Sturzo e l’economia sociale di mercato

Flavio Felice, Ordinario di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Campobasso

L’8 agosto ricorre l’anniversario della morte di don Luigi Sturzo. Nato il 26 novembre del 1871, Sturzo muore l’8 agosto del 1959, al termine di una vita intensa che l’ha visto protagonista delle principali vertenze dell’Italia post-unitaria. Dall’iniziale impegno nella messa a terra delle idee presenti nella lettera enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII, dando vita a leghe contadine, banche rurali, comitati parrocchiali, all’azione di pro-sindaco della sua Caltagirone, fino alla fondazione del Partito Popolare (18 gennaio 1919). Dal 1924 al 1946 vivrà in esilio, prima nel Regno Unito (1924-1940) e infine negli Stati Uniti (1940-1946), vittima della barbarie fascista. Rientrato dall’esilio, nel 1952 sarà nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e trascorrerà gli ultimi anni della sua lunga vita continuando a manifestare con i suoi numerosi scritti la passione per quel “metodo di libertà” che il regime fascista tanto temeva, da imporgli l’esilio, e tanto disprezzava, in nome di una cultura politica il cui fine era la conquista e il mantenimento del potere mediante la violenza.
Nel ricordarlo in questo giorno, vorremmo mettere in evidenza il particolare contributo di Sturzo alla riflessione economica e, specificatamente, la contiguità del pensiero sturziano con la tradizione ordoliberale e con la teoria dell’economia sociale di mercato di Wilhelm Röpke, di Ludwig Erhard, di Walter Eucken, di Konrad Adenauer e di altri.
In occasione della nota polemica con Giorgio La Pira, nella risposta al sindaco di Firenze del 21 maggio 1954, Sturzo invita La Pira ad informarsi su «come la Germania abbia potuto dopo la guerra riprendersi al punto da presentare aspetti economici di concorrenza che cominciano a preoccupare i cosiddetti vincitori». In un articolo del 29 dicembre del 1957 intitolato Paura della libertà, il nostro scriveva: «Purtroppo da noi esiste, volere o no, un’impresa industriale ibrida, la statizzata e la privata, la prima con privilegi monopolistici, con larghe garanzie statali, con facilità di mezzi, e senza il senso del rischio; la seconda con un’antica tradizione di favori statali, con facilità di mezzi e senza il senso del rischio; perfino operatori industriali che cercano favori particolari perdono di vista il valore della libertà economica e i reali interessi della produttività nazionale».
Non sono le parole di un impenitente libertario, di un anarco-capitalista che vagheggia chissà quali strategie di privatizzazione del suolo lunare. Sono le parole del padre del cattolicesimo politico italiano ed europeo, di uno dei maggiori interpreti del moderno pensiero sociale cristiano e di uno dei più autorevoli scienziati sociali del XX secolo. L’importanza di questo articolo è notevole. È interessante notare come Sturzo affermi che nessuna forma di “solidarismo” appaia praticabile lì dove emerge la coesistenza di “statalismo” e di “economia di mercato”, mentre una politica orientata alla solidarietà sarebbe possibile solo lì dove il “mercato libero” convive con una politica statale di “cooperazione” e di “occasionale” e “più o meno concordato intervento”. Sarebbero queste le circostanze che consentono una politica equa e sana e anche le categorie che descrivono una politica economica conforme all’ordine di mercato. In definitiva, Sturzo qualifica la sua posizione politico-economica con le categorie tipiche dell’economia sociale di mercato. Non è un caso che Sturzo prenda come esempio la realtà economico imprenditoriale tedesca e statunitense e che Röpke, oltre che Adenauer, ebbe ad indicare proprio nell’opera di Sturzo una sua importante fonte di ispirazione.
L’economia sociale di mercato sviluppata da Sturzo prende in considerazione tre elementi concettuali. In primo luogo, la libertà è unica ed individuale: “si perde la libertà politica e culturale se si perde la libertà economica e viceversa”, in disaccordo con la distinzione crociana tra liberismo e liberalismo e in sintonia con la prospettiva unitaria di Einaudi e di Hayek – che dell’economia sociale di mercato furono, rispettivamente, all’Istituto di Alti Studi Sociali di Ginevra e all’Università di Friburgo, tra i maggiori interlocutori e studiosi, oltre che amici degli ordoliberali nel periodo bellico e postbellico. In secondo luogo, la libertà è espressione dell’autodisciplina, oltre che della regolamentazione legislativa, “per la coesistenza e il rispetto dei diritti e dei doveri reciproci”. Ed infine, la funzione principale dello stato sarebbe quella di “garanzia e di vigilanza dei diritti collettivi e privati”, di mantenere l’ordine pubblico, la difesa nazionale, la tutela e la vigilanza del sistema monetario e creditizio. Ed ancora, tutelare e vigilare sulla finanza pubblica e garantire la buona amministrazione. Solo secondariamente e “in via sussidiaria lo stato interviene, in forma integrativa, in quei settori di interesse sociale e generale nei quali l’iniziativa privata sia deficiente, sino a che sia in grado di riprendere il proprio ruolo”.
Come si può notare, Sturzo, al pari degli ordoliberali, non nega che in casi di necessità lo stato possa intervenire, ma circoscrive tali casi a situazioni di “emergenza”, per un periodo “temporaneo” e “in via secondaria e sussidiaria”. La libertà economica di cui parla Sturzo “è una libertà economica che condiziona e agevola l’esistenza e lo sviluppo delle libertà politiche e morali”. In tal senso, per Sturzo, verrebbero a decadere tutte le “illusioni corporativiste dei cattolici filofascisti di un tempo”. Il corporativismo, per il nostro autore, non ha avuto e non potrebbe avere nessuna realizzazione se non nel triste tentativo mussoliniano di identificare “Stato-partito-corporazione”, nella quale identificazione si assume la totale assenza di libertà e la realizzazione stessa del motto fascista: “tutto nello Stato, dello Stato, per lo Stato”. Analogamente, l’identificazione della libertà economica con l’esistenza e lo sviluppo delle libertà politiche e morali – la libertà integrale e indivisibile – avrebbe fatto cadere anche le illusioni dello “Stato socialista e classista”. L’esperienza del blocco sovietico e dei suoi Paesi satelliti, così come le “contraffazioni di Belgrado e Pechino” sarebbero lì a dimostrare che, in assenza di libertà economica, al “capitalismo libero” presto o tardi si sostituisce un “capitalismo di Stato, mille volte peggiore a quello privato” e che la dittatura del proletariato altro non sarebbe che “la dittatura militare con l’apparato del funzionalismo profittatore”. È a questo livello della riflessione che Sturzo giunge a sostenere che «I Paesi occidentali, più o meno individualisti e dinamici, con tante differenze di clima, di produttività, di sviluppo economico, di costumi, di esigenze, di storia, di cultura, le cui condizioni politiche sono piene di contrasti, non subiranno mai tranne che con forza, la sopraffazione delle libertà fondamentali, delle quali l’economia ne è il condizionamento necessario». In questo quadro, sebbene l’intervento statale allora fosse generalmente più esteso rispetto al passato, il suo impatto sarebbe stato inferiore e le energie produttive provenienti dal settore privato avrebbero rappresentato un antidoto contro l’ingerenza statale proprio in quei Paesi in cui la struttura politica era più solida e l’industria più sana. Tra questi Paesi Sturzo non vede l’Italia, inconsistente ed evidentemente immatura sul piano politico e con un sistema economico-produttivo estremamente debole e costantemente deresponsabilizzato da un interventismo statale che, assicurando privilegi monopolistici ovvero garanzie statali, aveva finito per diseducare gli operatori economici al “rischio che educa”.
Nel sottolineare l’evidenza che l’interventismo statale non conduce a politiche di solidarietà e di rispetto delle libertà personali, bensì al superamento in senso autoritario della società libera, Sturzo ci mostra un quadro di forte impatto realistico; di qui la sua aspra critica nei confronti di una parte del ceto politico ed intellettuale cattolico che era solito far riferimento a concetti quali “personalismo” e “solidarismo” come possibili grimaldelli che avrebbero potuto scardinare – superandole – le istituzioni tipiche dell’economia di mercato per dar vita a qualche forma di “economia propria”; un’illusoria alternativa all’economia di mercato che preservasse le libertà politiche e culturali. Illusoria, in quanto secondo Sturzo la libertà è “individuale”, conseguentemente essa è “unica ed indivisibile”. Anche per questo, personalismo e solidarismo avrebbero potuto orientare moralmente l’economia di mercato, avrebbero potuto rappresentare la cifra morale di un sistema economico basato sulla libera economia di mercato, ma mai sostituirlo, se non al prezzo di “cadere nello statalismo classista (cioè capitalismo di Stato tipo moscovita e Paesi collegati)”.
In un articolo del 23 gennaio 1959, Sturzo si chiede provocatoriamente: «La moneta? Vada pure al diavolo. La crisi delle borse? Affari da borghesi. La produzione diminuisce e aumenta la manodopera? Tanto peggio, tanto meglio. La scelta che si impone a tutti i paesi civili è oggi fra economia di mercato con tutti gli inconvenienti che comporta ed economia statizzata con i suoi deleteri difetti. Andate a Berlino per vedere fra le due economie: Berlino Ovest: mercato e prosperità; Berlino Est: socialismo, comunismo e miseria; si potrebbe dire “comunità e socialità della miseria”». L’intervento di stato, necessario secondo Sturzo al vivere civile, ovvero conforme, secondo la terminologia “ordoliberale”, allorché scivolasse pericolosamente verso un interventismo statalistico: non conforme, diverrebbe «disruttore di ogni ordine istituzionale e di ogni morale amministrativa».
In un altro articolo definisce lo statalismo nel seguente modo: «La degenerazione dell’intervento statale per sistema in campi non propri o con provvedimenti lesivi dei diritti dei cittadini, questo è statalismo». Un intervento è “illegittimo” o “lesivo dei diritti dei cittadini” – Röpke e gli interpreti ordoliberali direbbero “non conformi all’economia di mercato” – quando lo stato non si limita a tentare di neutralizzare i fattori ostili nell’attività congiunta tra imprenditori e lavoratori; quando, in definitiva, la sua azione esce dal campo particolare che gli è proprio, dato dal rispetto della libertà individuale, integrale ed indivisibile della persona umana e dall’esperienza storica delle sue concrete applicazioni. La degenerazione dello statalismo comporterebbe il monopolio del capitale nazionale, con la conseguenza della contrazione della produttività, la svalutazione della moneta, il funzionalismo generalizzato e la deriva totalitaria. Sono questi i casi in cui si teorizza lo “Stato” come «fonte, e unica fonte del diritto; lo Stato realizzazione suprema della Idea; lo Stato etico. Lo Stato panteista, la cui ultima formula fu data da Mussolini: “Niente fuori e niente sopra dello Stato; niente contro lo Stato, tutto nello Stato per lo Stato”». Per giunta, una simile visione dello stato, fa notare Sturzo, dal punto di vista cristiano, sarebbe basato anche su un’antropologia erronea e lesiva della dignità umana, nelle sue dimensioni costitutive di libertà e di responsabilità. A questo proposito il sacerdote calatino ribadisce una dottrina conforme all’elaborazione “ordoliberale”, tanto chiara quanto spesso disattesa; e non soltanto ai tempi di Sturzo: «non è lo stato che crea ex nihilo un ordine poiché la politica non può creare un’etica; ma è lo stato che riconosce un ordine etico-sociale che gli uomini elaborano ed esprimono perché soggetti razionali».
Come si vede, per Sturzo lo stato era, per propria essenza, la forma politica della società civile e non la sostanza sui generis cui inchinarsi e sacrificare le ragioni delle persone; in definitiva, ciò che per gli antichi romani era la Res publica e per la letteratura liberale anglosassone l’Administration; in definitiva, con le parole di Sturzo, “potere e amministrazione del bene comune”.
Le ragioni dell’economia sociale di mercato di matrice sturziana sono espresse dallo stesso sacerdote quando afferma che lo statalismo scardina l’articolazione intermedia della società – si legga l’ordinamento –; in definitiva, accentrando a favore degli enti statali e burocratizzando la società civile, lo “Stato” contravverrebbe ad uno dei cardini della moderna dottrina sociale della Chiesa: il principio di sussidiarietà, tanto nella sua dimensione orizzontale quanto in quella verticale. Finirebbe per indebolire la capacità di resistenza individuale di fronte alle minacce di invasione da parte degli organismi burocratici nella vita spontanea delle organizzazioni sociali. Lo statalismo, per Sturzo, sovvertendo i diritti insiti nella personalità umana, disarticolando l’ordinamento che uomini imperfetti ma perfettibili, ignoranti e fallibili, unici conoscitori di quella forma di sapere che Hayek era solito definire “conoscenze di situazioni particolari di tempo e di luogo” (che poi non sono altro che il fondamento ligico del “principio di sussidiairietà), finisce per sovvertire anche i poteri e le funzioni dell’amministrazione, producendo uno squilibrio, ovvero un disordine economico, sia nella produzione sia nella distribuzione dei beni e dei servizi a causa dell’irrazionalità delle iniziative di mercato, non più dettate dal libero andamento dei prezzi delle materie prime, come ha spiegato Ludwig von Mises; favorisce l’innalzamento dei costi dovuti ai fallimenti dello stato imprenditore, assicuratore, banchiere, biscazziere e impresario artistico e così accresce il deficit di gestione che assomma tutte le cause precedenti, con l’aggiunta della disperante e depressiva pratica della corruzione politica.
Per Sturzo, così come il mercato, secondo la prospettiva del “capitalismo primitivo”, non ha saputo svolgere contemporaneamente la funzione di campo e di regole del gioco, così lo stato non avrebbe potuto essere arbitro e giocatore. Lo stato non può che svolgere le funzioni di arbitro. Il sistema politico avrebbe dovuto distinguersi dal sistema economico e porsi al di sopra di esso, sia in ambito nazionale sia in ambito internazionale. Ecco, dunque, l’esigenza di distinguere lo stato come arbitro, il mercato come campo di gioco e gli operatori come parti del gioco. A questo punto, una volta che ciascun attore recita la propria parte, si intravedono anche i possibili antidoti contro il rischio che enormi concentrazioni economiche private possano degenerare in un sistema di collettivismo pubblico.
Crediamo che la lezione economica di Sturzo sia ancora drammaticamente attuale, in considerazione del fatto che oggi le democrazie liberali appaiono sempre più insidiate dai colossi globali.