nuovissima e potentissima USS Gerald Ford è immagine plastica.
In questo scenario, l’approccio pragmatico del governo Meloni, che sostiene la necessità di una mediazione di livello continentale, è l’unico che ha una concreta possibilità di limitare l’approccio aggressivo dell’amministrazione americana. Non è un caso se alla premier italiana è stata dedicata l’ultima copertina di Time magazine, che la individua come leader di caratura continentale.
Il punto di arrivo concreto a cui oggi sembra si sia arrivati è una tariffa daziale del 15%, rispetto a cui, come sempre, c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi quello vuoto; immediate sono state le proiezioni di impatto sulla nostra economia e su queste si fondano, oltre alle polemiche politiche, le richieste che già sono avanzate dalle parti sociali.
Ma i tempi non sono ancora maturi. Gli accordi sui dazi sono materia di dettaglio, con individuazione di specifiche dei settori merceologici, dei singoli prodotti. Materia ancora indefinita, oggetto di contrattazioni molto minute dove gli interessi degli Stati membri si diversificano e su cui c’è da prevedere un vantaggio per l’Italia grazie all’attuale posizione internazionale del nostro governo.
Indubbiamente, alla fine del percorso la nostra economia subirà effetti negativi non marginali, effetti che sarà necessario accompagnare con politiche industriali e sociali. Per ora, l’approccio italiano, pragmatico e lineare, continua ad essere quello più promettente.

