Alla ricerca dell’identità perduta

Adriano Fabris, Ordinario di Filosofia Morale all’Università di Pisa

Se c’è una parola che oggi è tabù, per la mentalità comune, questa è la parola “identità”. C’è stato addirittura chi, anni fa, ha scritto un libro che già nel titolo si dichiarava “contro” tale categoria: e si sa che i libri che si dichiarano “contro”, in copertina, vendono di più. Solo che, come sempre accade quando si vuole esagerare, le conseguenze di certe posizioni possono essere dirompenti. Possono esserlo soprattutto per le giovani generazioni, che – se non sanno chi sono, umanamente e culturalmente – vivono sempre più disorientate.

Il pensiero occidentale, che ha le sue origini nell’antica Grecia, aveva invece avuto fra le sue principali motivazioni proprio la volontà di chiarire, definire, identificare le cose e i concetti che le esprimono. Solo così è possibile capire il mondo e agire di conseguenza. Allo stesso modo e per gli stessi scopi la filosofia greca aveva cercato di definire l’essere umano. Senza sapere chi siamo, infatti, non siamo in grado neppure di capire chi sono gli altri – gli altri esseri umani, gli altri esseri viventi, le entità artificiali – e rapportarci a loro in maniera adeguata.

Il problema, però, è non solo di comprendere la nostra identità, ma anche di approfondire il tipo di relazione che, a seconda di come tale identità viene intesa, quest’ultima viene a instaurare. C’è infatti un’identità chiusa, gelosa e rivendicativa dei propri privilegi, che non ha affatto interesse a confrontarsi con gli altri esseri e che punta solo a un’autoaffermazione. Ci sono invece ulteriori modi d’intendere l’identità, che vedono nella conoscenza di sé la via per conoscere anche gli altri. Se però si rifiuta di approfondire i vari sensi di tale concetto, se lo si considera, a prescindere, qualcosa di negativo, il risultato è – come si dice – quello di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Perdiamo cioè la consapevolezza di chi siamo in quanto esseri umani. E non capiamo più che cosa ci stiamo a fare, specificamente, nel mondo.

Proprio tale specificità oggi da molte parti è messa in questione. Si moltiplicano posizioni cosiddette “antispeciste”, per le quali, ad esempio, non c’è una sostanziale differenza fra l’essere umano e qualunque altro animale. Ne derivano sia un’implicita giustificazione – qualora l’essere umano si comporti alla stregua di un animale – del suo operato, sia una deresponsabilizzazione di questo stesso essere, per quanto riguarda le risultanze dei suoi atti, nella misura in cui le motivazioni di tali atti vengono riportate alle leggi della natura.

Ma la questione più urgente e delicata, che oggi si ricollega alla perdita di consapevolezza nei confronti dell’identità umana – anzi, a un’esplicita rinuncia a porsi questo problema –, nasce nel momento in cui ci confrontiamo con le entità artificiali. Macchine e programmi, infatti, sono in grado di agire in maniera sempre più autonoma. L’intelligenza artificiale, peraltro frutto di un progetto umano, sta sostituendoci in settori sempre più ampi della nostra vita: dal lavoro al tempo libero. Molte delle nostre attività vengono sempre più delegate a questi programmi. La tendenza psicologica che ha ormai preso piede, frutto di un modo di pensare ben radicato, è quella di considerare le macchine alla stessa stregua degli esseri umani. Con Alexa parliamo, e “lei” (?) ci risponde. A ChatGPT ci rivolgiamo anche per avere consigli.

Tutto ciò deriva proprio dal fatto che non sappiamo più bene chi siamo. Deriva dalla perdita della nostra identità: che consideriamo, a prescindere, qualcosa da condannare o, nel migliore dei casi, qualcosa di cui vergognarci. Deriva dalla nostra rinuncia a interrogarci sulla nostra specificità e sul nostro specifico ruolo nel mondo. Deriva dal non voler più tramandare agli altri, e soprattutto alle giovani generazioni, ciò che ci fa essere quello che siamo.

Se non cambiamo, e velocemente, modo di pensare, ci aspettano almeno due cose. Da una parte, si delinea un’eclissi dell’etica. Se non c’è qualcosa che ci differenzia dagli altri esseri, naturali o artificiali, tutto diventa indifferente. E se tutto è indifferente, nulla più m’interessa, di nulla vale la pena che mi faccia carico, non c’è più spazio per la responsabilità.

Dall’altra parte, soprattutto nel mondo tecnologico in cui viviamo, ciò che ci attende è la prospettiva di uniformarci in misura crescente a programmi che agiscono in forme più efficienti, performanti e utili di quanto non possiamo fare noi. Se non sappiamo chi siamo, infatti, siamo indotti a cercare altrove modelli di comportamento e ad affidarci a chi sembra far meglio di noi certe cose. E in parallelo ci troviamo a dimenticare che molte altre cose, diverse da quelle programmabili, siamo invece in grado di farle solo noi. Così, rinunciando alla nostra umanità, ci predisponiamo a una crescente subordinazione. Ma è proprio questo il nostro destino?