Loredana Perla, Università degli Studi di Bari Aldo Moro
La scuola è tornata al centro dell’interesse di tutti.
E la persona cui renderne merito (senza se e senza ma) è il Ministro professore, Giuseppe Valditara. Dal primo istante del suo insediamento al dicastero dell’Istruzione e del Merito, Valditara tiene la bussola della rotta per far uscire la scuola dalla crisi conclamata in cui l’ha oggettivamente trovata, crisi certificata, fra gli altri e dati alla mano (perché non si dica che parlano gli ‘amici’), da Censis, Istat, Invalsi e…mi fermo qui.
Non è, dunque, il mio, un giudizio partigiano, di quelli che arrivano da giornalisti di testate disponibili allo sconto quando le cose dei loro beniamini non evolvono nella direzione sperata. Il consenso verso le politiche dell’istruzione di Valditara è cresciuto come un’onda, alimentata ‘dal basso’ e pian piano da fatti concreti. Il che gli ha guadagnato una fiducia sempre più allargata e bipartisan per idee (nuove), per coraggio (sentimento in estinzione), per visione (alla scuola mancava una visione complessa da almeno cinquant’anni).
Idee, coraggio e visione fanno peraltro il carattere del politico, non solo le sue strategie. E in politica, come è noto, il carattere conta moltissimo, talvolta più delle idee, come scriveva Montanelli.
Così come conta il lavoro serio e rigoroso oggi riconosciuto anche da chi, all’inizio del mandato Valditara, aveva optato per una prudente neutralità o, all’opposto, per l’attacco permanente a prescindere.
La scuola è tema troppo centrale nella vita civile e democratica di un Paese da dover risultare estraneo ad ogni visione faziosa. Se si fallisce nell’istruzione, si fallisce tutti, non solo chi sta al governo. E fallisce il Paese. Tale consapevolezza, fatta salva quella minoranza di massimalisti inquieti restii a digerire l’evidenza dei successi in corso, è segno di maturità civile del nostro Paese e va salutata come una importante novità. I plausi arrivano da circuiti culturali i più diversi, da intellettuali e giornalisti sensibili agli impatti positivi delle attuali politiche dell’istruzione. E disponibili a riconoscerli e a scriverne.
Ha cominciato Luciano Canfora spegnendo le polemiche sul ritorno del latino a scuola grazie alle Nuove Indicazioni avvertendo il popolo di sinistra: nessuno si azzardi a dire che il latino è di destra!
Ha poi continuato Ferruccio de Bortoli che in uno dei suoi sui Frammenti sul Corriere della Sera ha ricordato che dobbiamo al lavoro indiscutibile del Ministro dell’Istruzione e del Merito i risultati che sono arrivati dopo due anni e mezzo per ‘abnegazione e tenacia’. Uno su tutti: il calo della dispersione implicita che secondo le stime Invalsi è scesa dal 10,5 per cento del 2023 all’8,3 per cento di quest’anno. Il che testimonia di un risultato migliore degli obiettivi fissati in sede europea e con il PNRR. In un’economia sempre più terziarizzata qual è la nostra, un Paese che disponga di un capitale umano scadente finisce con l’essere gravato da una forte penalizzazione. Se la scuola non forma per il lavoro, le aziende si trovano di fronte persone da formare e i conti per il sistema imprenditoriale tendono conseguentemente ad aumentare, proprio mentre altri Paesi possono invece contare su risorse umane preparatissime (un solo esempio: si pensi agli esperti di informatica dei paesi asiatici). L’importante riforma 4+2 voluta da Valditara ha inciso in modi determinanti su questo gap instaurando le condizioni per la sua definitiva risoluzione. Essa, come è noto, prevede un percorso quadriennale per il diploma seguito da un biennio di specializzazione presso gli ITS Academy ed ha precisamente lo scopo di allineare la formazione tecnica alle nuove esigenze del mondo del lavoro consentendo l’entrata anticipata di un anno oltre che una specializzazione professionalizzante. Il successo di tale proposta ha visto un aumento del 120 per cento in un anno delle scuole aderenti e un forte interesse da parte degli istituti del Mezzogiorno sul quale la visione ministeriale ha concentrato ulteriori, ingenti sforzi anche economici con Agenda Sud e il ‘Decreto Caivano’.
Altri nuovi e importanti endorsment culturali all’azione del Ministro sono venuti da Massimo Recalcati e Maurizio Crippa, rispettivamente dalle pagine di Repubblica e de Il Foglio. Questa volta per valorizzare un tema cardine dell’ideologia valditariana che è l’educazione al rispetto e alla cultura della regola. Entrambi hanno evidenziato, sia pure con argomenti diversi, che a scuola conta moltissimo saper insegnare agli studenti il senso del limite, ovvero l’importanza del ‘confine’. La scuola, infatti, non deve trasmettere solo ‘istruzioni’ o ‘informazioni’ ma per prima cosa educazione, rispetto civico e senso della convivenza. Aspetti finiti in disuso da qualche decennio e riportati da Valditara nel modello di una scuola costituzionale che mette la persona dello studente ‘al centro’ del suo progetto. Massimo Recalcati ha invitato i lettori ad assumere uno sguardo ‘depurato’ nei confronti delle riforme in corso all’istruzione evitando di polarizzare affrettatamente i giudizi: se uno dei compiti principali degli insegnanti è quello di accendere il desiderio di sapere e di far acquisire il senso umano della Legge, allora ‘non tutto è possibile’. Il limite conta. E conta anche non fraintendere questo discorso come il ritorno alla scuola degli autoritarismi. E’, invece, un grande atto di responsabilità adulta saper insegnare a chi cresce l’uso saggio della propria libertà. A rafforzamento di tale argomento, Recalcati ha ricordato che Pasolini, nel criticare con dolcezza e severità la scuola di don Milani, metteva in guardia dal rischio di ‘ridurre la scuola a un egualitarismo che cancella le differenze’.
Una riflessione conclusiva.
L’argomento che fa da sfondo a questi endorsment pubblici è riassumibile in una domanda: è possibile che una scuola di massa sia anche una scuola seria e rigorosa? Certamente sì, se si persegue una visione chiara di educazione e di istruzione. Purtroppo, e lo dico con una certa esplicitezza, questa visione chiara è stata sacrificata negli ultimi cinquant’anni e il grande obiettivo della scuola di massa e di qualità è stato, anche inintenzionalmente, eluso. Con le riforme attuate tra gli anni Sessanta e Settanta, la Scuola media unica (1962), la Scuola materna statale (1968), il tempo pieno (1971), fu avviato un mutamento profondo che ha sostanzialmente garantito l’accesso allo studio di studenti di tutti gli strati sociali. Ma contestualmente all’avvio di queste grandi riforme sarebbe stato indispensabile procedere a un complessivo e profondo ripensamento culturale dei programmi, della didattica, delle misure compensative per un’azione docente radicalmente trasformata. Invece si è scelto di operare la nefasta equazione scuola per tutti=scuola più facile, mirando essenzialmente all’acquisizione del consenso. E alle scuole si è attribuita – nel silenzio della politica e della società civile nel suo complesso – il compito immane di far fronte al disagio, individuale e sociale, di studenti e insegnanti, salvo poi colpevolizzarle quando i risultati non arrivavano.
L’impegno di Valditara si è palesato, dunque, sin dal primo istante del suo insediamento, in termini molto complessi. Per un verso il suo riformismo sta intervenendo su nodi critici annosi con soluzioni pertinenti e pragmatiche (la riduzione della dispersione si è ottenuta grazie allo studio scientifico del problema e all’adozione di strumenti miratissimi). Per altro verso egli opera in direzione culturale per azzerare quel mix di paternalismo, buonismo, egualitarismo acritico che aveva trasformato la scuola italiana in qualcos’altro, in un’agenzia di socializzazione o poco di più. L’intellighenzia culturale italiana lo ha capito. E non c’è che rallegrarsene.
