Vincenzo Mannino, Professore emerito – Università Roma Tre
Sempre più spesso nel dibattito politico prevale la generica contrapposizione ideologica e i fatti scompaiono. È un fenomeno che si può apprezzare a proposito dell’impegno riformatore del Ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara. L’impegno è sotto gli occhi di tutti. Si va dalle Linee guida sulla Educazione civica alle Nuove Indicazioni Nazionali per l’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, nelle elementari e nelle medie. Dall’istituzione del docente tutor e del docente orientatore alla riforma dell’istruzione tecnologica-professionale (il c.d. 4+2) con i campus quale ‘luogo’ di riferimento per la connessione scuola, università e imprese. Dal contrasto all’esclusione, alla dispersione e alla povertà educativa fino alla possibilità per i genitori di scegliere la continuità didattica sul sostegno. Dall’immissione in ruolo dei precari agli aumenti retributivi per i docenti e alla loro. assistenza legale in caso di aggressione da parte di studenti e genitori. Dalla valorizzazione del voto di condotta a una responsabilizzazione dei giovani per gli atti contrari un comportamento improntato a correttezza.
Siamo innanzi a un disegno di largo respiro. Dopo anni di declamazioni di principio e di interventi confusi i provvedimenti si susseguono, avendo, per di più, un evidente tratto unificante: la centralità della ‘persona’ e il conseguente sforzo per favorire l’emersione dei talenti e del merito. Peraltro, si ribalta l’impianto ideologico della scuola selettiva e gerarchizzata voluta più di cent’anni fa da Giovanni Gentile. Si supera l’idea che esista un’unica intelligenza articolata in una scala di valori e si riconosce che esistono diverse intelligenze, tutte meritevoli di essere valorizzate.
Tuttavia, per alcuni commentatori i fatti-provvedimenti non contano. Si accentua la totale contestazione ideologica. Si lamenta la riproposizione di modelli superati e si dà avvio alla ‘narrazione’ che il nuovo modello scolastico precluderebbe la ‘liberazione’ delle potenzialità creative dei giovani, privilegiando la trasmissione di competenze effimere in una scuola del tutto ancillare al sistema economico-produttivo. Per i docenti, invece, rileverebbe la costrizione entro un’autonomia didattica finalizzata al ‘controllo’ disciplinare degli studenti e al completamento dei cicli di studio negli anni previsti.
Insomma, si vuole fare credere che sarebbe in atto un’operazione regressiva, ma le cose non stanno così. È proprio la negletta considerazione analitica di quanto realizzato a escluderlo.
Per quanto concerne i giovani, gli interventi non lasciano affatto trasparire la spinta verso il passivo adattamento all’esistente, la ricerca di una acritica loro integrazione nel ‘sistema’ e l’addomesticamento statico alla logica del mercato. Emerge, piuttosto, l’articolata azione di governo per una ‘scuola’ coerente con i valori della nostra Costituzione. A cominciare da quanto viene sancito nell’art. 34, dove si evoca una scuola aperta a tutti e, per l’appunto, una politica attiva delle istituzioni per favorire l’emersione dei talenti. Ciò, certamente, presuppone la crescita culturale dei giovani, eliminando quanto possa limitarla, ma non esclude di metterli in condizione con lo studio di realizzarsi professionalmente. L’azione riformatrice, cioè, tende a coniugare lo sviluppo della conoscenza e la curiosità intellettuale con il valore del lavoro, in sintonia, del resto, con l’art. 4 della Costituzione, dove si afferma che la «Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto».
I diversi provvedimenti, poi, guardano ai docenti, andando esattamente in senso contrario alla grigia burocratizzazione del loro lavoro. Con evidenza tendono a ridare all’insegnamento quella dignità sociale da troppo tempo perduta.
Dunque, è ora di finirla con la tentazione di proporre luoghi comuni, magari ripetendo trite ‘volgarizzazioni’ di quanto si pensava nel ’68 e/o del visionario messaggio nella Lettera a una professoressa di don Milani. In definitiva, non farlo significa continuare assolvere tout court chi ha avuto nel passato recente responsabilità di governo della scuola e non pensare al bene dei nostri giovani.
