Un quadro geopolitico in evoluzione: ultimatum di Trump e riconoscimento dello Stato di Palestina

Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito

Il 14 luglio  Il Presidente Trump aveva lanciato un primo avvertimento  a Putin, dandogli  cinquanta giorni di tempo per mettere fine alla guerra in Ucraina e ipotizzando in caso contrario  dure sanzioni economiche.

La risposta del  Cremlino  nei giorni successivi è stata quella di una intensificazione degli attacchi contro l’Ucraina  colpendo  anche Kiev  e senza  fare differenze tra obiettivi connessi con infrastrutture strategiche o semplici abitazioni.

Una reazione inaspettata che ha portato il 29 luglio  il Presidente americano ad annunciare   la riduzione da 50 a 10-12 giorni del tempo  a disposizione per la  Russia per arrivare alla pace con l’Ucraina prima di ricorrere alle  sanzioni già paventate.  “Pensavo che avremmo raggiunto un accordo già due mesi fa, ma le cose sono andate diversamente”, ha affermato Trump, deluso da Putin,in occasione di un incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte.

Mosca non ha dato alcun segno di voler rispettare la nuova  scadenza, e il leader russo  Medvedev,  attuale numero due del Consiglio di sicurezza del Paese,  con un  messaggio su X ha  indicato come ogni nuovo ultimatum americano per porre fine alla guerra in Ucraina “era una minaccia e un passo verso la guerra” con gli Stati Uniti, sottolineando anche la    capacità di attacco nucleare russa come ultima risorsa.

Dichiarazioni a cui Trump ha risposto ordinando “ il posizionamento di due sottomarini nucleari nelle regioni appropriate” e sottolineando “come le parole sono molto importanti e possono spesso portare a conseguenze indesiderate, spero che questo non sia uno di quei casi” . Gli ha fatto eco l’annuncio di Putin di avere   avviato la produzione dei suoi nuovi missili ipersonici e  confermato i suoi piani di schierarli entro la fine dell’anno in Bielorussia.

In ogni caso  la reazione ufficiale russa, affidata alle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov appare più contenuta :”Abbiamo preso atto della dichiarazione di ieri del presidente Trump. L’operazione militare speciale prosegue. E restiamo impegnati nel processo di pace per risolvere il conflitto in Ucraina e tutelare i nostri interessi”.

Sul campo continua a registrarsi la costante offensiva russa che  sembra ultimamente aver raggiunto obiettivi operativamente più rilevanti. In particolare, sembrerebbe sia stata  conquistata la città chiave di Chasiv Yar. Scrive  la Cnn che  la Russia  «sta capitalizzando una serie di piccoli progressi e investendo risorse significative in un’offensiva estiva in arrivo, che rischia di ridisegnare il controllo delle linee del fronte. Nel corso di quattro giorni di reportage nei villaggi di Kostiantynivka e Pokrovsk – due delle città ucraine più colpite nella regione di Donetsk – si è assistito a un rapido cambio di controllo del territorio. I droni russi sono riusciti a penetrare in profondità in aree che un tempo le forze di Kiev consideravano oasi di pace, e le truppe hanno faticato a trovare personale e risorse per fermare la persistente avanzata nemica”.

La reale caduta dei suddetti centri può rendere difficile in prospettiva la difesa del resto della regione di Donetsk e  liberare  un numero significativo di forze russe, che a quel punto potrebbero spingersi con forza su Kramatorsk e Sloviansk, le più grandi città di Donetsk ancora sotto il controllo ucraino.

In Medio Oriente,  i negoziati indiretti tra Israele e Hamas per garantire un cessate il fuoco si sono recentemente bloccati, anche perché le  posizioni di Israele e di Hamas sono  fortemente contrapposte. Israele infatti,supportato dagli Stati Uniti, non è disponibile ad accordi parziali e vuole il disarmo di Hamas, la smilitarizzazione di Gaza e la  liberazione degli ostaggi e ritiene che  il disarmo  sia una delle condizioni fondamentali per qualsiasi accordo volto a porre fine  al conflitto.

Hamas per contro  dichiara di volere  proseguire i negoziati per un cessate il fuoco permanente ma pretende   il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza e il significativo miglioramento delle condizioni di vita nell’enclave palestinese per far fronte alla catastrofica situazione umanitaria, annunciando di essere “pronta a risolvere la questione degli ostaggi prigionieri a Gaza” ma solo “ nel quadro di un accordo di cessate il fuoco“. Inoltre, in risposta   alle dichiarazioni attribuite a  Steve Witkoff  secondo cui Hamas avrebbe   “espresso la sua volontà” di deporre le armi, subordina il disarmo all’istituzione di uno Stato Palestinese sovrano (ANSA 2 agosto).

Al di là di tutto ciò la situazione sanitaria e di sopravvivenza alimentare nella striscia di Gaza ,con le immagini di bambini  morenti per carente alimentazione, stanno influenzando in modo determinante l’opinione pubblica e i relativi Governi. Al di là della effettiva  situazione e delle reali colpe di tutti gli attori interessati, si è coagulata una rilevante spinta politica affinché si fermi la strage di palestinesi e si facciano a entrare nell’enclave costiera gli aiuti umanitari. Ciò al punto che la Francia per prima ha riconosciuto lo  Stato di Palestina. A seguire il Regno Unito,con il primo ministro di Sua Maestà, sir Keir Starmer, che   ha dichiarato come “l’unico modo per porre fine a questa crisi umanitaria è attraverso un accordo a lungo termine“, sostenendo che “il nostro obiettivo rimane un Israele sicuro e protetto accanto a uno Stato palestinese sovrano e vitale, ma in questo momento tale obiettivo è sotto pressione come mai prima d’ora”. Ben quattordici sarebbero  i Paesi intenzionati a dare sovranità territoriale ai territori palestinesi alla futura ‘Assemblea generale delle Nazioni Unite.  La premier Meloni ha dichiarato che ora sarebbe “prematuro riconoscere uno Stato palestinese”, mentre la Casa Bianca insiste sul fatto che il “Riconoscimento dello Stato di Palestina è un premio per Hamas”.

In tale contesto geopolitico si è appena conclusa all’ONU la conferenza internazionale sulla Palestina.La dichiarazione finale  pur non essendo  una risoluzione né un atto dell’Assemblea generale (ma il documento conclusivo di una conferenza presieduta da Francia e Arabia Saudita a cui hanno partecipato la Lega Araba, l’Unione Europea e altri paesi tra cui Regno Unito e Canada) contiene aspetti essenziali anche in prospettiva. Non hanno partecipato all’incontro né gli Stati Uniti ,che hanno ritenuto l’incontro «un insulto», «improduttivo e fuori tempo», né Israele.

Innanzi tutto  i Paesi hanno rinnovato il sostegno  alla soluzione dei due Stati, Israele e Palestina, con un piano per arrivare a tale obiettivo . In secondo luogo hanno chiesto che Hamas abbandoni il governo della Striscia di Gaza in favore dell’Autorità nazionale palestinese e che si disarmi completamente.  Una richiesta di assoluta importanza ove si consideri che la dichiarazione è stata firmata da vari paesi arabi che finora hanno avuto buoni rapporti con Hamas, tra cui l’Arabia Saudita, il Qatar e l’Egitto (in questi ultimi due paesi Hamas ha degli uffici pubblici di rappresentanza), e che hanno una notevole influenza sul gruppo.

Inoltre, la dichiarazione contiene per la prima volta  una condanna formale da parte di alcuni Paesi Arabi dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023.

Infine  la dichiarazione invoca un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza e l’istituzione di una missione delle Nazioni Unite che monitori la sua tenuta; chiede la fine dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, e promette aiuti per la ricostruzione della Striscia di Gaza, distrutta da quasi due anni di bombardamenti.

Dare una valutazione sulle situazioni in atto sopra descritte e soprattutto sulla loro evoluzione è assolutamente difficile, essendo troppe le variabili da considerare.

Sul fronte Ucraino-Russo il secondo ultimatum americano scade l’8 agosto e non è possibile prefigurare le possibili ulteriori mosse americane o russe alla scadenza . Un aspetto sembra però sufficientemente certo: l’idillio personale tra Trump e Putin appare se non definitivamente  terminato ormai ridotto ai minimi livelli. Un idillio inizialmente tale da portare l’Amministrazione Americana  a contrasti non solo apparenti ma anche concreti sia  verso il Presidente Ucraino   sia nei confronti dell’intera Comunità Europea proprio sulla condotta da tenere nei confronti della Russia ovvero nel supporto allo sforzo militare ucraino. Trump ha forse capito ora che Putin non è disposto a concedere aperture rispetto a quanto più volte affermato quali condizioni per arrivare alla pace: riconoscimento come russe della Crimea e delle quattro regioni parzialmente occupate e rinuncia di Kiev a entrare nella Nato. 

Una posizione americana in linea con quella europea e che contrasta con quella tenuta in medio oriente a favore di Israele, la cui politica peraltro sembra portare  sempre verso più verso il suo isolamento internazionale. Fermo restando che troppo spesso ci si  dimentica  che  la situazione  è conseguenza diretta  della nota strage deliberata da parte di Hamas  il 7 ottobre 2023,  assolutamente inaccettabile e giustificabile, e che Israele combatte una guerra per la sua stessa sopravvivenza.